Relazione presentata a Udine e Monfalcone, da Nora Podestà

 

Desidero iniziare ringraziando in primo luogo coloro che hanno reso possibile la mia presenza qui oggi, e tutti i presenti per l'interesse che dimostrano verso quello che sta succedendo nel mio Paese. Chi sono io: sono una persona che si preoccupa dell'essere umano, dell'esistenza di ogni uomo, e del tempo nel quale dobbiamo vivere. Per questo svolgo militanza politica e rappresento la prima l'Organizzazione di Difesa dei diritti umani costituitasi in Argentina, la Liga Argentina por los derechos del hombre.

I mio nonni arrivarono per mare , il nonno Pepe sbarcò nel porto di Buenos Aires partendo da Genova, in Argentina formò una famiglia, trovò lavoro. Lottò con altri immigranti e con gli argentini per ottenere migliori condizioni lavorative. Tutti i nostri nonni lottarono perché ci fosse una vita più degna per i lavoratori, e in parte ci riuscirono.

Per le loro lotte, per i loro sforzi, l'Argentina ottenne una delle legislazioni più avanzate in materia di diritti civili, politici, sociali e del lavoro.

Conquiste che costarono molto sangue, lotte che fornirono i primi martiri del ventesimo secolo.

L'Argentina era un paese di grandi ricchezze e potenzialità per la sua estensione territoriale, il suo suolo, il clima, la diversità geografica, l'estensione delle coste, le risorse minerarie, la pesca, ma soprattutto per la fertilità dei suoi campi. Basti pensare che fu chiamata "il granaio del mondo".

Tutta questa ricchezza,  e una legislazione progressista, non avevano tuttavia permesso giustizia sociale per il popolo.

In questo contesto, che si inserisce nel contesto più ampio di tutta l'America Latina, negli anni 60 e 70 si formano i movimenti sociali, politici, culturali, studenteschi più importanti nella storia del paese, per qualità, caratteristiche di massa, contenuto ideologico e per quanto i suoi militanti, integrati al popolo, apportavano alla lotta per la giustizia, la libertà e la allegria.

In quegli anni iniziò la nostra militanza, quando apprendemmo da Che Guevara che lottando per la liberazione e la felicità del nostro popolo lottavamo contro l'imperialismo. La risposta alla nostra ribellione, alla ribellione dell'America Latina, la pianificò l'imperialismo nordamericano. La nuova strategia di dominazione fu quella di installare sanguinarie dittature nel cono Sud americano, con lo scopo di imporre un nuovo modello capitalista, il neoliberismo.

La dittatura che si instaurò nel nostro Paese a partire dal 24 marzo 1976 realizzo il Terrorismo di Stato per assicurare, con sangue e con fuoco, i cambi strutturali. Cancellò una intera generazione che lottava per e con il popolo: 30.000 desaparecidos, assassinii, 500 bambini svenduti e privati della propria identità, migliaia di prigionieri politici, esiliati, privati del proprio lavoro…

A Sangue e fuoco si introdusse un piano che pose le premesse per l'attuale scenario. Si iniziò con la distruzione dell'apparato produttivo e della possibilità di distribuzione egualitaria delle ricchezze, si iniziò la dismissione del Patrimonio Nazionale  e la subordinazione alle imposizioni del FMI, producendo un aumento straordinario del debito estero, il quale stabilì, da quel momento in avanti, la nostra sudditanza come Nazione  alle decisioni del potere economico multinazionale ed a quello politico degli Stati Uniti.

Tali politiche economiche proseguirono dopo la fine della dittatura. Nel 1983 il governo costituzionale di Alfonsin produsse una ulteriore concentrazione economica e un ulteriore impoverimento per i settori popolari.

In materia di diritti umani strinse una patto vergognoso con i militari che ottennero, dopo varie sollevazioni, il piano di impunità che impedisce, anche oggi, di giudicare e condannare i responsabili del terrore. Alfonsin, che si atteggiava a difensore dei diritti umani, ed un congresso composto in maggioranza da radicali e peronisti, garantirono l'impunità ai genocidi per mezzo delle leggi del punto final e della obbedienza dovuta.

