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I Mapuches nella Patagonia neuquina Memoria, sapienza e resistenza
Sergio A. Sciglitano
I MAPUCHES NELLA PATAGONIA NEUQUINA
MEMORIA, SAPIENZA E RESISTENZA
Vorrei cominciare questa relazione, tentando di avvicinare le nostre incommensurabilità (pensando soltanto nell’incommensurabilità geografica: la
Patagonia - Europa,) rifacéndoci ad una particolare lettera scritta vari anni fa, da una prigione, che possiate sentire familiare:
“Carissimo Delio, sono un po’ stanco e non posso scriverti molto, però tu scrivimi sempre, specialmente raccontami ciò che ti interessa della scuola.
Credo che ti piaccia la storia come piaceva a me a la tua stessa età perché si riferisce a gli uomini vivi e a tutto quello che si riferisce agli uomini:
e tutto quello che si riferisce a gli uomini con tutti gli uomini possibili, con tutti gli uomini del mondo, appena si uniscono tutti in società, lavorando
e lottando, migliorando se stessi. Credo che ti piacerà più di ogni altra cosa. Ti abbraccio, Antonio”
Gramsci, A. El arbol del Erizo. Ed.Brugera. Barcelona. España. 1991,pág.146
Queste parole di Gramsci vengono al caso nel momento di presentare a Voi alcuni topici riferiti ai mapuches, uno dei gruppi originari di questa terra patagònica.
Prima cosa: qui vivono e sono “gli uomini vivi”, seconda cosa: perché anche qui dal ricordo, dalla sapienza e dalla resistenza onorano i loro antenati
unendosi in società, lavorando, lottando e migliorandosi.
Qui anche in questa Patagonia viviamo anche noi, però io mi chiedo, chi siamo noi?, a questa domanda io rispondo: siamo gli abitanti non originari di
questa terra.
Eppure anche ricordando alcuni di noi onoriamo i nostri antenati, morti qua in Argentina, in America Latina, però anche in Italia, Spagna, Portogallo,
Svizzera, Austria, Polonia, Russia, Libano, Turchia, I Balcani, Irlanda, Galles, Inghilterra, Grecia, Francia, ecc.
Qui sorge un punto nevrálgico poco usato nei dibattiti e analizzato, a quanto posso capire io in Argentina, come quello delle nostre svariatissime
costellazioni identitarie e culturali.
Come argentini e latinoamericani ci dedichiamo all’analisi e alla profondità di questa questione dei nazionalismi giacché dietro il concetto di
nazionalità argentina, svaniscono le complesse trame identitarie in quest’attuale contesto d’estremo individualismo esacerbato, da una globalizzazione
che in Argentina e nell’America Latina produce effetti devastanti, non soltanto nelle economie regionali, ma anche nelle nostre costellazioni culturali.
E per questo, prima di abbordare la questione del Popolo Mapuche, bisogna sottolineare alcune specificazioni nella conformazione del popolo argentino.
La prima spiegazione che vorrei sottolineare e quella del perché questo popolo si é formato a partire da un primo grande impatto, come é stato quello
dell’arrivo di un’altra gente, la gente venuta dalla Spagna. La conquista e colonizzazione dell’attuale territorio argentino sì é prodotto a
cominciare:
a)
Dall’est attraverso l´oceano atlantico penetrando attraverso il fiume il Río de la Plata nel 1536 si fonda il forte nostra signora della Buon
Aria: Buenos Aires. Disillusi per la mancanza di metalli preziosi (come si legge, credévano che esistessero in questa zona colline d’argento, da qui il
nome Argentina, dal latino argentum) la mancanza d’alimenti e la forte resistenza dei Tehuelches settentrionali, “Guenakén”, fécero tanto che la
prima fondazione della città di Buenos Aires, fracassasse. Così gli spagnoli se n’andarono molto più al nord, fondando la città di Asunción (che
attualmente é la capitale di Paraguay, nel 1537). Arrivarono per il chiamato delta del Paraná. Prima, nel 1516, Juan Diaz de Solís fu stato il primo ad
arrivare al litoral atlántico, credendo che il fiume Il Río de la Plata, non era un fiume, giacché sembrava un mare, però era di acqua dolce per questo
lo chiamò Mar Dulce (mare dolce). Questo gruppo morì attaccato per gli “Charruas” gli abitanti originari dell’attuale Uruguay.
