Nel 2003, in piena crisi argentina, due lavori dell'associazione pubblicati nei     "Cuaderni di Vientos del Sur"

       

Rebeldias : di Fabio Beuzer

              Viaggio di Vientos del Sur in Argentina

   

        Due momenti lontani : di Gladys Cudis

              Andata e ritorno nella storia

 

Lettera del Sindacato Ceramista di Neuquen e dei lavoratori della ZANON alla solidarietà del Friuli Venezia Giulia.

  -------------------------------------------------------------

 

Viaggio di Vientos del Sur in Argentina. Incontro con le organizzazioni, con cui si realizzarono progetti di solidarietà internazionale. Le nuove proposte che affronteremo.

 

“Rebeldias”

Fabio A. Beuzer 

A dieci anni dalla nascita di Vientos del Sur, e come lineare conseguenza del lavoro di solidarietà internazionale realizzato in questi anni, coinvolgendo tutta una serie di realtà sociali del Friuli Venezia Giulia, abbiamo ritenuto necessario nell’associazione di realizzare un approfondimento, d’impegnare il viaggio di uno di noi, in questo caso il mio, per consegnare in mano fino all’ultimo Euro i fondi raccolti, e inoltre condividere con i compagni sul territorio il lavoro che stanno sviluppando, capire meglio i loro sogni e le loro sofferenze, le terribili necessità della popolazione nei settori più colpiti della società.

 Arrivando a Buenos Aires nel mese di Febbraio, dove il gran numero di lotte e organizzazioni sociali sono attraversati dai preparativi per la gran manifestazione del 24 Marzo, anniversario del colpo di stato del 1976, punta massima di una memoria collettiva attiva dove si percepisce la consapevolezza che ogni costruzione politica, ogni progetto che si metta come obiettivo il cambiamento radicale della società dando risposte alle necessità dei settori più deboli, deve passare o partire da quella fatidica data che segnò la vita, in diversi modi, d’ogni argentino e non solo. Rivendicando la memoria di quella generazione che in quegli anni, sacrificò tutto per evitare che si costituisca il paese che oggi abbiamo, imposto dalla nostra oligarchia nazionale e dall’imperialismo USA.

Questa consapevolezza indica chiaramente che la memoria vinse sul tradimento, sui responsabili del genocidio: oggi migliaia di giovani studenti, giovani generazioni, partecipano nelle lotte sociali facendo propria la rivendicazione dei Desaparecidos, gettando le basi per una giustizia storica, che sarà tale solo se non rimarrà nei simboli e la memoria collettiva, ma trovando una traduzione in una vera giustizia sociale.

Ed è questa la sfida della società argentina del dopo “Argentinazo” del 19 e 20 Dicembre 2001, di persone che tornarono ad essere popolo, movimento di cambiamento ripartendo dalle macerie di un paese ridotto alla bancarotta e al pericolo di smembramento territoriale.

 Lo sanno i compagni della ZANON, che percepiscono la lotta per mantenere aperta quella fabbrica sotto controllo operaio come una trincea umana e politica, fondamentale per la sopravivenza di 1500 persone della società di Neuquen, e direi, per il futuro delle lotte dell’intero paese.

Scendendo nel terminal delle corriere della città di Neuquen, ritrovando la figura di Chicho con quel sorriso spontaneo, non ci sembrava vero poter ritrovarci nell’abbraccio, in quella terra cara ad entrambi. Come con Mariano Pedrero che ci aspettava nella fabbrica con i delegati sindacali.

Assieme, in una stanza accanto alla mensa, spiego a loro come si sono raccolti i 2770 Euro che consegno in quel momento, li racconto delle assemblee nelle fabbriche Friulane parlando della ZANON e dell’Argentina, dove poi i lavoratori raccolsero i soldi da inviare a quella “ZANON in Patagonia”, posto che probabilmente non vedranno mai nella loro vita.

Io spiegavo, ma tutti con gli occhi un po’ lucidi sentivamo che in modo embrionario, stavamo riscattando quella bellissima  tradizione del movimento operaio, l’internazionalismo.

