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Rebeldias
:
di Fabio Beuzer
Due momenti lontani
: di Gladys Cudis
Lettera del Sindacato Ceramista di Neuquen e dei lavoratori della ZANON alla solidarietà del
Friuli Venezia Giulia.
Viaggio di Vientos del Sur in Argentina. Incontro con le organizzazioni, con cui si realizzarono
progetti di solidarietà internazionale. Le nuove proposte che affronteremo.
“Rebeldias”
Fabio A. Beuzer A dieci anni dalla nascita di Vientos del Sur, e come lineare conseguenza del lavoro di solidarietà internazionale realizzato in questi anni, coinvolgendo tutta una serie di realtà sociali del Friuli Venezia Giulia, abbiamo ritenuto necessario nell’associazione di realizzare un approfondimento, d’impegnare il viaggio di uno di noi, in questo caso il mio, per consegnare in mano fino all’ultimo Euro i fondi raccolti, e inoltre condividere con i compagni sul territorio il lavoro che stanno sviluppando, capire meglio i loro sogni e le loro sofferenze, le terribili necessità della popolazione nei settori più colpiti della società.
Arrivando a Buenos Aires nel mese di Febbraio, dove il gran numero di lotte e organizzazioni
sociali sono attraversati dai preparativi per la gran manifestazione del 24 Marzo, anniversario del colpo di stato del 1976, punta massima di una memoria
collettiva attiva dove si percepisce la consapevolezza che ogni costruzione politica, ogni progetto che si metta come obiettivo il cambiamento radicale
della società dando risposte alle necessità dei settori più deboli, deve passare o partire da quella fatidica data che segnò la vita, in diversi modi,
d’ogni argentino e non solo. Rivendicando la memoria di quella generazione che in quegli anni, sacrificò tutto per evitare che si costituisca il paese
che oggi abbiamo, imposto dalla nostra oligarchia nazionale e dall’imperialismo USA.
Questa consapevolezza indica chiaramente che la memoria vinse sul tradimento, sui responsabili
del genocidio: oggi migliaia di giovani studenti, giovani generazioni, partecipano nelle lotte sociali facendo propria la rivendicazione dei Desaparecidos,
gettando le basi per una giustizia storica, che sarà tale solo se non rimarrà nei simboli e la memoria collettiva, ma trovando una traduzione in una vera
giustizia sociale.
Ed è questa la sfida della società argentina del dopo “Argentinazo” del 19 e 20 Dicembre
2001, di persone che tornarono ad essere popolo, movimento di cambiamento ripartendo dalle macerie di un paese ridotto alla bancarotta e al pericolo di
smembramento territoriale.
Lo sanno i compagni della ZANON, che percepiscono la lotta per mantenere aperta quella fabbrica
sotto controllo operaio come una trincea umana e politica, fondamentale per la sopravivenza di 1500 persone della società di Neuquen, e direi, per il
futuro delle lotte dell’intero paese.
Scendendo nel terminal delle corriere della città di Neuquen, ritrovando la figura di Chicho
con quel sorriso spontaneo, non ci sembrava vero poter ritrovarci nell’abbraccio, in quella terra cara ad entrambi. Come con Mariano Pedrero che ci
aspettava nella fabbrica con i delegati sindacali.
Assieme, in una stanza accanto alla mensa, spiego a loro come si sono raccolti i 2770 Euro che
consegno in quel momento, li racconto delle assemblee nelle fabbriche Friulane parlando della ZANON e dell’Argentina, dove poi i lavoratori raccolsero i
soldi da inviare a quella “ZANON in Patagonia”, posto che probabilmente non vedranno mai nella loro vita.
Io spiegavo, ma tutti con gli occhi un po’ lucidi sentivamo che in modo embrionario, stavamo
riscattando quella bellissima tradizione del movimento operaio, l’internazionalismo.
Quasi con ansia mi fanno vedere “La Fabbrica”, la loro fabbrica strappata alla chiusura, i
suoi passaggi industriali, come organizzano la produzione e tutto il sistema decisionale. Impressiona, come affrontano i problemi tecnici e il lavoro
politico, con un livello di democrazia molto alto che rappresenta un insegnamento per molti: l’assemblea è sovrana, non una formalità da superare al più
presto, lì c’è il potere decisionale di tutto il fenomeno ZANON.
In assemblea si è deciso di dare una parte dei soldi per la falegnameria dove costruire le basi
per gli imballaggi, che permetterà di creare altri 20 posti di lavoro, in quel luogo sovrano si determina di dare un’altra parte
di quei soldi ai lavoratori della Ceramica Del Valle, una manifestazione che non potrò dimenticare in vita mia.