b)
Dal nord: dall’Alto Perú verso il sud, dei cinque gruppi che abitavano la regione montagnosa: “Lules”, “Tonoctés”, “Atacamas”,
“Diaguitas” y “Omaguacas”, i due ultimi furono quelli che presentarono più opposizione. Eppure se bene ci fosse una feroce resistenza, gli spagnoli
avanzarono ogni volta di più saccheggiando, assassinando e fondando nuove città argentine: Santiago del Estero (1553), San Miguel del Tucumán (1565), Córdoba
(1576), Salta (1583), San Salvador de Jujuy (1593), La Rioja (1591)
c)
Dall’ovest: da Santiago, capitale del Cile (1541) attraversarono la cordigliera delle Ande, e fondarono Mendoza (1562), San Juan (1562) e San Luis
(1594). In poco meno di sessanta anni attraverso di queste entrate, gli spagnoli, furono padroni delle nuove terre, e avendo costruito nel loro paesaggio
vari forti, incominciarono a fondare villaggi dai quali sorgeranno le future città argentine.
Eppure le immense regioni del Chaco (al nord dell’Argentina) e della Pampa Umida, e Patagonia, restavano in mano dei gruppi dei nativi, resistendo durante
trecento anni, con periodi di convivenza pacifica, con gli spagnoli prima, e poi con i cileni ed argentini, tra i sécoli XVII- XVII, fino alla fine del
mille ottocento: nel 1879 l´esercito, argentino perpetrò uno dei più sanguinosi genocidi dell’umanità, per nazionalizzare quei territori che erano
immensi.
Con questa azione militare si chiudeva un capitolo della storia argentina, e cominciava la consolidazione e conformazione dello stato e del mercato
nazionale, dell’Argentina moderna, che occuperà un luogo di socio marginale con l´Inghilterra, nella nuova divisione internazionale del lavoro.
In questa complessa trama storica (ricordando solo alcuni elementi) si conformò socialmente l´Argentina (ed é sintomático il suo nome del latino
argentum come ripeto, giacché é stato l´argento quello che i conquistatori spagnoli cercavano in queste terre) ma che mai hanno trovato, che si potrebbe
affermare che nacque come effetto della prima espansione europea economia-mondo, provata dagli europei da quella prima globalizzazione.
Il mio paese, in nuove e più complesse trame é unito oggi in una società più civile, non violenta perché giustamente fu fondata costantemente e
precisamente con la violenza; sembrerebbe che la storia dell’Argentina, e dell’America Latina é indissolubilmente legata alla violenza: genocidi,
massacri, però non dobbiamo dimenticare che é nel secolo XX e giustamente durante l’ultima dittatura militare che si coprì di vergogna si fece ricorso
a una sinistra forma di sterminio facendo sparire 30.000 argentini che si opposero al terrorismo militare di stato, che in quel periodo dominarono l´Argentina.
Durante il sècolo diciannovesimo, la classe dominante latinoamericana e l’oligarchia terratenente argentina in particolare, ha fatto sparire tutti quelli
che consideravano gli altri: i popoli originari, i gauchos (sarebbe come dire gli antichi butteri della maremma toscana, per fare un certo paragone) i
meticci (gruppo molto vasto e genérico dei nativi).
Domingo Faustino Sarmiento (1811-1888), un giovane maestro della città di San Juan, di una provincia d´entro terra, intellettuale, militare, e presidente
dell’Argentina, scrisse nel 1845 “Il Facundo”, Civiltà e Barbarie, dove evidenzia l´ideologia della classe dominante argentina.
Questa classe era convinta che la civiltà era sinonimo di bianco, e la barbarie, tutto il resto: popoli originari, gauchos, meticci.
Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino di maggior fama internazionale del ventésimo sécolo dissi in una (secondo me, disgraziata intervista): “La
cultura indigena, non m’interessa, apprezzo il Messico per altre cose. La c´é il vantaggio di non avere culture indigene” (Molachino, J.R.; Mejía
Prieto, J. En torno a Borges. Ed. Hachete.Buenos Aires, Argentina 1984, pag.183)
Qui si riferisce precisamente all’Argentina. Quest’affermazione di Borges non é una mera e semplice “doxa”, rappresenta se possiamo dire, un eco
del “Facundo, Civiltà e barbarie” di Sarmiento. Dietro al nostro Borges é esistita una vera macchina ideologica che appoggiava gli interessi
dell’oligarchia terratenente - militare della classe dominante argentina di fine sécolo diciannovesimo.
