“NUEVOS HORIZONTES”

la madre di tutte le strategie.

Alberto Di Giusto                                                                                                        Agosto 2001

      Di fronte alla crisi per una recessione strutturale senza precedenti, all’elevato costo finanziario e militare per mantenere fluido l’approvvigionamento del petrolio dal Medioriente, ed al nuovo rapporto di forze con l’Unione Europea, per gli Stati Uniti e le multinazionali che vi risiedono si profila la necessità –secondo i propri concetti di sicurezza e di sopravvivenza-- di allargare i propri confini e di appropriarsi delle risorse naturali dei nuovi territori conquistati. In questo schema, non vedono un’altra via che annettere i territori latinoamericani come una colonia allo stile del Puerto Rico, o come soci minoritari e sottomessi in un mercato vasto che vada dall’Alaska alla Terra del Fuoco (ALCA).

      La Dottrina che chiama a questo compito è quella che risponde al nome di “Nuevos Horizontes”. Parte dalla Dottrina della Sicurezza Nazionale degli anni ’60/’70 e raccoglie le esperienze della Dottrina Reagan degli anni ’80, modificandone le strategie strutturali verso il subcontinente. Qui il modo come si sviluppa e come si attua stimolando i diversi conflitti nel subcontinente.

Un po’ di storia.

 Già dal lontano 1954, dopo aver rovesciato violentemente il presidente Arbenz in Guatemala perché aveva attuato in favore dei piccoli contadini una riforma agraria che toccava gravemente gli interessi dell’United Fruit, gli Stati Uniti erano talmente preoccupati per le implicazioni etiche dell’operato delle loro forze armate all’estero che la Commissione Doolittle, dopo un lungo studio, esprimeva chiaramente:

 

“Affinché ci sia una politica nazionale statunitense destinata a badare agli interessi strategici, è necessario contare su un’organizzazione psicologica, politica e paramilitare aggressiva e sotto copertura. Dev’essere ancora più efficiente, e se fosse necessario, più spietata di quella impiegata dal nemico…Non esistono regole in un gioco di questo tipo. Se gli Stati Uniti vogliono sopravvivere, si devono riconsiderare i concetti tradizionali del fair play (gioco pulito). Dobbiamo sviluppare un servizio efficace di spionaggio e contro spionaggio, ed imparare a sovvertire, sabotare e distruggere i nostri nemici con metodi più astuti e più sofisticati di quelli che vengono usati contro di noi. E’ necessario che il popolo statunitense sia coinvolto, capisca ed appoggi questa filosofia così ripulsiva.”

 

Nel 1955 appoggiano il rovesciamento del presidente Peròn in Argentina. Nel 1959 e nel 1960 limitano all’interno dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) il principio di non intervento proclamando la necessità di salvaguardare il sistema democratico rappresentativo. Nel 1961 programmano l’invasione a Bahia de Cochinos. Nel 1962 ottengono che Cuba sia cacciata  dall’organizzazione regionale.

Si siglano patti bilaterali d’assistenza militare, si aprono le porte della famigerata Scuola delle Americhe nella zona del canale di Panama per gli ufficiali latinoamericani. Si aprono uffici di relazioni militari nelle ambasciate di ogni Paese dell’America Latina.

Nel 1964 autorizzano il golpe militare in Brasile e  fanno le prime leggi del blocco economico contro Cuba. Nel 1965, forze speciali di marines, sbarcano in Santo Domingo per impedire che un gruppo di militari rovescino il governo “amico” e restituiscano al Paese l’ordine costituzionale. Nel 1966 appoggiano il golpe di Stato contro il presidente Illia in Argentina. Nel 1967 creano il corpo dei Rangers in Bolivia per annientare la guerriglia del Che. Nel 1973 finanziano e promuovono il golpe contro il presidente Allende in Cile e instaurano la dittatura di Pinochet. Nel 1974 appoggiano il “golpe bianco” in Uruguay. Nel 1976 appoggiano il golpe di Stato in Argentina e si insedia la dittatura di Videla. Il Plan Condor, per la coordinazione della repressione nel subcontinente, viene corretto, perfezionato ed approvato dalla CIA.