Nel 1989 salì al potere partito justicialista, con alla presidenza Menem, che cambiò in profondità la struttura del paese. Si diede luogo alla cessione totale del Patrimonio pubblico, le imprese statali, al capitale straniero, vendendo a prezzi stracciati "i gioielli della nonna".

La crescita incessante del debito estero condizionò tutta la politica nazionale. Durante il governo Menem iniziarono le cosiddette relazioni carnali con gli Stati Uniti, con una politica ossequiente agli ordini del Comando Sud delle Forze Armate nordamericane e della Nato, con l'allineamento automatico con tutte le aggressioni belliche  da essi intraprese, e con la condanna annuale inventata all'ONU contro Cuba socialista.

Si accettarono le installazioni di basi nordamericane e la realizzazione di manovre congiunte con altri paesi dell'America Latina in territorio Argentino, sotto il comando delle Forze armate nordamericane, senza l'assenso del Parlamento come dispone la costituzione. Basti pensare all'Operativo Cabanas I e II, che ha come obiettivo quello di preparare la repressione di rivolte popolari. Abbiamo anche conosciuto con indignazione la proposta USA di cedere la Patagonia in cambio dell'abbuono di parte del debito estero.

Aggiustamento dopo aggiustamento, manovra dopo manovra, la ripartizione del reddito da lavoro passò dal 48% che avevano i lavoratori nel 1975 all'attuale 12%.

L'avvento del governo radicale acutizzò queste politiche. L'aggiustamento dei bilanci pubblici imposti a più riprese dal FMI si concentrarono sulle spese per la salute, l'educazione, i servizi sociali, le pensioni, con l'unico l'obiettivo di ridurre il deficit, senza tenere in alcun conto di quanto si incide sulla dignità del popolo, sui suoi diritti inalienabili a questi beni, che non sono semplici settori di spesa ma investimenti sociali, investimenti per il futuro del paese.

E poi avanti, con la riduzione del salario, con la flessibilità del lavoro, con la riduzione progressiva dei diritti dei lavoratori fino ad arrivare alla loro espressione minima. Tutto questo, invece dei promessi posti di lavoro ha prodotto aumento della disoccupazione con un processo di esclusione lavorativa e sociale senza precedenti.

Questo modello, posto in atto in Argentina come in altri parti del mondo, va denunciato come una nuova forma di genocidio. Il Neoliberismo praticato in Argentina, con le sue brutali conseguenze, deve servire da monito per i settori operai e popolari di tutto il mondo.

Con la distruzione dei diritti del lavoro si è distrutto anche il sistema pensionistico, attraverso la cessione delle pensioni a imprese private, nella maggioranza banche. E' stato alienato anche il fondo per l'assistenza sanitaria dei pensionati, che oggi si trovano senza protezione sociale, senza assistenza medica, senza farmaci e con un elevatissimo indice di suicidio.

I risultati di tutte queste misure, ripeto messe in atto da tutti i governi istituzionale con le ricette del FMI sono: una disoccupazione superiore al 30% e un 20% di sottooccupazione. Più del 50% della popolazione si trova al disotto della linea della povertà, di loro il 30% si trova in condizioni di indigenza, con meno di 300 pesos (100 dollari) mensili per gruppo familiare. In questa percentuale sono inclusi i beneficiari dei Planes Trabajar instaurati dal governo I loro 150 pesos (meno di 50 dollari mensili) significano fame

La mortalità infantile supera il 22 per mille. Più di 60 bambini muoiono ogni giorno per cause evitabili. Sabato scorso 6 neonati sono morti nella provincia di tucuman per lo stato di denutrizione delle madri. Ci sono provincie come Salta, Fornmosa, Jujuy, Chaco dove la percentuale di mortalità infantile arriva al 35 per mille

Quattro anni di recessione continua: bancarizzazione o sistema bancario in mano al capitale straniero (8 su 10 banche private sono straniere), fuga di capitali, manovre finanziarie funzionali al pagamento del debito estero come il Blindaje del dicembre 2000, il Megacambio del debito del Giugno 2001, e il cambio di novembre del 2001

E sempre il debito e altri prestiti per pagare gli interessi del debito, con una crescita perenne dello stesso, e l'abbandono di tutti i doveri dello Stato verso e con il popolo.