Quasi con ansia mi fanno vedere “La Fabbrica”, la loro fabbrica strappata alla chiusura, i suoi passaggi industriali, come organizzano la produzione e tutto il sistema decisionale. Impressiona, come affrontano i problemi tecnici e il lavoro politico, con un livello di democrazia molto alto che rappresenta un insegnamento per molti: l’assemblea è sovrana, non una formalità da superare al più presto, lì c’è il potere decisionale di tutto il fenomeno ZANON.

In assemblea si è deciso di dare una parte dei soldi per la falegnameria dove costruire le basi per gli imballaggi, che permetterà di creare altri 20 posti di lavoro, in quel luogo sovrano si determina di dare un’altra parte  di quei soldi ai lavoratori della Ceramica Del Valle, una manifestazione che non potrò dimenticare in vita mia.

Nella Del Valle non si percepivano stipendi da circa otto mesi, decidono con il Sindacato Ceramista di Neuquen, il suo Segretario Raul Godoy e la solidarietà dei lavoratori della ZANON, l’occupazione della fabbrica, riprendendo il lavoro sotto controllo operaio.

Si bloccò per cinque ore con un “Piquete” la statale che arriva a Neuquen, poi si realizzò davanti alla fabbrica poco distante la manifestazione dove si lanciò ufficialmente l’occupazione. Con ognuna delle persone che rappresentava un’organizzazione portammo la solidarietà, Raul spiegò da dove provenivano i soldi e mise ai voti dei lavoratori ceramisti di dare una parte agli otto della Del Valle. Voto unanime, si.

Credo che ognuna delle organizzazioni che qui in FVG collaborammo con quei lavoratori, possiamo essere orgogliosi, la solidarietà e la coscienza politica che dimostrano è impressionante, mettendo quel lavoro al servizio della società, in collaborazione con gli ospedali e le scuole, con la comunità Mapuche, trovando un consenso nella società di Neuquen realmente molto alto. Arrivando a casi come quello dei carcerati.

Dietro la fabbrica ZANON si trova il carcere, che durante uno degli scioperi dei lavoratori inviarono loro i propri alimenti da detenuti, manifestando cosi una profonda solidarietà. Finito lo sciopero, loro risposero ai carcerati costruendoli una tettoia in ceramica, perché i familiari aspettavano all’intemperie durante i pressanti controlli. Oggi quelle famiglie sacrificano la vita per i lavoratori della ZANON.

Però, fuori del momento pubblico c’è una vita quotidiana dove si devono affrontare problemi enormi, da quelli familiari alla sopravivenza economica della fabbrica, dove ognuno deve fare la sua parte di produzione, prendendo tutti lo stesso stipendio. Dove spesso i delegati sindacali dormono in fabbrica, per l’enorme mole di lavoro da realizzare.

Tutta questa pressione su di loro non sarebbe sopportabile in un clima umano decadente. Chiama poderosamente l’attenzione la ricerca del saluto ogni mattina, dell’abbraccio, la preoccupazione per l’altro, il calore fra loro, l’aiuto pronto a chi serve, consapevoli dello sforzo che ognuno sta compiendo.

Si legge in un loro volantino, questa vecchia frase:

Lo sciopero ricorda ai padroni che la fabbrica non gli appartiene, perché fu costruita con il sudore e il sangue, lo sfruttamento degli operai.

Lo sciopero ricorda agli operai che la lotta, è quella che crea coscienza è unità, quella che dimostra nei fatti la possibilità di combattere il capitalismo”.

Fattori umani senza i quali l’ideologia non trova gambe per camminare, loro lo stanno provando, come provano che “i lavoratori possono organizzarsi” perfino in Patagonia, persone normali: Huesito, Cepillo, Juan, Raul, Mariano, Manota, Chicho e tanti altri compagni.

 Loro capiscono, che non sto lasciando lì solo del denaro e documenti di solidarietà, ma un pezzo di speranza, quella di molti argentini e italiani che vivono in terre lontane, e che non si sono rassegnati.

Io capisco, che quelle ceramiche che porto nella mia borsa sono molto di più che semplice terracotta.

“Ci proviamo”, dicono gli occhi di Mariano, mentre rassicuriamo le nostre personalità promettendoci di ritrovarci in quella terra, di sogno e realtà. 