 

            E nel 1979, Gorge Shultz, in “Low-Intensity Warfare: The Challenge of Ambiguity”, aggiungeva:

 “Questa nazione ha difeso sempre la legge internazionale, la risoluzione pacifica dei conflitti ed ha preso la Carta delle Nazioni Unite come un codice di condotta per la comunità mondiale. Ma ci sono eccezioni specifiche per il caso dell’autodifesa: abbiamo il diritto inalienabile di usare la forza là dove gli interessi strategici statunitensi vengono minacciati.”

La Dottrina di Sicurezza Nazionale degli anni ’70 diceva:

 La Terza Guerra Mondiale è in atto. Il terreno dove si svolge è l’interno di ogni Paese e il nemico non è più visibile dato che è composto di una truppa camuffata nello stesso tessuto sociale: studenti, operai, anche preti, intellettuali e lavoratori sociali sono i portatori del germe che vuol distruggere la cultura occidentale e cristiana. Dobbiamo opporci con la fermezza necessaria, moriranno tutti quelli che dovranno morire. Annienteremo prima i guerriglieri, poi i loro seguaci, dopo tutti i fiancheggiatori e simpatizzanti, e per ultimi, anche gli indecisi.”  (Gral. Iberico Saint Jean, Argentina, 1975).

             Per capire le nuove concezioni strategiche degli Stati Uniti verso il Latinoamerica, dobbiamo risalire alla Dottrina della Sicurezza Nazionale e le successive modifiche. Queste conformarono quella che fu poi chiamata la Dottrina Reagan.

            Si può dire che questa è nata nell’anno 1980, nella XIII Conferenza degli Eserciti americani, svoltasi a Mar del Plata, Argentina, e che ha segnato un cambiamento importantissimo nel concepire i conflitti mondiali. I teorici militari che avevano studiato la guerra del Vietnam in profondità erano arrivati alle seguenti conclusioni:

 -          Le forze in campo che avevano sconfitto la più potente macchina di guerra del mondo non erano stati soltanto militari. I teorici avevano scoperto che i vietnamiti avevano creato un legame indissolubile tra i civili ed i militari tramite la cultura, le idee, la psicologia sociale, la persuasione, il dibattito approfondito, la propaganda. Questa miscela aveva prodotto un esercito invincibile che combatteva immerso in una mistica indistruttibile. Questi canali, che facevano fluire informazioni dal basso verso l’alto e viceversa, furono usati dai vietnamiti come un’arma potente per resistere all’invasione e preparare la popolazione alla guerra (ed alla sofferenza) prolungata.

-          Gli Stati Uniti avevano considerato il nemico come un corpo fisico portatore di un’ideologia da annientare e, con la teoria semplice del conflitto ad alta intensità, si riteneva che bastasse un altissimo potere di fuoco per imporre un’altra correlazione di forze. Al nemico non dovevano restare che due alternative: morire od arrendersi. I fatti dimostrarono quanto quest’ipotesi fosse sbagliata.

-          La popolazione statunitense, inoltre, non era stata preparata ad appoggiare un conflitto di questa portata e non era per niente convinta della giusta causa. Iniziò a protestare e vinse anche la battaglia all’interno del Paese per i propri diritti. Con manifestazioni popolari, alcune abbastanza violente, negarono il diritto allo Stato di inviare soldati di leva a morire oltre i confini per cause che non consideravano moralmente giuste. L’inganno mediatico non funzionava più. La partecipazione diretta degli eserciti degli Stati Uniti in conflitti di questo genere doveva essere ripensata ed evitata: perciò fu abrogato il servizio militare obbligatorio, si riconvertirono gli organici delle forze armate usando professionisti adeguatamente addestrati e si crearono le Forze di Sviluppo Rapido (invasione a Grenada e Panama) e le Forze di Operazioni Speciali (“contras” in Nicaragua e contro insorgenza in Guatemala ed in El Salvador).

-          La Dottrina della Sicurezza Nazionale con cui si pretendeva di frenare la presenza del nemico nella scena latinoamericana aveva causato lo stesso effetto. A parte la miopia di considerare ogni movimento di liberazione latinoamericano come un prodotto sovietico, la Dottrina interpretava ogni manifestazione culturale, religiosa, o politica come sovversiva all’ordine costituito e attaccava col terrore e con mezzi militari pesanti i rappresentanti popolari, distanziando le forze armate dal resto della popolazione. Ogni mossa politica od economica appoggiata su quella dottrina provocava subito un rifiuto viscerale in seno a tutta la comunità.