Tutti i governi costituzionali hanno dichiarato l'intenzione di onorare il debito estero, ma mai di adempiere l'obbligo verso i diritti economici, sociali e culturali degli argentini.

Il Tribunale internazionale dei Popoli a Porto Alegre ha considerato il debito estero illegittimo, ingiusto e insostenibile nei confronti della sovranità nazionale, del benessere delle popolazioni, dichiarandolo strumento politico, ideologico ed economico per lo  sfruttamento di milioni di esseri umani

Il popolo argentino, che ieri fronteggiò il terrorismo di Stato e che in democrazia si battè contro l'impunità dei genocidi, sta oggi realizzando una nuova importante esperienza di lotta: ribellioni popolari come il Santiaguenazo del 1993, quando tutto il popolo di Santiago del Estero si rivoltò  durante il primo governo Menem, la marcia federale del 1994, con la quale migliaia di lavoratori di tutto il paese presero possesso della plaza de Majo della capitale.

Azioni di lotta proletaria come quelle di Cutral-co, Neuquen, Tartagal y Mosconi in Salta, hanno impresso il termine Piquetero per sempre nella storia di lotta del nostro paese

I Piqueteros sono disoccupati, sono lavoratori che hanno perso il posto di lavoro, Sono apparsi in tutto il paese organizzandosi nel Movimento dei lavoratori disoccupati. Hanno iniziato a farsi ascoltare e vedere, di fronte alla sordità dei governi, organizzando blocchi stradali, mense popolari, mobilitazioni di massa, esigendo sussidi e alimenti.

Tutta la mappa della fame ha ottenuto la medesima risposta, migliaia di Piqueteros sono stati processati dalla in-giustizia argentina o direttamente repressi dalle forze di sicurezza, spararono ad un piquetero a Lanus nell'aprile scorso, Javier Barrionuevo è stato assassinato durante un blocco stradale ad Ezeiza, mentre rivendicava il pagamento dei sussidi e la distribuzione di cibo con i suoi compagni del Coordinamento Anibal Veron.

La rivolta di Corrientes, durante la prima settimana del governo De La Rua, con i suoi due morti ha dato inizio ad una repressione che in due anni di mandato presidenziale ha prodotto più di 40 morti assassinati.

I saccheggi, gli espropri di merce dai supermercati, avvengono quando la fame preme troppo sulle periferie delle grandi città. Gli alimenti promessi non arrivano alle famiglie né tantomeno alle mense sociali, così iniziano i saccheggi. Questi settori della società, fino ad ora invisibili agli occhi del potere, iniziano ad assumere fisionomia.

Marce studentesche, manifestazioni di pensionati, denunce pubbliche (escraches) e marce delle pentole (Cacerolaso) sono state per più di 10 anni forme differenti di lotta che hanno percorso in lungo e in largo il paese, non coordinate, isolate le une dalle altre. La risposta sempre la stessa: più manovre finanziarie, più fame e più repressione.

Sono rinate le "patotas", le squadracce finanziate dal potere, e la politica della mano dura e tolleranza zero incentiva le forze di sicurezza a realizzare esecuzioni sommarie dette del Grilletto facile, con le quali sono stati assassinati più di mille ragazzi, come denuncia il Coordinamento contro la repressione poliziesca e istituzionale. Repressione fisica, torture che continuano. Nell'ultima settimana sono stati denunciati tre casi nella città di La Plata. Sono stati sequestrati tre studenti universitari. Uni dei giovani, l'ultimo in ordine di tempo, è stato incappucciato, tradotto in "luogo sicuro", torturato a botte e sottoposto a scosse elettriche (la famigerata picana). Tutto fa pensare ad azioni di poliziotti del corpo di polizia di Buenos Aires, in azione come patotas. Carcere, persecuzioni legali ai protagonisti delle lotte sono altre varianti della politica repressiva.