Nella Del Valle non si percepivano stipendi da circa otto mesi, decidono con il Sindacato
Ceramista di Neuquen, il suo Segretario Raul Godoy e la solidarietà dei lavoratori della ZANON, l’occupazione della fabbrica, riprendendo il lavoro sotto
controllo operaio.
Si bloccò per cinque ore con un “Piquete” la statale che arriva a Neuquen, poi si realizzò
davanti alla fabbrica poco distante la manifestazione dove si lanciò ufficialmente l’occupazione. Con ognuna delle persone che rappresentava
un’organizzazione portammo la solidarietà, Raul spiegò da dove provenivano i soldi e mise ai voti dei lavoratori ceramisti di dare una parte agli otto
della Del Valle. Voto unanime, si. Credo che ognuna delle organizzazioni che qui in FVG collaborammo con quei lavoratori, possiamo essere orgogliosi, la solidarietà e la coscienza politica che dimostrano è impressionante, mettendo quel lavoro al servizio della società, in collaborazione con gli ospedali e le scuole, con la comunità Mapuche, trovando un consenso nella società di Neuquen realmente molto alto. Arrivando a casi come quello dei carcerati.
Dietro la fabbrica ZANON si trova il carcere, che durante uno degli scioperi dei lavoratori
inviarono loro i propri alimenti da detenuti, manifestando cosi una profonda solidarietà. Finito lo sciopero, loro risposero ai carcerati costruendoli una
tettoia in ceramica, perché i familiari aspettavano all’intemperie durante i pressanti controlli. Oggi quelle famiglie sacrificano la vita per i
lavoratori della ZANON.
Però, fuori del momento pubblico c’è una vita quotidiana dove si devono affrontare problemi
enormi, da quelli familiari alla sopravivenza economica della fabbrica, dove ognuno deve fare la sua parte di produzione, prendendo tutti lo stesso
stipendio. Dove spesso i delegati sindacali dormono in fabbrica, per l’enorme mole di lavoro da realizzare.
Tutta questa pressione su di loro non sarebbe sopportabile in un clima umano decadente. Chiama
poderosamente l’attenzione la ricerca del saluto ogni mattina, dell’abbraccio, la preoccupazione per l’altro, il calore fra loro, l’aiuto pronto a
chi serve, consapevoli dello sforzo che ognuno sta compiendo.
Si legge in un loro volantino, questa vecchia frase:
“Lo sciopero ricorda ai padroni che la fabbrica non gli appartiene, perché fu costruita
con il sudore e il sangue, lo sfruttamento degli operai.
Lo sciopero ricorda agli operai che la lotta, è quella che crea coscienza è unità, quella che
dimostra nei fatti la possibilità di combattere il capitalismo”. Fattori umani senza i quali l’ideologia non trova gambe per camminare, loro lo stanno provando, come provano che “i lavoratori possono organizzarsi” perfino in Patagonia, persone normali: Huesito, Cepillo, Juan, Raul, Mariano, Manota, Chicho e tanti altri compagni.
Loro capiscono, che non sto lasciando lì solo del denaro e documenti di solidarietà, ma un
pezzo di speranza, quella di molti argentini e italiani che vivono in terre lontane, e che non si sono rassegnati.
Io capisco, che quelle ceramiche che porto nella mia borsa sono molto di più che semplice
terracotta.
“Ci proviamo”, dicono gli occhi di Mariano, mentre rassicuriamo le nostre personalità
promettendoci di ritrovarci in quella terra, di sogno e realtà.
Mi rendo conto di non essere obiettivo. Non credo che nell’analisi dei processi sociali esista obiettività, e in realtà penso che, chi afferma in questo
campo di esserlo mente spudoratamente. Nell’approccio c’è sempre il proprio pensiero, il cuore e il senso d’appartenenza inevitabilmente di classe,
per noi, dalla parte degli ultimi, di quelli che hanno perso, dei diseredati in lotta contro di chi porto il paese a questa situazione.
Non trovo un altro modo di farlo (non me lo consente la pelle, le viscere, il cervello) di fermarmi di fronte a determinate fotografie:
“Una donna, non più che ventenne con due figli piccoli nelle braccia, seduta nel marciapiede all’incrocio di
Cabildo e Juramento. Le sue urla strazianti chiedendo aiuto si sentono a due isolati di distanza.”