 Mi rendo conto di non essere obiettivo. Non credo che nell’analisi dei processi sociali esista obiettività, e in realtà penso che, chi afferma in questo campo di esserlo mente spudoratamente. Nell’approccio c’è sempre il proprio pensiero, il cuore e il senso d’appartenenza inevitabilmente di classe, per noi, dalla parte degli ultimi, di quelli che hanno perso, dei diseredati in lotta contro di chi porto il paese a questa situazione. Non trovo un altro modo di farlo (non me lo consente la pelle, le viscere, il cervello) di fermarmi di fronte a determinate fotografie:

 “Una donna, non più che ventenne con due figli piccoli nelle braccia, seduta nel marciapiede all’incrocio di Cabildo e Juramento. Le sue urla strazianti chiedendo aiuto si sentono a due isolati di distanza.”

 Nella in città di Buenos Aires, contando solo la capitale senza la periferia,  20.090 persone vivono in  strada.

 “All’incrocio di 9 de Julio e Corrientes, tre ragazzi fanno acrobazie con palline di gomma, davanti alle macchine con il semaforo rosso, poi passano fra loro chiedendo monetine.”

 Nella città di Buenos Aires  3 bambini su 10 è povero e 1 soffre denutrizione, in alcuni casi anche grave.

 “Due bambini giocano innocenti sul marciapiede, mentre i genitori cercano da mangiare nei bidoni della spazzatura”

 Il 40% dei bambini poveri ha un coefficiente intellettuale di un 20% più basso di quelli non poveri, a causa della denutrizione.

 “In manifestazione, due ragazzi col passamontagna dipingono ASSASSINO sul marciapiede, a pochi centimetri dai piedi di un poliziotto”.

 Tra il 1992 e il 2001 sono usciti dal paese 60.412 milioni di Dollari. Il 53% di questi sono andati in banche degli Stati Uniti.

 “Una signora, chiaramente ex-classe media, si aggrappa al reticolato di fronte alla Casa Rosada (Palazzo del Governo) per urlare: SIERVOS DE LOS YANQUIS!!!”

 Su una popolazione di 35 milioni d’abitanti, 20 vivono nella povertà e 6 nell’indigenza. La disoccupazione reale arriva al 40%.

 “I Piqueteros si allineano con i pali, ad un metro di distanza della formazione di poliziotti. Disposti a tutto per proteggere la manifestazione”.

 Ha un significato particolare ritrovare una cara compagna e amica come Nora Podestà, soprattutto dopo il suo viaggio in Italia nel 2002. Quasi a borbottoni ci raccontiamo le diverse situazioni e non è semplice descrivere, soprattutto per i compagni della Liga Argentina por los Derechos del Hombre, il significato della battaglia per Diego Quinteros, poter iniziare a vederlo uscire dal carcere d’Ezeiza è una soddisfazione enorme.

In mezzo al presidio contro il generale Brinsone, Nora porta davanti a me una donna esile, d’aspetto tenero: la madre di Diego. Non potrò mai trovare le parole per descrivere quell’incontro con una giovane  madre come lei, con il senso profondo e carico del significato che ha per noi argentini la parola madre, lei ancora  capace di calore profondo, di grande forza nonostante le difficoltà che affrontò, trasmettendo affetto sincero a chi incrociammo il cammino della sua famiglia. A casa loro conosco personalmente Diego con il suo braccio destro mancante, condivido con lui, la sua famiglia e Nora un pomeriggio ricordando le fasi di tutta la campagna, trovando in quel giovane ragazzo un vero compagno. Un pomeriggio che lasciò chiaro il significato enorme di liberare con determinazione una battaglia difficile in difesa dei diritti umani.

A Nora, per la Liga e i suoi progetti come quello a sostegno della famiglia di Diego Quinteros abbiamo consegnato 1700 Euro.

 Sempre ricordando in modo ferreo la necessità di collaborare con i soggetti in lotta, sulla base di progetti concreti che mettono sul campo oltre alla chiarezza politica nel ricercare una vera alternativa di potere, anche proposte per trovare soluzioni ai bisogni immediati della popolazione. Con questa volontà abbiamo realizzato la campagna indirizzata al gruppo Piquetero Jovenes de Pie di Rosario, destinando a loro i soldi del tesseramento 2002, per la costruzione di tre forni per il pane e orti comunitari.