-          La creazione delle tantissime feroci dittature militari, l’instaurazione del pesante debito estero (rifiutato da tutta la popolazione che lo subisce); l’ascesa poi al potere di politici populisti corrotti; lo svuotamento del patrimonio economico e culturale di quasi tutti i Paesi del subcontinente; il genocidio di intere generazioni; l’esilio forzato per milioni di persone, l’assassinio politico, il sequestro e la tortura, il terrore di Stato, il sequestro di bambini, le violenze sulle donne, la repressione brutale, ideologicamente parlando, non avevano portato nessun beneficio positivo agli interessi nordamericani nella regione. Sebbene contassero sul sostegno di una dirigenza politica fedele più per convenienza economica che per convinzione ideologica, la popolazione si è dimostrata sempre distante, critica e sempre pronta ad alzarsi e sollevare proteste. Ossia, nessun consenso popolare alle misure di dissanguamento era stato raggiunto.

 

-          “L’unica soluzione possibile è quella di vincere sulla mente degli avversari... Si arriva allora alla consapevolezza che la Sicurezza Nazionale, nel suo nuovo concetto, esige la partecipazione attiva di tutta la comunità e non soltanto del potere militare, che si indebolisce e si mostra insufficiente quando manca l’appoggio generalizzato per la conduzione di una politica che, attualmente, è così ampia e complessa”. (La Seguridad Nacional en las relaciones internacionales; colonnello® Rodolfo Gustavo da Paixao Netto, Brasile, Centro Latinoamericano de Estudios Estrategicos, 1987.)

 

-          Perciò, si è dovuto ammettere che se non si vinceva sulla mente della gente, non c’era vittoria sicura e duratura. E questo non era compito delle forze armate così come erano state concepite finora.

-          Si doveva, perentoriamente, costruire un consenso generale di base basando l’azione sull’utilizzo delle operazioni psicologiche e di propaganda civica. Si concepisce quindi il conflitto di bassa intensità come una guerra totale, integrale ed a livello di base:

 

-          La guerra è essenzialmente una guerra politica. Perciò il suo campo di operazioni eccede i confini territoriali…l’essere umano dev’essere considerato come l’obiettivo prioritario in una guerra politica e come il bersaglio militare più importante. L’essere umano ha il suo punto più critico nella mente. Una volta raggiunta la sua mente, è stato vinto l’ animale politico, senza ricevere necessariamente proiettili…Questa concezione della guerra politica richiede che le Operazioni Psicologiche si trasformino nel fattore determinante dei risultati. Il bersaglio è quindi la mente delle persone, la mente della popolazione; di tutta la popolazione. Delle nostre truppe, delle truppe nemiche, della popolazione civile.” (“Manuale di Operazioni Psicologiche nelle guerre di guerriglie”, CIA, Stati Uniti, 1985)

Nella XVII Conferenza degli Eserciti, in 1987, la missione nordamericana ha concentrato gli sforzi nell’intenzione d’istituzionalizzare la lotta contro il narcoterrorismo e ha creato le basi per l’umanizzazione dei conflitti di bassa intensità. Inoltre individua la sovversione nella cultura e in questo quadro, il movimento religioso diventa minaccia ideologica primordiale. La suddetta sovversione starebbe assumendo strategie rinnovate e perciò sarebbe insufficiente ed inadeguata la modalità di lotta controinsorgente classica. Secondo i teorici statunitensi sarebbe presente la penetrazione ideologica, via principale della presente azione sovversiva, la cui ispirazione nodale verrebbe dall’opera di Antonio Gramsci. Secondo questa prospettiva, la sovversione opererebbe nel campo educativo, nei mezzi di comunicazioni, nelle arti, nella morale sociale (sessuale e familiare), nei centri di pensiero e, particolarmente, nel terreno religioso. Perciò i documenti preparatori della XVII Conferenza si occuparono principalmente della Teologia della Liberazione.

 Nasce  “Nuevos Horizontes”

 A partire dalla caduta del muro di Berlino e con la fine del comunismo sovietico si è verificata la necessità di rivedere le vecchie ipotesi di conflitto e di stabilire con precisione chi è il nuovo nemico. Il Pentagono si è mostrato veloce nella risposta: il nuovo nemico degli interessi nordamericani sono tutti i Paesi poveri del Terzo Mondo che hanno o producono materie prime essenziali alla sicurezza degli Stati Uniti (Conferenza della NATO, 1992).