Il gruppo d´intellettuale qui chiamata generazione del 80 (ottanta) che ha costruito l´ideologia dell’Argentina moderna, della nuova nazione, sotto il
lemma “Ordine e Progresso” che si legge nella bandiera del vicino Brasile.
La famiglia di Borges apparteneva a queste élite ed era d’origine spagnola, portoghese ed inglese. Siccome la maggior parte di queste famiglie erano
anglofile, è giusto, in un’epoca dove le relazioni argentine britanniche erano nel loro massimo splendore. Il modello argentino ager-sportatore, era
organizzato e ideato nel concerto della divisione internazionale del lavoro dove l´Argentina partecipava perifericamente nel sistema capitalista
internazionale.
Questo liberalismo economico, collocato nella ricchezza delle terre e dell’allevamento del bestiame, si ispirò in tutto quello che poté, nella civiltà
europea e principalmente nella Francia e l´Inghilterra.
Se la torre Eiffel rappresentava per loro, la civiltà “L’ordine e il progresso”(anche queste era il
vademécum del militare argentino Julio Argentino Roca, che perpetrò il massacro dei popoli originari del sécolo diciannovesimo) le capanne dei popoli
originari erano e rappresentavano, la barbarie.
Le differenze, “gli altri” dovevano essere distrutti, dovevano sparire.
Quali furono gli effetti? lo sterminio, il genocidio di coloro i quali “restavano”. Portata a termine questa distruzione d’esseri umani, le comunità
furono distrutte e i nativi si videro per la prima volta, lanciati in un sistema totalmente lontano da loro: il capitalismo. Lo stato nazionale finiva così
di appropriarsi delle loro terre, per conformare definitivamente il mercato nazionale.
Così i nativi supérstiti cominciarono il loro ésodo deambulando attraverso campi e città in lungo e in largo attraverso l´immenso territorio argentino.
Mai si insisterà sufficientemente attorno a questo vergognoso genocidio ideato ed eseguito d’argentini, e d’argentini, sostenuto. L´oligarchia
terratenente argentina che si era impadronita dello stato nazionale non permise che i nativi esistessero come gli altri, e li privarono del diritto
all’esistenza, i sopravissuti vennero attirati letteralmente nel sistema capitalista per il quale naturalmente non érano preparati.
Queste terre, convertite ora in spazi vuoti furono divise fra i militari che parteciparono in quelle uccisioni e che a loro volta, alcune di queste terre,
vendute dai militari ai grandi proprietari di terreni. Molti èttari di terra restarono in mano dello stato nazionale, ossia convertite in terre fiscali.
Però le terre comperate da gente che non avevano a che fare con i militari, dovevano essere lavorate da braccianti; così introdussero l’immigrazione. E
stato così che la classe dominante fece sparire le comunità originarie della Patagonia e al loro posto ci saranno gli immigranti. Da questo momento la
costruzione della nuova argentinità sarà una delle più grandi ossessioni e il “gobernar es poblar” Governare é impiantare popoli, sarà il lemma per
penetrare nella Patagonia, Terra del fuoco e isole dell’ Atlántico sud.
L´espropriazione delle terre di tutte le comunità originarie della Patagonia é stata indispensabile per consolidare i limiti geografici (con il Cile) e
con questo dare materialità allo stato nazionale in queste lontane terre e anche incorporare dette terre al nuovo mercato nazionale.
In questa dinamica dobbiamo comprendere l´appropriazione militare dello spazio, portata a termine.
Attraverso lo sterminio effettuato dall’esercito argentino nella cosiddetta “conquista del deserto” effettuata dal generale Julio Argentino Roca, nel
1879.
La missione che il presidente Avellaneda, aveva messo in mano del generale Roca fu un “esito militare” giacché sterminati gli abitanti originari, le
nuove terre conquistate furono incorporate allo stato e al mercato nazionale.