Nella in città di Buenos Aires, contando solo la capitale senza la periferia, 20.090 persone vivono in strada.
“All’incrocio di 9 de Julio e Corrientes, tre ragazzi fanno acrobazie con palline di gomma, davanti alle macchine
con il semaforo rosso, poi passano fra loro chiedendo monetine.”
Nella città di Buenos Aires 3 bambini su 10 è povero e 1 soffre
denutrizione, in alcuni casi anche grave.
“Due bambini giocano innocenti sul marciapiede, mentre i genitori cercano da mangiare nei bidoni della spazzatura”
Il 40% dei bambini poveri ha un coefficiente intellettuale di un 20% più basso di quelli non poveri, a causa della
denutrizione.
“In manifestazione, due ragazzi col passamontagna dipingono ASSASSINO sul marciapiede, a pochi centimetri dai piedi di
un poliziotto”.
Tra il 1992 e il 2001 sono usciti dal paese 60.412 milioni di Dollari. Il 53% di questi sono andati in banche degli Stati
Uniti.
“Una signora, chiaramente ex-classe media, si aggrappa al reticolato di fronte alla Casa Rosada (Palazzo del Governo)
per urlare: SIERVOS DE LOS YANQUIS!!!”
Su una popolazione di 35 milioni d’abitanti, 20 vivono nella povertà e 6 nell’indigenza. La disoccupazione reale
arriva al 40%.
“I Piqueteros si allineano con i pali, ad un metro di distanza della formazione di poliziotti. Disposti a tutto per
proteggere la manifestazione”.
Ha un significato particolare ritrovare una cara compagna e amica come Nora Podestà, soprattutto dopo il suo viaggio in
Italia nel 2002. Quasi a borbottoni ci raccontiamo le diverse situazioni e non è semplice descrivere, soprattutto per i compagni della Liga Argentina por
los Derechos del Hombre, il significato della battaglia per Diego Quinteros, poter iniziare a vederlo uscire dal carcere d’Ezeiza è una soddisfazione
enorme.
In mezzo al presidio contro il generale Brinsone, Nora porta davanti a me una donna esile, d’aspetto tenero: la madre di
Diego. Non potrò mai trovare le parole per descrivere quell’incontro con una giovane madre come lei, con il
senso profondo e carico del significato che ha per noi argentini la parola madre, lei ancora capace di calore
profondo, di grande forza nonostante le difficoltà che affrontò, trasmettendo affetto sincero a chi incrociammo il cammino della sua famiglia. A casa loro
conosco personalmente Diego con il suo braccio destro mancante, condivido con lui, la sua famiglia e Nora un pomeriggio ricordando le fasi di tutta la
campagna, trovando in quel giovane ragazzo un vero compagno. Un pomeriggio che lasciò chiaro il significato enorme di liberare con determinazione una
battaglia difficile in difesa dei diritti umani.
A Nora, per la Liga e i suoi progetti come quello a sostegno della famiglia di Diego Quinteros abbiamo consegnato 1700
Euro.
Sempre ricordando in modo ferreo la necessità di collaborare con i soggetti in lotta, sulla base di progetti concreti che
mettono sul campo oltre alla chiarezza politica nel ricercare una vera alternativa di potere, anche proposte per trovare soluzioni ai bisogni immediati
della popolazione. Con questa volontà abbiamo realizzato la campagna indirizzata al gruppo Piquetero Jovenes de Pie di Rosario, destinando a loro i soldi
del tesseramento 2002, per la costruzione di tre forni per il pane e orti comunitari.
La trovo nel terminal di Rosario, Gabriella Sosa, responsabile del gruppo mi aspetta con delle pizze e un fitto programma
di visite nei quartieri poveri di Magnano, Mono Block e la Lata.
In questi quartieri i problemi di droga, alcolismo, violenza sono molto gravi, e i bambini sono esposti particolarmente. Il
lavoro di Jovenes de Pie consiste in costruire centri comunitari, forni e orti proprio in mezzo a questi quartieri, tirando fuori della strada i bambini
facendo alfabetizzazione, insegnando loro a fare il pane e a coltivare, coinvolgendo le famiglie e costruendo assieme battaglie per migliorare le condizioni
di vita, e rivendicazioni più generali per il paese.
Con Gabriella conosco i forni costruiti, e quei bambini che impastano un pane diverso, con un altro sapore.
Sono tante le situazioni e organizzazioni che conosciamo cercando di capire il Movimento complessivo nel paese.