 Come nuova potenza egemonica nel mondo, la conquista delle ricchezze strategiche è quasi a portata di mano, ma il problema che si presenta ora è come ottenerla se sarà difesa fino alla fine da una popolazione che non ha niente più da perdere se non la vita. Come si interverrà in questi nuovi scenari? Direttamente, oppure si riformuleranno nuove condizioni nelle alleanze già in atto?. La crescita di un’Europa che si unisce in un mercato solido mette gli Stati Uniti davanti ad un’altra ipotesi di guerra fredda. Il consistente indebitamento interno ed estero che può portare ad una recessione catastrofica, il costo elevato dei conflitti del Medioriente per mantenere l’approvvigionamento energetico attuale hanno portato i teorici politici a considerare che è arrivata l’ora di mettere in campo la vecchia dottrina Monroe: America per gli americani. Tutta l’America! Così hanno iniziato a considerare la prospettiva di annettere il Latinoamerica come una galassia in più dentro la bandiera a stelle e strisce.

La Dottrina “Nuevos Horizontes” supera ora la Dottrina Reagan e la perfeziona. E’ una riformulazione strategica già in atto almeno dal 1996, che sicuramente perdurerà nel tempo e che produrrà inoltre conflitti di bassa intensità. Questo significa guerre non convenzionali (antiterrorismo, controinsorgenza e controrivoluzione, lotta al narcotraffico, ecc.). Comprende anche sfide ideologiche e globalizza le lotte per imporre un modello di società unico. Propizia uno schema di democrazie ristrette, legate con un vincolo indissolubile all’ideologia della potenza onnipresente, passibili di essere ricattate per mezzo del debito estero. Sottomesse ai dettati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, accetteranno senza indugi la religione del neoliberismo e dell’economia di mercato .

Il Dipartimento di Stato ed il Pentagono stanno diffondendo tra le gerarchie militari latinoamericane, ammorbidita nel linguaggio, la nuova Dottrina:

          Ipotesi di conflitto: Guerra economica degli Stati Uniti con l’Unione Europea e con il Giappone. Recessione economica e crescita insufficiente.

Obiettivo strategico di difesa: Costruire una fortezza impenetrabile e capace, per il suo proprio peso, di influire in tutto il mondo. Imporre regole unilaterali mobili e diverse in ogni campo d’azione. Distribuire le spese dei conflitti e concentrare i benefici.

Strategie:

Azione geopolitica: “Nuevos Horizontes”, Piano Colombia, ALCA. Uso coercitivo del debito estero e dei piani d’aggiustamento strutturali del FMI.

Azione culturale: Imporre il  “pensiero unico” del neoliberismo e della globalizzazione. Penetrazione ideologica attraverso l’azione psicologica, la propaganda oppure col terrore.

Azione economica: Promuovere la privatizzazione dei monopoli nazionali. Forzare la consegna delle industrie strategiche. Accaparrarsi le grandi opere pubbliche. Sottomettere le economie nazionali alle forze oligopoliche multinazionali.

Obiettivi: Appropriarsi della biodiversità, delle risorse energetiche (uranio, petrolio), delle risorse idriche e minerarie amazzoniche. Controllare l’ordine costituito nel “cortile di casa”. Assicurarsi il trasferimento delle ricchezze dalla periferia verso il centro. Ottenere vantaggi relativi per diminuire i costi di produzione utilizzando le variabili economiche più convenienti in ogni regione del subcontinente.

 L’impegno è coerente con la fase attuale dello sviluppo dottrinario che mira a costruire un consenso emisferico generalizzato intorno ai rivitalizzati disegni. Si tenta di creare un’alleanza civico-militare che porti ad evitare l’intervento militare diretto degli Stati Uniti nei conflitti che si solleveranno nella creazione di un capitalismo democratico di mercato. Tutte le armi della psicologia di massa, della propaganda, della persuasione, sono pronte dal tempo che Francis Fukuyama, sovvenzionato dalla Fondazione Olin, ha scritto il manifesto neoliberista in cui dichiarava la morte delle ideologie. Si stanno applicando oggi giorno in tutto il Centro America ed in quello che è stato chiamato il Triangolo di Fuoco: Colombia, Ecuador e Venezuela.