Se in un primo momento la penetrazione dello stato nazionale fu evidente attraverso la violenza e lo sterminio (usando i fucili Rémington che l´esercito
argentino comperava dall´Inghilterra , una volta che si fissano i bianchi nei nuovi territori si incominciò a organizzare legalmente la situazione delle
terre.
Il binomio espropriazione - proprietà delle terre delle comunità dei popoli originari, é stato approfondito in una mia ricerca come borsista del Progetto
generale di ricerca intitolato” La Formazione della proprietà privata - Mercato delle terre a Neuquén”, diretto dalla ricercatrice Professoressa
Susana Bandieri, della Universiad Nacional del Comahue di Neuquén, dove ho svolto il tema: Acceso alle terre delle comunità mapuches del Neuquén nel
1993.
Di questa ricerca vorrei presentare alcuni testimoni degli abitanti originari dove é chiaro il nesso che esiste tra la sua concezione della realtà e la
terra:
“La filosofia é sapienza, filosofia è sapere. Saper chi sono, chi mi ha creato, e per ché. Sono terra, terra che pensa...” (Víctor Menchaca, 1986)
“Indiano senza terra è un indiano morto”...
“Vogliamo recuperare la nostra terra perché é la base della nostra cultura e la radice della nostra organizzazione familiare e comunitaria. Se un
indiano non ha terra muore, muore la sua cultura e il nostro proprio stile di vita comunitario che cinquecento anni fa si tentò di rompere poiché si
opponeva allo stile di vita individualista che ci fù imposto” (Testimonio en el Dorado, Provincia di Misiones, 1992).
“Noi indiani, saremo sempre i padroni della nostra propria terra, anche se volessero sfrattarci dal nostro suolo...noi vogliamo progredire, però il
governo non ci aiuta per niente. Oggi viviamo in una terra fiscale che non rappresenta una nostra proprietà, alcuni nostri fratelli di sangue nella
provincia di Salta, stanno vivendo in una terra privata, e ora li vogliono mandare via” (Testimonio en el Dorado, Provincia di Misiones, 1992).
“Tutte queste rappresentano le nostre situazioni di vita, perciò che si riferisce alla terra; la terra che amiamo però come territorio vogliamo
continuare ad intentare secondo le nostre abitudini, secondo la nostra organizzazione economica; abbiamo alternative economiche che almeno in piccolo ci
permettono una certa libertà del sistema e del mercato mondiale per vivere ; non vogliamo accumulare ricchezze, vogliamo vivere, niente altro”
(Testimonio en el Dorado, Provincia di Misiones, 1992)
In tutte queste testimonianze di differenti abitanti originari della Argentina si può localizzare il punto in comune della terra concepita come totalità
in un cosmo che racchiude tutte le costellazioni umane: quella economica, la politica, la sociale, la culturale.
Con riferimento ai Mapuches della Patagonia, il cui nome così composto: Mapu (terra) Ce (gente), indica precisamente “gente della terra” e possiamo
immaginare il terribile impatto causato dall’espulsione dai loro propri territori. Espulsi dalla loro terra i Mapuches si incorporarono come braccianti
nei latifondi ,e operai nelle ferrovie e imprese di costruzione, però la maggior parte fu respinta dai colonizzatori che occuparono le terre più ricche di
tal maniera che questi gruppi supérstiti furono emarginati verso le zone più inospitali
della regione della cordigliera delle Andes (pre - cordigliera) dove il suolo non era adatto, né per l´agricoltura
e neppure per l´allevamento dei bestiame. Pochissimi sono sopravissuti.
Attualmente nella regione di Neuquén esistono cinquanta tre´comunità mapuches ubicate nel centro sud del territorio, e sebbene la maggior parte di loro
é in possesso dei títoli di proprietà delle terre, i problemi strutturali, povertà, case inabitabili, luoghi che imprese argentine e straniere,
contaminano e che apparténgono a loro, e nelle città disoccupazione, povertà, ecc. Sono problemi che ancora si débbono risolvere.
La questione della terra nel popolo mapuche non é analoga al concetto di proprietà privata che si sostiene nel modo di produzione capitalista.
Nella seguente intervista, Jorge Nahuel, coordinatore dell’organizzazione mapuche di Neuquén, chiarifica lucidamente la questione:
Perché per i mapuches é tanto importante il territorio?