La trovo nel terminal di Rosario, Gabriella Sosa, responsabile del gruppo mi aspetta con delle pizze e un fitto programma di visite nei quartieri poveri di Magnano, Mono Block e la Lata.

In questi quartieri i problemi di droga, alcolismo, violenza sono molto gravi, e i bambini sono esposti particolarmente. Il lavoro di Jovenes de Pie consiste in costruire centri comunitari, forni e orti proprio in mezzo a questi quartieri, tirando fuori della strada i bambini facendo alfabetizzazione, insegnando loro a fare il pane e a coltivare, coinvolgendo le famiglie e costruendo assieme battaglie per migliorare le condizioni di vita, e rivendicazioni più generali per il paese.

Con Gabriella conosco i forni costruiti, e quei bambini che impastano un pane diverso, con un altro sapore.

 Sono tante le situazioni e organizzazioni che conosciamo cercando di capire il Movimento complessivo nel paese. L’esperienza coraggiosa dei lavoratori della Chilavert e della Acrow, fabbriche occupate da qualche tempo con un coraggio che sorprende, e l’Assemblea Popolare di Pompeya che si organizza per dare appoggio a queste fabbriche, raccogliendo per quei lavoratori alimenti ma anche offrendo il proprio petto di fronte alla violenza della polizia, per conservare quei posti di lavoro.

 Così conosciamo direttamente l’organizzazione piquetera Movimento Territorial Liberacion, condividendo con loro diverse giornate nei quartieri dove lavorano e gli appezzamenti di terra occupati.

Sono presenti in gran parte del centro e nord del paese, a Buenos Aires hanno 29 centri comunitari. Nel ultimo anno sono cresciuti trovando molto consenso sia in città sia in campagna, formano parte di loro settori che provengono da culture cattoliche come la Teologia della Liberazione, Comunisti e Peronisti di Sinistra, non si considerano un’organizzazione di disoccupati bensì un movimento di liberazione, con una chiara impostazione d’alternativa di potere e socialista. Nei quartieri propongono oltre i forni per il pane, orti comunitari, centri d’alfabetizzazione e piccoli centri sanitari, anche la ricerca di lavoro vero sotto controllo operaio, con la costruzione di falegnamerie e officine per costruire attrezzi o scarpe da ginnastica.

Nel quartiere Villa 21 a Buenos Aires mantengono un lavoro molto forte con le famiglie povere, affrontando i problemi di denutrizione, sanitari, educazione, con un grave rischio per i militanti del MTL perché devono sfidare sul territorio le mafie della droga o del partito di Menem e Duhalde.

Qui è stato fucilato da un gruppo paramilitare Ramon Rodriguez del MTL, nella porta di casa sua nel dicembre del 2002.   

Questo “ Barrio” ha una storia tragica, qui militava Vicky Walsh la figlia del famoso giornalista Rodolfo Walsh, caduti entrambi sotto i colpi della Dittatura. Il 29 Aprile di 1976 vengono rapiti in quelle strade sei militanti che li lavoravano, passando a formar parte delle liste dei Desaparecidos. A metà degli anni 90, sotto il governo di Menem, gli abitanti del quartiere fondano l’associazione di difesa dei diritti umani “29 de Abril”in memoria dei militanti uccisi, poco dopo due compagni di questa organizzazione Felix e Pocho vengono fucilati. Quando la 29 de Abril s’integra al MTL viene ucciso Ramon.

Proprio in questo quartiere ad alto rischio, il MTL vuole costruire un MERENDERO, una mensa e centro comunitario per i bambini e le loro famiglie, per straparli alle diverse mafie, alla prostituzione, la pedofilia, o la droga.

 Come Vientos del Sur abbiamo deciso di cercare di dare una mano alla costruzione di questa mensa, ritenendo il progetto veramente coraggioso e valido per affrontare le necessità della popolazione, e inoltre perché ci sembra il modo migliore di commemorare il sacrificio di Ramon.