 L’anno scorso, lo stesso Fukuyama ha prodotto un altro manifesto “filosofico” su cui appoggiare gli interventi:

“…storicamente, l’umanità è finita. L’uomo ha raggiunto nella sua evoluzione un punto così elevato che è capace di creare il paesaggio e la vita che lo circonda…Non si ferma già alle dimensioni del pianeta, conquista mete nel profondo universo, ha domato l’atomo, può creare e modificare la vita…Si è distaccato dalla sua proprietà di animale intelligente ed ha raggiunto uno stato diverso, molto più in alto”.

Con queste dichiarazioni, manipolando arbitrariamente la “Teoria dell’evoluzione delle specie” di Darwin, giustifica tacitamente le azioni che gli “evoluti” attueranno contro chi ancora non avrà raggiunto “naturalmente” quello stato sovrumano “molto più in alto”. I nuovi Cromagnon avranno la coscienza pulita quando mangeranno noi, arretrati Neanderthal!!!

Quando il piano è l’annessione del Latinoamerica, l’appropriazione delle risorse idriche, minerarie, energetiche e di biodiversità del subcontinente in modo diretto (e di tutto il mondo in modo indiretto), questa dottrina dev’essere considerata come la madre di tutte le strategie in atto contro l’umanità.

Quindi, per gli Stati Uniti si tratta ora di risolvere il problema della legittimità del potere politico; si tratta non solo di non metterne in atto di nuove ma di rovesciare le contraddizioni esistenti tra le forze armate e la società civile espresse attraverso le dittature aperte degli anni’60 e ‘70. Ora, non lo dimentichiamo, il bersaglio è la nostra mente.

 La Dottrina “Nuevos Horizontes” appare così come uno schema aperto, non soggetto a rigidi preconcetti. La preoccupazione fondamentale è stata come riconciliare lo Stato democratico con i principi della Sicurezza Nazionale. In questo caso è stato necessario rimuovere la gerarchia dei valori democratici per adattarli alle nuove esigenze: caso per caso, regione per regione, zona per zona, interesse per interesse. In alcuni casi si abbandonano i vecchi alleati, ora inservibili ed impresentabili (Pinochet, Videla, e tanti altri macellai) per promuovere una “riconciliazione” civico-militare; in altri si mantengono oleate le macchine del terrore. Allora si spiega la mutazione degli atteggiamenti nel Triangolo Colombia-Venezuela-Ecuador, tutte e tre produttori di petrolio e confinanti con il bacino amazzonico. Violenza e terrore senza limiti nel primo, operazioni diplomatiche nel secondo, imposizioni senza freno al terzo.

Come si concepisce lo sviluppo dei conflitti? Prima, la Dottrina della Sicurezza Nazionale parlava di una guerra totale ed integrale (politica, economica, psicologica e militare) ed il nemico era interno, ossia la popolazione nazionale. Con la Dottrina Reagan si parlava di una nuova gerarchia: si pensava che l’aggressione doveva essere ideologica. Un’aggressione indiretta alla cultura occidentale e cristiana, una sovversione culturale, con un nemico presente interno. Con “Nuevos Horizontes” si concepisce un’aggressione globale agli interessi economici e culturali dell’economia di mercato e le ipotesi di conflitto si fanno allora globali: chi non entra dentro il mercato è fuori. Ed i desechables, gli emarginati, gli intellettuali non sposati col potere costituito e con i suoi think tanks, i poveri, i professionisti che agiscono nel campo sociale, gli studenti, tutti, sono considerati potenzialmente nemici; “non evoluti sufficientemente”. Secondo la filosofia di Fukuyama,  o si vince sulle loro menti affinché accettino passivamente i nuovi dogmi oppure subiranno il pericolo di estinzione.

Ma come attuare una guerra, anche di bassa intensità, contro una massa così grande che comprende l’ottanta per cento della popolazione del continente?

L’espansionismo mondiale non cerca l’interpretazione del mondo ma una tecnica di conquista e di possesso del mondo”. (Carlos Meira Mattos – Seguridad nacional, ideologia o necesidad inherente de conquista?, Brazil, 1988).

Il principale obiettivo è di accaparrarsi le ricchezze del subcontinente, e con il consenso (attivo o passivo) della popolazione locale. Per far ciò, è imprescindibile attuare una strategia di avvicinamento, per cui si rende  necessaria la  presenza effettiva.