Il mapuche non può essere separato dall’elemento che gli dà vita nel suo territorio. Perché dal punto di vista della cosmovissione mapuche, non é
possibile disintegrare la vita dal suo elemento naturale ció da tutte le vite che conformano l´ecosistema. Per il mapuche la montagna, ha vita, come pure
il fiume, un torrente, essendo questi elementi parte di tutte le forze con le quali i mapuche comunicano attraverso il “mapudugun” che significa
“lingua della terra”.
Il mapuche prende contatto con ognuno di questi poteri e di queste forze; vive e si sviluppa grazie a che questi altri elementi li danno vita. Ce´ una
interdipendenza che i mapuches non possono rompere: perché quando uno di loro viene aggredito da qualsiasi di queste altre forze, disequilibra la sua
propria vita.
Allora il mapuche é un elemento in più, non é superiore alla montagna o al fiume, o al vento: tutti gli elementi sono necessari, imprescindibile e
nessuno di loro é superiore all’altro.
Il mapuche che ha l’obbligo di diféndere questo equilibrio é giungere così ad una relazione armonica in cui éntrano tutti questi elementi da usare per
il proprio benessere però non con un criterio di formare ricchezze. E per questo oggi dal punto di vista della cosmovisione, abbiamo l´obbligo di lottare
per questo ecosistema e per difénderlo. Noi discutiamo il diritto che lo stato si fà per esempio, proprietario di tutti i mapuches e
a partire da questa cosmovisione, da questo pensiero filosofico, sosteniamo che non ci sono padroni. Discutiamo, ci opponiamo, ci ribelliamo a questo
tipo di norma che stabilisce che i ricorsi naturali che esistono nel nostro territorio non ci apparténgono. Questo discorso comunitario e collettivo che i
popoli originari fanno, interroga profondamente i principi individualisti e privati su cui é edificata
la società bianca. Per tutto questo resiste il diritto indigeno e non vuol essere contemplato nella norma giuridica perché bisognerebbe trasformare tutto
il sistema giuridico. Per questo si vuol riconoscere il popolo indigeno negli aspetti culturali come loro dicono e vogliono. Per loro” cultura” é
sinonimo di folklore. Per noi, la cultura e tutto quello che ha, a che vedere con la nostra vita, la cultura é il diritto al territorio, all’autogoverno,
a riconoscere le nostre proprie autorità, la cultura é essere orientato per punti, per principi e per valori che réggono la nostra cosmovisione, cultura
e per noi poter esercitare la nostra volontà sui ricorsi naturali che formano parte del nostro territorio. Però quando noi
sottoponiamo questo allo stato ci rispondono no, questo già non é cultura, perché loro hanno ridotto
quello che era l´ambito della cultura , gli strumenti musicali e alla lingua come parte della tradizione, però mai come elemento della vita. Noi vogliamo
realmente un riconoscimento culturale nel vero e profondo senso della parola e non nel senso imbastardito che lo stato oggi applica.
Però Voi, nemmeno aspirate a convertirvi in uno stato separato?
Questo é impossibile perché lo stato é una realtà che nessuno può negare. Lo riconosciamo, tanto lui al quale chiediamo il riconoscimento, a lui
chiediamo la trasformazione altrimenti combatteremmo per l’indipendenza e questo non é un caso degli indigeni, ciò che noi chiediamo allo stato
argentino é che così come noi lo riconosciamo, che lui riconosca che noi esistiamo. E questo mutuo riconoscimento che
noi presentiamo , lo stato argentino deve riconoscere che nel suo interno albergano molti popoli é non uno
solo e che ognuno di quei popoli ha il suo proprio idioma, la sua propria cosmovisione, la sua organizzazione, la sua filosofia, il suo modo di entrare in
tutto ciò che ha attorno di naturale.
Allora oggi lo stato deve risolvere rapidamente e darci i titoli di proprietà della terra, però questo non
risolve assolutamente la nostra richiesta, riduce la nostra domanda e la nostra esistenza, prima di tutto perché il titolo di proprietà ciò è “tu sei
padrone di questo” e’ contrario alla filosofia indigena e poi perché danno il titolo superficiale di quello che tu calpesti, tutto quello che ti
circonda, sia bosco, sia ricorsi minerali, sia ricchezza del sottosuolo, segue essendo facoltà dello stato; questo intralcia il nostro sviluppo, non c’è
sviluppo possibile nello schema che lo stato ha disegnato per il popolo mapuche. Noi non vogliamo che si disegnino strategie di sviluppo, vogliamo elaborare
noi stessi. Però per giungere a questo dobbiamo tenere il nostro territorio.