L’esperienza coraggiosa dei lavoratori della Chilavert e della Acrow, fabbriche occupate da qualche tempo con un coraggio che sorprende, e l’Assemblea
Popolare di Pompeya che si organizza per dare appoggio a queste fabbriche, raccogliendo per quei lavoratori alimenti ma anche offrendo il proprio petto di
fronte alla violenza della polizia, per conservare quei posti di lavoro.
Così conosciamo direttamente l’organizzazione piquetera Movimento Territorial Liberacion, condividendo con loro diverse
giornate nei quartieri dove lavorano e gli appezzamenti di terra occupati.
Sono presenti in gran parte del centro e nord del paese, a Buenos Aires hanno 29 centri comunitari. Nel ultimo anno sono
cresciuti trovando molto consenso sia in città sia in campagna, formano parte di loro settori che provengono da culture cattoliche come la Teologia della
Liberazione, Comunisti e Peronisti di Sinistra, non si considerano un’organizzazione di disoccupati bensì un movimento di liberazione, con una chiara
impostazione d’alternativa di potere e socialista. Nei quartieri propongono oltre i forni per il pane, orti comunitari, centri d’alfabetizzazione e
piccoli centri sanitari, anche la ricerca di lavoro vero sotto controllo operaio, con la costruzione di falegnamerie e officine per costruire attrezzi o
scarpe da ginnastica.
Nel quartiere Villa 21 a Buenos Aires mantengono un lavoro molto forte con le famiglie povere, affrontando i problemi di
denutrizione, sanitari, educazione, con un grave rischio per i militanti del MTL perché devono sfidare sul territorio le mafie della droga o del partito di
Menem e Duhalde. Qui è stato fucilato da un gruppo paramilitare Ramon Rodriguez del MTL, nella porta di casa sua nel dicembre del 2002. Questo “ Barrio” ha una storia tragica, qui militava Vicky Walsh la figlia del famoso giornalista Rodolfo Walsh, caduti entrambi sotto i colpi della Dittatura. Il 29 Aprile di 1976 vengono rapiti in quelle strade sei militanti che li lavoravano, passando a formar parte delle liste dei Desaparecidos. A metà degli anni 90, sotto il governo di Menem, gli abitanti del quartiere fondano l’associazione di difesa dei diritti umani “29 de Abril”in memoria dei militanti uccisi, poco dopo due compagni di questa organizzazione Felix e Pocho vengono fucilati. Quando la 29 de Abril s’integra al MTL viene ucciso Ramon. Proprio in questo quartiere ad alto rischio, il MTL vuole costruire un MERENDERO, una mensa e centro comunitario per i bambini e le loro famiglie, per straparli alle diverse mafie, alla prostituzione, la pedofilia, o la droga. Come Vientos del Sur abbiamo deciso di cercare di dare una mano alla costruzione di questa mensa, ritenendo il progetto veramente coraggioso e valido per affrontare le necessità della popolazione, e inoltre perché ci sembra il modo migliore di commemorare il sacrificio di Ramon. Come mi raccontava la stessa madre di Ramon, dietro la sua macchina da cucire: “Mio figlio ha dato la vita per cercare di dare una speranza a questa gente”.
Il nostro impegno umano e politico e quello di sostenere quella speranza, cercando qui in Friuli i fondi necessari per
costruire quella mensa.
Ritornando in Italia, le sensazioni e le immagini impresse sono tante, come quella della famiglia di Riva, manifestante
ucciso nelle giornate di Dicembre 2001, mentre deposita una placca con il suo nome il 24 Marzo durante la
manifestazione per il colpo di stato di 1976, nel luogo dove cade il loro figlio. Le colonne si fermarono accanto a quella famiglia, offrendo affetto,
solidarietà e molto di più. Credo che mai sentì tanto amore e odio nello stesso momento.
C’è una frase anonima che ho raccolto in un muro di Buenos Aires, che incarna il sentire di molti in diversi momenti
della nostra storia, lontana o recente:
“Il cadavere con la bocca aperta guarda il cielo senza vedere, la madre di tutti sostiene il caduto urlando e guarda
il fumo da dove arrivo la pallottola, incarnando l’impotenza della maggioranza degli umani”.
Reminiscenze d’altre tragedie della nostra “cara civiltà”.
Nonostante i massacri, la terribile povertà, il risultato di queste elezioni che garantiscono la continuità dei poteri
politici ed economici che portarono il paese in questa situazione, nonostante tutto c’è un popolo che lotta ostinatamente, resiste nei quartieri o nelle
fabbriche occupate, nelle piazze o nei picchetti, non vuole arrendersi al destino segnato per noi dal Fondo Monetario Internazionale e dagli USA.