         “Il Gruppo è organizzato per gestire una guerra psicologica in appoggio a tutto un intero teatro di operazioni. Le risorse di un battaglione strategico di operazioni psicologiche includono un radiotrasmettitore AM di 50.000 watts per emissioni a grandi distanze ed una stazione mobile radio per monitorare, capace di ascoltare tutte le emissioni del mondo. Il battaglione conta anche con equipe di stampa portatile che può produrre non meno di 800.000 volantini a colori al giorno, riviste di qualità, libri, insigne, posters, ecc….Conta anche con un gruppo di linguisti capace di tradurre materiale in qualsiasi lingua o dialetto... Il gruppo fa suo il “comportamento del popolo”; ossia vivono, si lavano, mangiano e giocano come e con i contadini. Certi indigeni vengono selezionati per la loro grande capacità di comunicare con gli altri, di andare d’accordo con tutti.  L’obbiettivo principale è discutere persuasivamente con i contadini, a faccia a faccia, durante il lavoro comune, durante il pranzo, nelle feste. Si fornisce al personale un bagaglio assortito di barzellette, racconti folkloristici e canzoni. I Gruppi di Motivazione sono la ‘faccia blanda’ nella guerra di bassa intensità, ma ottengono più cose di un bombardamento a tappeto”.(Peter Watson, “Guerra, persona e distruzione. Usi militari della psicologia”. Messico, 1982)

  Questo permette di stabilire rapporti di amicizia e di usufruire benefici a cui d’altronde non arriverebbero mai in alcun altro modo. Le brigate militari che si recano nelle zone disastrate da catastrofi naturali o dimenticate dai loro governi locali, fanno arrivare materiale medico, insegnanti, ingegneri per costruire scuole, strade ed ospedali. Curano le persone e gli animali; forniscono occhiali, protesi dentarie e vestiti sgargianti. E portano anche soldi, tanti soldi!!!. Accompagnano i battaglioni grandi casse con volantini, con radio, con televisioni a circuito chiuso, con musica. Si inseriscono gradualmente nella mentalità della gente che non vede più i militari come quelli che portano distruzione e morte, ma come quelli che guidano un bulldozer e si inzuppano le mani nella malta per alzare una parete. Gli stranieri imparano la lingua locale e gli indigeni iniziano a balbettare frasi in inglese nelle festicciole del dopo lavoro.

Con le truppe locali, i soldati USA stabiliscono un rapporto di vera fratellanza, si scambiano informazioni e provano le nuove tecniche di raccolta “morbida”. Si discute di nuove concezioni del militarismo e si prepara il terreno per la coordinazione delle attività tra agenzie. Quando vanno via, resta un vuoto che nessuno riesce più a riempire. Il consenso è riuscito.

 Nuevos Horizontes” è anche il nome che dal ’97 viene dato a questi operativi di “assistenza civica umanitaria” in Latinoamerica. Battaglioni interi provenienti dal Comando Sud delle Forze Armate degli USA, coordinati dall’ U.S.Army Riserve e dal Dipartimento di Difesa, partecipano a queste operazioni. Gli esercizi sono disegnati per impiegare i soldati nordamericani in azioni di ingegneria sociale e psicologia di massa, ma forniscono anche intelligenza strategica, misure e contro misure di sicurezza nel quadro delle manovre che fanno assieme alle forze armate locali; attraverso politiche di relazione pubbliche stabiliscono le basi per sviluppare relazioni regionali ed alleanze personalizzate.

Dal 1997 fino ad oggi, gli interventi di “occupazione pacifica” si sono verificati in diverse opportunità nei Paesi che sono elencati qui sotto, assieme alla somma preventivata per le spese d’acquisto di materiale nel territorio:

 

Antigua e Barbuda                                   585.000.- dollari USA

Belize                                                    9.200.000.-

El Salvador                                           1.730.000.-

Grenada                                                   610.000.-

Haiti                                                       6.790.000.-

Jamaica                                                    550.000.-

Nicaragua                                                 885.000.-

Trinidad e Tobago                                    535.000.-

Bahamas                                                  947.000.-

Bolivia                                                      550.000.- più l’istallazione di una base militare con

                                                                                 400 soldati a Boyuibe nel Chaco (SE di

                                                                                  Bolivia, al confine con l’Amazzonia)

Domenica                                                 300.000.-

St.Kitts and Nevis                                     180.000.-

Rep. Dominicana                                      350.000.-

 

Ecuador                                                 1.025.000.- più l’istallazione di una base militare a

                                                                                  Manta.