Come mi raccontava la stessa madre di Ramon, dietro la sua macchina da cucire: “Mio figlio ha dato la vita per cercare di dare una speranza a questa gente”.

Il nostro impegno umano e politico e quello di sostenere quella speranza, cercando qui in Friuli i fondi necessari per costruire quella mensa.

 Ritornando in Italia, le sensazioni e le immagini impresse sono tante, come quella della famiglia di Riva, manifestante ucciso nelle giornate di Dicembre 2001, mentre deposita una placca con il suo nome  il 24 Marzo durante la manifestazione per il colpo di stato di 1976, nel luogo dove cade il loro figlio. Le colonne si fermarono accanto a quella famiglia, offrendo affetto, solidarietà e molto di più. Credo che mai sentì tanto amore e odio nello stesso momento.

C’è una frase anonima che ho raccolto in un muro di Buenos Aires, che incarna il sentire di molti in diversi momenti della nostra storia, lontana o recente:

“Il cadavere con la bocca aperta guarda il cielo senza vedere, la madre di tutti sostiene il caduto urlando e guarda il fumo da dove arrivo la pallottola, incarnando l’impotenza della maggioranza degli umani”.

Reminiscenze d’altre tragedie della nostra “cara civiltà”.

Nonostante i massacri, la terribile povertà, il risultato di queste elezioni che garantiscono la continuità dei poteri politici ed economici che portarono il paese in questa situazione, nonostante tutto c’è un popolo che lotta ostinatamente, resiste nei quartieri o nelle fabbriche occupate, nelle piazze o nei picchetti, non vuole arrendersi al destino segnato per noi dal Fondo Monetario Internazionale e dagli USA.

Non posso affermare che ci sia spazio per l’ottimismo, sono dell’opinione che non c’è una situazione “pre-rivoluzionaria” e chi dice questo non solo commette un errore, ma corre il rischio di portare fette della popolazione in un vicolo cieco.  

 Credo che si è aperto un cammino pieno di speranza, che il popolo argentino apri con sforzo e tanto sacrificio a partire dalle eroiche giornate del Dicembre 2001 e della resistenza Piquetera nella seconda metà degli anni 90. Tradurlo in un progetto concreto d’alternativa, per realizzare quel “QUE SE VAYAN TODOS”, cacciandoli via perché non andranno via da soli; “nessun potere si toglie la vita da  solo” diceva qualcuno: dipenderà dalla nostra capacità di trovare e costruire unità, dando luogo a soggetti che possano raccogliere nelle sue viscere le culture di lotta del nostro popolo, la sua identità ed esperienza, superando settarismi, il cannibalismo tra le organizzazioni popolari o il ruolo di giudici supremi dello sforzo altrui. Siamo proprio di fronte alla grossa opportunità di costruire il nostro TERZO MOVIMENTO STORICO, per smettere di essere una colonia e liberare il popolo argentino.

 I processi sociali senz’altro sono lunghi, pero s’intravedono sforzi che raccolgono quelle parole care della nostra storia: “Hasta la Victoria Siempre”, “Patria o Muerte”, “Libres o Muertos Jamas Esclavos”, gettando fondamenta culturali, umane e politiche nelle nuove: ”Ocupar, resistir, producir”, “Trabajo genuino”, “Sin miedo a ser felices”. 

Come diceva Mariategui, senza copiare, lasciando libera la creazione eroica dei popoli, consapèvoli che solo il popolo salverà al popolo.

Quel cammino di speranza non è un semplice desiderio, sì tocca con mano in ogni resistenza nonostante le difficoltà, nell’agire quotidiano di Gabriela con i bambini di Rosario, nel coraggio del Chino e dei compagni dell’Assemblea di Pompeya occupando l’albergo Bauen o la tipografia Chilavert, nelle consapevoli parole e sorprendente volontà nella lotta di giovani compagni come Juan Manuel di HIJOS e di David del MTL, nell’analisi lucido di Claudia Korol dell’Università delle Madri, nell’enorme capacità politica ed organizzativa dei lavoratori della ZANON,  in quel pugno alzato al cielo di Nora, che esce dal finestrino di un autobus salutandomi il giorno prima di rientrare in Italia, mentre si dirige a difendere il prossimo prigioniero politico.  