Non posso affermare che ci sia spazio per l’ottimismo, sono dell’opinione che non c’è una situazione
“pre-rivoluzionaria” e chi dice questo non solo commette un errore, ma corre il rischio di portare fette della popolazione in un vicolo cieco.
Credo che si è aperto un cammino pieno di speranza, che il popolo argentino apri con sforzo e tanto sacrificio a partire dalle eroiche giornate del Dicembre 2001 e della resistenza Piquetera nella seconda metà degli anni 90. Tradurlo in un progetto concreto d’alternativa, per realizzare quel “QUE SE VAYAN TODOS”, cacciandoli via perché non andranno via da soli; “nessun potere si toglie la vita da solo” diceva qualcuno: dipenderà dalla nostra capacità di trovare e costruire unità, dando luogo a soggetti che possano raccogliere nelle sue viscere le culture di lotta del nostro popolo, la sua identità ed esperienza, superando settarismi, il cannibalismo tra le organizzazioni popolari o il ruolo di giudici supremi dello sforzo altrui. Siamo proprio di fronte alla grossa opportunità di costruire il nostro TERZO MOVIMENTO STORICO, per smettere di essere una colonia e liberare il popolo argentino. I processi sociali senz’altro sono lunghi, pero s’intravedono sforzi che raccolgono quelle parole care della nostra storia: “Hasta la Victoria Siempre”, “Patria o Muerte”, “Libres o Muertos Jamas Esclavos”, gettando fondamenta culturali, umane e politiche nelle nuove: ”Ocupar, resistir, producir”, “Trabajo genuino”, “Sin miedo a ser felices”.
Come diceva Mariategui, senza copiare, lasciando libera la creazione eroica dei popoli, consapèvoli che solo il popolo
salverà al popolo.
Quel cammino di speranza non è un semplice desiderio, sì tocca con mano in ogni resistenza nonostante le difficoltà,
nell’agire quotidiano di Gabriela con i bambini di Rosario, nel coraggio del Chino e dei compagni dell’Assemblea di Pompeya occupando l’albergo Bauen
o la tipografia Chilavert, nelle consapevoli parole e sorprendente volontà nella lotta di giovani compagni come Juan Manuel di HIJOS e di David del MTL,
nell’analisi lucido di Claudia Korol dell’Università delle Madri, nell’enorme capacità politica ed organizzativa dei lavoratori della ZANON,
in quel pugno alzato al cielo di Nora, che esce dal finestrino di un autobus salutandomi il giorno prima di rientrare in Italia, mentre si dirige a
difendere il prossimo prigioniero politico.
Oggi più che mai, dipende da noi Argentini, da tutti noi Latino Americani.
Fabio A. Beuzer Ass. Argentina
Vientos del Sur 19
Maggio 2003
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Lettera del Sindacato Ceramista di Neuquen e dei lavoratori della ZANON alla solidarietà del
Friuli Venezia Giulia.
In queste poche righe vogliamo ringraziarvi profondamente la vostra solidarietà verso i lavoratori Argentini in
generale, e verso gli operai della Zanon in particolare. Il contributo realizzato da voi al nostro fondo di sciopero, è stato di grossa utilità pratica, e
furono destinati in questo modo: un terzo ai compagni della Ceramica Del Valle, (fabbrica occupata e in lotta nel territorio di Neuquen), un terzo al Fondo
di Sciopero Nazionale delle Fabbriche Occupate, e un terzo con i compagni del Movimento dei Lavoratori Disoccupati di Neuquen, con cui stiamo costruendo una
falegnameria.
Però oltre l’importanza pratica del vostro contributo, riscattiamo profondamente il gesto di
solidarietà di classe internazionale, da voi dimostrato. E questo per noi è la cosa più importante.
I lavoratori non hanno frontiera, e la nostra fratellanza deve essere un obiettivo comune
d’ogni militante che rappresenta la classe operaia. L’imperialismo globalizza la miseria in tutto il mondo, oggi più che mai dobbiamo opporre l’unita
internazionalista dei lavoratori, del popolo, insieme agli studenti, Movimenti Antiglobalizzazione, ecc.
Da Latino America, dall’Argentina, da Neuquen, dalla Zanon Sotto Controllo Operaio, il nostro
profondo saluto e un forte abbraccio ad ogni compagno che rende possibile riscattare una delle migliori tradizioni del movimento operaio,
l’internazionalismo. Grazie di cuore.