C’è una percentuale molto grande dei mapuches che si sono integrati e vivono la vita nella società bianca, che non abitano nella comunità indigena. E
allora, perché succede questo?
La statistica dice che la maggior parte di loro oggi abita nei centri urbani. Nelle comunità mapuche, vivono circa quindicimila persone, i circa
quarantamila vivono nella città. Queste espulsione forzata del popolo mapuche verso la città é parte di una politica che non permétte lo sviluppo nella
loro comunità perché ci négano il diritto di controllare le risorse. E qui, dove noi ci disintegriamo progressivamente, sai perché?
Perché andandotene dalla tua comunità te ne vai da quello che ti dà identità e formi parti di tutta una società nella quale sei concittadino
argentino in più, però senza identità, senza diritti, svolgendo una forma di vita che non ha niente a che vedere con la tua storia; questo serve a
disintegrare il popolo mapuche, che é popolo perché conserva l´unità culturale oltre ad essere in campagna o in città.
Tratto da : Winderbaum, Silvio. Neuquén para chicos y grandes. Ed. Pido la palabra. Neuquén capital.pag. 70 y 71.
Qui é importante rifléttere, come credo nella nostra attuale Patagonia, che deve sforzarsi per vivere pluralmente, ideologicamente, pluriculturalmente in
questa società dove siamo tutti.
Argentini di origine europea, anche asiatici, africani, però anche e primordialmente dei popoli originari, siamo tutti, e non soltanto lo stereotipo di
“argentino” funzionale ai gruppi di potere in questo attuale “mercato mondiale” che vuol vedere soltanto “consumatori” dell’univoca cultura
del mercato.
Vera scuola della memoria e della resistenze sono i nostri Mapuches a Neuquén, e anche nella Patagonia argentina e cilena, che avendo sofferto un cruento e
sanguinoso olocausto, portato al comando del generale Roca, verso la fine del sécolo diciannovesimo, lottano per migliorare se stessi e gli altri.
La memoria non é una mera ripetizione, monotonia, o eterno revival; anche la memoria, non é soltanto appropriazione della “storia ufficiale” come si
legge nel “ monolito in memoria a gli eroi esploratori dalla campagna al deserto”, quando si arriva alla città di Neuquén...
La memoria é resistenza e métte in questione il presente che insiste a “distruggere” e cancellare la peculiarità, per noi argentini no mapuches,
discendenti di stranieri poveri, che un giorno furono espulsi dalle loro terre natali dovuto all’ odierno capitalismo, é un paradigma di lotta,
resistenza e civiltà.
Civiltà che non é patrimonio dei potenti di queste terre. La memoria, la sapienza e la resistenza del Popolo mapuche, nella Patagonia argentina e cilena,
dimostrano oggi, il loro “eroico furore”.
Bibliografia:
GRAMSCI, Antonio. Le opere. Riuniti, Roma,1997.
ERIZE,Esteban. Diccionario comentado Mapuche-español. Universidad Nacional del Sur, Buenos Aires,1960.
NAVARRO FLORIA, Pedro, NICOLETTI,María Andrea y APOLONIO, Rubèn. “Historia de la Patagonia”, en: El Gran Libro
de la Patagonia. Planeta-Alfa, Buenos Aires,1997.
NARDI,Ricardo. “Los mapuches en la Argentina: esquema etnohistórico”, en: Cultura Mapuche en la Argentina.
Instituto Nacional de Antropología, Buenos Aires,1981.
MOLACHINO,J.R y MEJÍA PRIETO,J. En torno a Borges. Hachete, Buenos Aires,1984.
WINDERBAUM,S.Neuquén, para chicos y grandes. Pido la Palabra, Neuquén,1999. SCIGLITANO,Sergio. “Acceso a la tierra de las comunidades mapuches del Neuquèn. Universidad Nacional del Comahue, Neuquén,1993 (mimeo).
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