Honduras                                             11.230.000.-

Santa Lucia                                              340.000.-

Panama                                                 5.000.000.-

Guyana                                                  7.000.000.-

(Fonte: Dipartimento di Difesa USA e Southern Command – “News Horizon” – 2001)

 

Non è necessaria tanta fantasia per immaginare cosa può significare l’arrivo di tanti soldi in zone disastrate da calamità come l’uragano Mitch e quall’è il sentimento popolare quando questi dispendiosi “soldati della pace” vanno via, lasciando la gente di nuovo in balia alla miseria.

 

Si ignorano i finanziamenti per il Guatemala ed il Paraguay e cosa si sta orchestrando in Messico, Venezuela, Argentina, Brasile, Cile e Uruguay. Ma attraverso Ongs impegnate nel campo del sociale, ci arrivano denunce di pressioni sul governo argentino per creare una base militare nella provincia di Misiones, vero cuneo tra il Paraguay ed il Brasile (e confine Sud dell’Amazzonia). Dal Messico e dal Guatemala ci arrivano le denunce popolari contro l’insediamento (senza una legge parlamentare che lo permetta) di più di 400 soldati USA nella zona di El Petèn. Guarda caso, zona ricca di petrolio e confinante con il Chiapas messicano e zona dove opera il movimento dell’EZLN. Secondo il Southern Command vi è previsto l’insediamento di 12.000 soldati in tre trance durante il 2001. Si muovono anche le Ongs, i partiti d’opposizione ed i sindacati nel Paraguay contro quello che è stata chiamata “l’invasione permessa dai soldati yankees”: sono entrati in Asunciòn, senza che la cittadinanza sia stata informata o consultata, più di 500 soldati destinati ad un misterioso esercizio inter forze.

Il Piano Colombia copre con l’eufemismo dell’aiuto economico ed umanitario un piano militare micidiale che va oltre l’annientamento della guerriglia. Persegue lo sradicamento delle popolazioni locali per permettere l’occupazione militare delle grandi zone con giacimenti di petrolio e l’appropriazione delle risorse minerarie e di biodiversità. Qui, in questo Paese martoriato da una violenza che dura più di sessanta anni, non si impiegano le tecniche persuasive della guerra psicologica: si usano i paramilitari per diffondere il terrore delle amputazioni con la motosega, dei collari bomba, delle donne violentate, dei bambini squartati. Non ci sono dati a mano che ci informino quanti soldi ha speso la Colombia e quanti ne hanno stanziati gli Stati Uniti per montare la finzione di un governo impotente perseguitato dal narcotraffico e da una guerra civile ereditata; quanti sforzi per sottomettere un popolo allegro e pacifico a questo supplizio infernale?. Ma il Piano Colombia vale 7 miliardi di dollari di cui 2,5 dovranno uscire delle casse colombiane. Questo vuol dire che un popolo vittima di una guerra di sterminio e costretto a far fronte ad un debito estero pesantissimo, deve continuar a pagare per essere ucciso.

Con il Venezuela di Hugo Chavez le cose vanno su un altro binario: ci sono relazioni tese ma di cordiale rispetto. Possibilmente gli Stati Uniti dovranno risolvere la questione colombiana prima di attaccare frontalmente uno dei principali fornitori di greggio (il 34% del petrolio che consumano gli Stati Uniti proviene dai pozzi venezuelani). Chavez paga puntualmente le sue quote di debito estero mentre fa riforme sociali impensabili cinque anni fa e chiama al suo popolo a radunarsi sotto la bandiera bolivariana, quella che parlava della Patria Grande, indipendente da ogni soggezione.

L’Ecuador oggi presenta solo il problema delle sollevazioni indigene. Con un’economia allo stremo, senza moneta propria (il dollaro USA è la moneta corrente) ha perso già ogni possibilità di ricuperare la sovranità dentro questo sistema. Essendo anche un forte produttore di petrolio, non gli resta che negoziare quel che può, sottomesso ai dettati del Fondo Monetario e della Banca Mondiale.