Il Sindacato CTA calcola ci siano più di 3000 attivisti popolari sotto processo, con imputazioni per attentato, resistenza alla forza pubblica, concorso in associazione sediziosa, blocchi stradali, danni e associazione illegale. Per ciascuno di questi capi di accusa sono previsti anni di carcere.

Sia il potere legislativo che quello giudiziario esercitano un attivo ruolo repressivo nella criminalizzazione della povertà.

Il popolo argentino affronta una crisi non solo economica, ma anche politica. Il rifiuto sociale include tutti i poteri dello stato, le istituzioni ed i partiti politici del sistema. Nelle elezioni di ottobre 2001 il radicalismo ed il peronismo hanno perso 5.500.000 voti, il voto a sinistra è aumentato fino a 1.500.000 voti, dispersi però tra vari partiti.

C'è stata una espressione elettorale nuova, il voto di protesta, che tra schede bianche, nulle e astensionismo in più di qualche importante distretto elettorale ha superato il partito più votato. Però, come non si ascoltavano le proteste di piazza popolari, così non si è colta neanche questa nuova forma di protesta.

E allora la rabbia è scoppiata, iniziando da Entre Rios. Poi il 15 16 e 17 di Dicembre a Concordia, reclamando alimenti ai supermercati, il 18 e il 19 a Concepcion a Gualeguachu Y galeguay. Il 20 è insorta Paranà, lasciando 3 morti.

 I giovani e le donne scendevano in campo in mezzo ai gas e alle pallottole, quei giovani mai inseriti nel lavoro che però conoscevano la violenza quotidiana della polizia, quelle donne, condannate per essere donne e per essere povere, che avevano capeggiato i blocchi stradali e le mense popolari, ora violentavano le porte dei supermercati per avere del cibo.

La rabbia si esprimeva nelle piazze, nelle strade, nei vicoli, fino a scoppiare a Buenos Aires, il 19

dicembre, esigendo le dimissioni di Cavallo, nefasto ministro dell'economia, che aveva appena imposto il corralito (la chiusura forzosa dei conti), che spogliava la classe media dei suoi risparmi.

La nostra compagna Claudia Korol dirà: La rivolta ha marciato con rabbia per le strade, ha strappato la gente dalle case, ha trasformato la gente in popolo.

Si sono incendiati  gli animi, e si è dato fuoco alle banche.

Il Presidente della Rua ha decretato lo stato d'assedio, e il popolo si è convertito in lotta di popolo, sfidando lo stato d'assedio e tutti i poteri. Ha riempito le strade e le piazze cantando " che coglioni, che coglioni, lo stato d'assedio mettetevelo nel culo", mentre si facevano risuonare le pentole.

La Plaza de Majo, luogo storico, simbolo di epopee popolari, luogo delle madri, a un passo dal Palazzo del Governo era il punto d'arrivo di mille rivoli di lotta.

In quella stessa notte iniziò la repressione più selvaggia, continuò per tutto il 20 dicembre, ma nessuno tornava a casa. L'unico a scappare fu il Presidente De La Rua, dimissionario.

A Buenos Aires c'era l'Intifada. Non sapremo mai da dove uscirono tante pietre, ma non restò una vetrina  bancaria sana, né un Mac Donald, né una multinazionale.

La repressione è stata bestiale. Più di 30 morti, centinaia di feriti, più di 2000 arrestati. Lì abbiamo esercitato il diritto alla ribellione, imparato costruire barricate, a curare feriti, a usare limoni e fazzoletti contro i lacrimogeni, a trasformarci in avvocati che difendevano gli arrestati.

Soggetto rinato nella lotta, il popolo continuò a ribellarsi per varie settimane, e tornò a riappropriarsi delle strade e delle piazze. Fece cadere due governi, e scoprìnuove forme organizzative e di discussione sui propri diritti.

Si sono costituite le assemblee popolari una o più per quartiere, si è formata una assemblea di interquartiere nella capitale, da dove si coordinano tutte le decisioni delle assembleee popolari.Si sono create commissioni di Intersalute, di Stampa e propaganda, di Educazione ecc.