Oggi più che mai, dipende da noi Argentini, da tutti noi Latino Americani.

   

Fabio A. Beuzer      Ass. Argentina Vientos del Sur     19 Maggio 2003

 

--------------------------------------------------------------------------------------------------------

   

Lettera del Sindacato Ceramista di Neuquen e dei lavoratori della ZANON alla solidarietà del Friuli Venezia Giulia.

    

  Argentina, 21 Febbraio 2003.

  Ai compagni delle organizzazioni Italiane

 In queste poche righe vogliamo ringraziarvi profondamente la vostra solidarietà verso i lavoratori Argentini in generale, e verso gli operai della Zanon in particolare. Il contributo realizzato da voi al nostro fondo di sciopero, è stato di grossa utilità pratica, e furono destinati in questo modo: un terzo ai compagni della Ceramica Del Valle, (fabbrica occupata e in lotta nel territorio di Neuquen), un terzo al Fondo di Sciopero Nazionale delle Fabbriche Occupate, e un terzo con i compagni del Movimento dei Lavoratori Disoccupati di Neuquen, con cui stiamo costruendo una falegnameria.

Però oltre l’importanza pratica del vostro contributo, riscattiamo profondamente il gesto di solidarietà di classe internazionale, da voi dimostrato. E questo per noi è la cosa più importante.

I lavoratori non hanno frontiera, e la nostra fratellanza deve essere un obiettivo comune d’ogni militante che rappresenta la classe operaia. L’imperialismo globalizza la miseria in tutto il mondo, oggi più che mai dobbiamo opporre l’unita internazionalista dei lavoratori, del popolo, insieme agli studenti, Movimenti Antiglobalizzazione, ecc.

Da Latino America, dall’Argentina, da Neuquen, dalla Zanon Sotto Controllo Operaio, il nostro profondo saluto e un forte abbraccio ad ogni compagno che rende possibile riscattare una delle migliori tradizioni del movimento operaio, l’internazionalismo. Grazie di cuore.

 

Raul Godoy    Segretario del Sindacato Ceramista di Neuquen

  ------------------------------------------------------------------

   

Due momenti lontani, due epoche diverse:

1930 – 2000

 Gladys Cudis

Due momenti legati dal sottile filo della repressione violenta esercitata sugli emarginati e su coloro che si ribellano ad essa. Due vicende cronologicamente lontane ma eticamente uguali per rappresentare come la strategia del terrore violento possa annullare i valori più forti della libertà.

  IOAQUIN PENINA? Un muratore di 26 anni che vendeva libri libertari.Un profondo ribelle. Ha vissuto da vicino l’ingiustizia sociale, ha amato l’anima proletaria più che la sua propria. Come chi si libera di un peso, tolse dal suo spirito ogni egoismo.La solidarietà fu in lui un fatto profondo e vissuto. Il suo essere ribelle senza rumori, senza gesti vuoti, però, con grande fermezza. Si consolidò nel doloro di tanti anni tristi e dentro il suo cervello irrequieto ha vissuto solo un desiderio continuo: SEMINARE IDEE. La dittatura lo sorprese seminando, per aprire solchi di fuoco nella sua carne e nella sua anima. JOAQUIN PENINA fu accusato di stampare contro Uriburu e di distribuirne gli scritti. Militari e poliziotti assalirono l’umile abitazione del muratore, lo trascinarono al commissariato e la notte lo fucilarono. Lo hanno fatto scendere dal camion e ascoltò il rumore delle cariche delle pistole. Aprì gli occhi spaventati e subito capì; ascoltò il rumore delle cariche delle pistole. Diede mezzo passo indietro e si morse il labbro inferiore come se preferisse il dolore della sua carne però non la paura. Girò la testa verso sinistra e, guardando a quel gruppo gridò ”VIVA LA ANARCHIA!!!”; nella sua voce non c’era paura. Umiliato, derubato, fucilato. SIAMO TUTTI ASSASSINI. Un gruppo d’amici chiederà al Concilio Deliberante di cambiare il nome del tiranno assassino per il nome della sua vittima, sul cartello che denomina il ponte che unisce la Capital Federal di Buenos Aires con Valentin Alsina. SAREBBE UN INIZIO PER POTER GUARDARCI ALLO SPECCHIO.