Il problema dell’ EZLN dev’essere risolto dal presidente Fox, incapace per ora di dar risposte positive al suo socio maggioritario nel NAFTA. Nel Messico, si prospettano giorni di lotta per i programmi di “modernizzazione” del Chiapas, che intendono far entrare la zona, “anche con la forza se necessario, nei benefici della globalizzazione e dell’economia sociale di mercato”. Di fronte all’attacco delle multinazionali, l’EZLN ha alzato nel 1994 la dignità dell’essere umano come bandiera; lo slogan che ha girato il mondo: “Ya basta! E’ meglio morire lottando che morire di diarrea”, è stato raccolto da tutto il continente. Chissà se non sia stata questa la situazione che ha motivato l’intervento di “Nuevos Horizontes” in El Petèn guatemalteco.

Il Brasile non dà carta bianca per entrare nell’ Amazzonia e pretende trattare tra pari quando si parla di brevetti sulle piante medicinali e di conquistare il deserto più grande del pianeta. Ma qui si usano le tecniche moderne della diplomazia: si ricatta col debito estero e con il trasferimento altrove delle industrie nordamericane.

 Ora, come se fosse una cosa nuova, è apparso nella scena continentale l’accordo finale dell’ALCA (Accordo sul Libero Commercio delle Americhe). Mantenute in segreto assoluto dal 1985, le conversazioni ed i convegni costitutivi hanno visto la luce prima a Buenos Aires, Argentina e poi a Quebeck, Canada. Stabiliscono le regole per instaurare una zona di libero scambio che occupa tutto il territorio americano, dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco. Comprenderebbe tutti i 34 Paesi latinoamericani e dei Carabi, tranne Cuba. Le proteste popolari hanno fatto ripensare la data di avvio: si premeva per il 2003 e si è arrivato ad un accordo per metterlo in moto a partire dal 2005. La posizione critica di Venezuela, che  invece preferirebbe entrare nel Mercosur di Argentina, Paraguay, Uruguay e Brasile, ha fatto vacillare anche la posizione del presidente Cardozo del Brasile: “Il Brasile potrà pensare di entrare a formar parte dell’ALCA se le condizioni saranno vantaggiose per tutti i Paesi coinvolti e non solo per gli Stati Uniti”.

Ed il Nicaragua ha posto una domanda di difficile risposta: “Noi non abbiamo un’economia, praticamente viviamo alla giornata. Il prezzo del caffè e del cacao si fissano fuori dai nostri confini, non abbiamo industrie e non possiamo permetterci di comperare quello che ci viene offerto dai Paesi industrializzati. Quindi, come possiamo partecipare, in quali condizioni di parità indispensabili potremo giocare un ruolo attivo in questo nuovo grandissimo mercato?”

 Rappresentanti sindacali degli stessi Stati Uniti, del Canada, di tutte le Americhe e dei Carabi, riuniti a La Habana per i festeggiamenti del 1° Maggio, si sono messi d’accordo per promuovere comitati di studenti, operai, contadini, pensionati, donne, religiosi, intellettuali, artisti ed economisti che siano disponibili a presentare una lotta coordinata contro l’ALCA. Un altro fronte si attende dopo il Forum Sociale Mondiale realizzato a Porto Alegre, in Brasile: “UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE !!!” è stata la parola d’ordine per più di 12.000 persone di tutto il mondo, radunate per contestare il Forum Economico Mondiale di Davos. “YA BASTA!!!” continuano a gridare gli indigeni del Chiapas. Gli indigeni dell’Ecuador hanno già rovesciato un governo con manifestazioni pacifiche; in Vieques, Puerto Rico, la popolazione si è sollevata contro manovre della marina statunitense; a Asunciòn, Paraguay, una manifestazione di quasi centomila persone ha protestato violentemente contro i soldati yankees di “Nuevos Horizontes”; in Argentina, “los piqueteros” tagliano le vie d’accesso alle grandi città; in Brasile, il Movimento dei Senza Terra mobilita migliaia di contadini reclamando la riforma agraria; in Bolivia, i “cocaleros” lottano anche con le armi in mano contro la repressione degli squadroni antidroga. Qualcosa viene dal profondo del nostro continente, qualcosa che parla di dignità, di pluralità, di armonia con la natura, ma anche di resistenza contro il saccheggio ed il dissanguamento.

E questa resistenza è possibile, perché è possibile sfuggire alla trappola del pensiero unico del neoliberismo e dall’omogeneizzazione culturale che vogliono imporci. Immaginare il mondo ricco di tanta diversità, tutti noi uniti nella pluralità, non è un compito difficile: basta guardarsi nello specchio e scoprirsi umani.

                                                                                                 ALBERTO DI GIUSTO