Si sono realizzati incontri tra l'interquartiere della capitale e le assemblee delle provincie e con il movimento piquetero.

Le assemblee sono una creazione del popolo, vi si esercita una democrazia diretta e partecipativa. Sono autonome e sovrane, i loro dibattiti e le loro risoluzioni hanno un alto contenuto politico. Vi convergono uomini e donne, occupati e disoccupati, giovani e vecchi, lavoratori salariati e indipendenti, studenti e pensionati. Il denominatore comune è Se Ne Vadano Tutti, che esprime la rabbia, il discredito, il ripudio della classe politica e anche della dirigenza sindacale, poiché nessuna delle tre centrali sindacali operaie è stata presente nelle lotte. I lavoratori vi hanno partecipato da soli.

Queste nuove forme organizzative si evolvono, si politicizzano, hanno periodi di riflusso, adottano nuove forme di voto e di rappresentanza, eleggono delegati, editano bollettini, organizzano acquisti comunitari e riattualizzano il vecchio meccanismo del baratto Trueque per la sopravvivenza quotidiana.

Sicuramente ci saranno flussi e riflussi, però i giorni di lotta di dicembre ci hanno lasciato una diversa impronta di lotta. Da quei giorni c'è stato un cambio soggettivo nel nostro popolo, che ha iniziato a capire la sua forza e la necessità di autoorganizzarsi.

All'inizio del mio intervento ho raccontato di quando è iniziata la mia militanza, in che periodo, mi sembra interessante tornare a quel momento per spiegare la mia appartenenza di sempre alla Lega Argentina per i diritti dell'uomo.

Dal 1966 al 1973 il paese è stato governato da una dittatura militare che, tra le altre atrocità, ha in assenza del congresso deliberato la Legge 17.401, per la repressione delle idee comuniste. Tra i molti perseguitati in funzione della 17.401, ci fu una compagna militante del Partito Comunista, Isolina Mendez. Fu a lungo ostaggio della dittatura nel carcere di La Plata in provincia di Buenos Aires, Le avevano assassinato un figlio durante una manifestazione, e tutta la sua famiglia era incarcerata. La difesa di Isolina era stata assunta dagli avvocati della Lega per i Diritti Umani, e io mi aggregati a questa organizzazione , che subito mi affidò il compito di portare in carcere il pacco di solidarietà. Questo fu il mio primo incarico nella Lega .

Così appresi che i suoi obiettivi fondamentali erano la difesa dei prigionieri politici e sindacali che stavano nelle carceri, che venivano sottoposti a torture, e la denuncia continua di tutte le leggi repressive e delle espulsioni di cittadini stranieri.

La nostra organizzazione è stata oggetto di attentati, perquisizioni e sequestri. I suoi membri sono stati perseguitati, incarcerati in ognuna delle tappe dittatoriali. Ciò nonostante la Lega non ha mai cessato di funzionare, e nel corso dei suoi 65 anni di vita ha continuato ad adoperarsi per la liberazione dei prigionieri politici e per il processo ed il castigo dei genocidi.

Intendendo i Diritti umani nella loro totalità, la Lega ha esteso la sua azione alla difesa dei diritti economici e sociali, con particolare attenzione al tema dell'abitazione, angoscioso in Buenos Aires.

Non voglio tralasciare di sottolineare l'enorme lavoro effettuato dalla Lega per la difesa dei prigionieri politici, in carcere per l'assalto alla caserma della Tablada, come l'attività di denuncia dei responsabili della repressione di dicembre durante la rivolta popolare.

Ho menzionato solo due delle migliaia di casi ai quali la lega si è dedicata, in virtù del fatto che hanno avuto risonanza internazionale, ma tutti ed ognuno dei casi sono stati ugualmente importanti nella nostra storia.

Tutti i prigionieri politici sono uguali, a prescindere dalle loro convinzioni politiche o dagli atti per i quali vengono giudicati, tutti meritano la nostra difesa e la nostra solidarietà.

Come le merita ogni essere umano al quale viene negato l'esercizio di un suo diritto.

La vostra attenzione e la vostra solidarietà sono un atto di amore e di giustizia per tutti loro.

Grazie.