Raul Godoy Segretario del Sindacato
Ceramista di Neuquen
Due momenti lontani, due epoche diverse:
1930 – 2000
Due momenti legati dal sottile filo della repressione violenta esercitata sugli emarginati e su coloro che
si ribellano ad essa. Due vicende cronologicamente lontane ma eticamente uguali per rappresentare come la strategia del terrore violento possa annullare i valori più forti
della libertà.
“JOSE’ FELIX URIBURU” è il nome che porta il ponte che attraversa il “Riachuelo”, per la vergogna di tutti noi, i mille
che attraversano ogni giorno il “RIACHUELO” e che devono soffrire l’ignominia di leggere il nome di chi esercitò la forza bruta contro la dignità e
la libertà. OTTOBRE 2002
Tre ragazzi poverissimi “cartoneros” tra i 14 e 15 anni; senza casa né famiglia; essi dormono all’aperto, riscaldati dai loro
indumenti e dai cartoni che riescono a trovare vicino ai bidoni della spazzatura. Quella sera vogliono sorridere, dimenticare, sognare, non hanno mai visto
una discoteca, vogliono ballare con quei quattro pesos guadagnati nella giornata. Cercano un Remis (Taxi) per
raggiungerla. Il cancello dell’ autorimessa è chiuso e loro bussano forte, le mani trepidanti di tre innocenti che, ansiosamente, cercano un angolo di
spensieratezza.
I figli dei massacratori sono cresciuti…ed occupano..per diritto il loro posto sulla macchina scura della polizia che inchioda e si
ferma.
I tre innocenti vengono trascinati con forza all’interno della macchina e vengono portati lì, sul ponte del Riachuelo. L’inverno
freddo rende l’aria tagliente e l’acqua terribilmente gelida. Vengono brutalmente obbligati a buttarsi in quelle acque per verificarne la capacità di
nuotatori.
Solamente due si salveranno; il terzo verrà ritrovato più a valle, nel fondo melmoso,
avvolto da ARBUSTI, ALGHE E STERPAGLIE.
Il pianto e la disperazione dei familiari ed amici sensibilizzò l’opinione pubblica per
poco meno di due giorni. Si seppe più tardi che questo genere d’interventi, da parte della polizia, erano di routine ed effettuati quotidianamente e
guarda caso, rivolti sempre verso la fascia più povera ed emarginata della popolazione.
Certamente, tre studenti dello “CHAMPAGNAT”, rinomato collegio studentesco d’elite, non sarebbero nemmeno stati sfiorati dallo
sguardo dei poliziotti criminali.
Si seppe inoltre che i due ragazzi sopravissuti non volevano esporre denuncia per paura perché crudelmente minacciati.
JOAQUIN PENINA, I TRE RAGAZZI CARTONEROS. 1930, 2002. Nulla è cambiato nella strategia della repressione violenta per soffocare la
libertà d’espressione, d’organizzazione, di pensiero, di critica, di manifestazione, duramente conquistate in secoli di lotte.
Tutti i massacratori sfilano sullo schermo, attraverso i loro figli. Massacratori che tolsero il sole dalla bandiera per rimpiazzarlo
con l’attrezzo dello shock elettrico. Coloro che assistevano alle messe come “Agnelli di Dio”. Mostri freddi che volevano dormire nei loro letti, ma
che costringevano le donne incinte a partorire sul pavimento con le mani legate. La peggiore delle sporcizie umane, la violenza in divisa contro la maternità.
Il mercantilismo universale che affoga tutte le relazioni umane nelle gelide acque del “calcolo egoistico”. Il mondo non è un
“genere di scambio”. La natura, la vita, i diritti dell’uomo, la libertà, l’amore e la cultura NON
SONO MERCI DI SCAMBIO. La disuguaglianza economica che produce repressioni discriminanti nei confronti dei disoccupati, dei piqueteros, degli emarginati,
delle popolazioni indigene. Echi devastanti di pulizie etniche mai terminate. Interminabili effetti della globalizzazione imperialista.
Facciamo nostro il sogno zapatista come obiettivo da perseguire, come porto da raggiungere, la
realizzazione di un mondo in cui entrino molti mondi, riaffermando la ricchezza, rappresentata dalla diversità culturale e il
contributo unico ed insostituibile d’ogni popolo, d’ogni cultura, d’ogni individuo.
Gladys CudisAss. Argentina Vientos del Sur
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