“JOSE’ FELIX URIBURU” è il nome che porta il ponte che attraversa il “Riachuelo”, per la vergogna di tutti noi, i mille che attraversano ogni giorno il “RIACHUELO” e che devono soffrire l’ignominia di leggere il nome di chi esercitò la forza bruta contro la dignità e la libertà.

OTTOBRE 2002

Tre ragazzi poverissimi “cartoneros” tra i 14 e 15 anni; senza casa né famiglia; essi dormono all’aperto, riscaldati dai loro indumenti e dai cartoni che riescono a trovare vicino ai bidoni della spazzatura. Quella sera vogliono sorridere, dimenticare, sognare, non hanno mai visto una discoteca, vogliono ballare con quei quattro pesos  guadagnati nella giornata. Cercano un Remis (Taxi) per raggiungerla. Il cancello dell’ autorimessa è chiuso e loro bussano forte, le mani trepidanti di tre innocenti che, ansiosamente, cercano un angolo di spensieratezza.

I figli dei massacratori sono cresciuti…ed occupano..per diritto il loro posto sulla macchina scura della polizia che inchioda e si ferma.

I tre innocenti vengono trascinati con forza all’interno della macchina e vengono portati lì, sul ponte del Riachuelo. L’inverno freddo rende l’aria tagliente e l’acqua terribilmente gelida. Vengono brutalmente obbligati a buttarsi in quelle acque per verificarne la capacità di nuotatori.

Solamente due si salveranno; il terzo  verrà ritrovato più a valle, nel fondo melmoso, avvolto da ARBUSTI, ALGHE E STERPAGLIE.

Il pianto e la disperazione dei familiari ed amici sensibilizzò l’opinione pubblica  per poco meno di due giorni. Si seppe più tardi che questo genere d’interventi, da parte della polizia, erano di routine ed effettuati quotidianamente e guarda caso, rivolti sempre verso la fascia più povera ed emarginata della popolazione.

Certamente, tre studenti dello “CHAMPAGNAT”, rinomato collegio studentesco d’elite, non sarebbero nemmeno stati sfiorati dallo sguardo dei poliziotti criminali.

Si seppe inoltre che i due ragazzi sopravissuti non volevano esporre denuncia per paura perché crudelmente minacciati.

JOAQUIN PENINA, I TRE RAGAZZI CARTONEROS. 1930, 2002. Nulla è cambiato nella strategia della repressione violenta per soffocare la libertà d’espressione, d’organizzazione, di pensiero, di critica, di manifestazione, duramente conquistate in secoli di lotte.

Tutti i massacratori sfilano sullo schermo, attraverso i loro figli. Massacratori che tolsero il sole dalla bandiera per rimpiazzarlo con l’attrezzo dello shock elettrico. Coloro che assistevano alle messe come “Agnelli di Dio”. Mostri freddi che volevano dormire nei loro letti, ma che costringevano le donne incinte a partorire sul pavimento con le mani legate. La peggiore delle sporcizie umane, la violenza in divisa contro la maternità.

Il mercantilismo universale che affoga tutte le relazioni umane nelle gelide acque del “calcolo egoistico”. Il mondo non è un “genere di scambio”. La natura, la vita, i diritti dell’uomo, la libertà, l’amore e la cultura  NON SONO MERCI DI SCAMBIO. La disuguaglianza economica che produce repressioni discriminanti nei confronti dei disoccupati, dei piqueteros, degli emarginati, delle popolazioni indigene. Echi devastanti di pulizie etniche mai terminate. Interminabili effetti della globalizzazione imperialista.

Facciamo nostro il sogno zapatista come obiettivo da perseguire, come porto da raggiungere, la realizzazione di un mondo in cui entrino molti mondi, riaffermando la ricchezza, rappresentata dalla diversità culturale e il  contributo unico ed insostituibile d’ogni popolo, d’ogni cultura, d’ogni individuo.

 

Gladys Cudis        

Ass. Argentina Vientos del Sur