L'ombra dell'aquila

 

 

La storia si ripete inesorabilmente nel suo lato nefasto quando l'incapacità, o la volontà cinica e brutale degli uomini permette che ciò avenga.

Da vent'anni ormai stiamo assistendo alla furiosa rivincita dell'oligarchia no strana e intemazionale sulle masse popolari, che si traduce nello smantellamento sistematico e scientifico dei diritti sociali conquistati con le lotte e con il sangue di tanti lavoratori e lavoratrici.

I fautori del neoliberismo dopo aver sperimentato le loro teorie economiche mediante le dittature latino americane, si sono auto eletti salvatori dell'umanità, hanno riscritto le tavole della legge stravolgendo i concetti già molto labili di democrazia, libertà e giustizia decretando la fine della storia. Ma nulla si crea e si distrugge, tutto si trasforma.

La storia cioè si trasforma ripetendosi in altre forme. Così la fine della guerra fredda non ha portato ne pace ne prosperità anzi, i conflitti si sono moltipllcati a dismisura, miseria, fame e morte regnano ancor più sovrane sull'80% dell'umanità. Le nazioni si sgretolano sotto i colpi del FMI, delle multinazionali, della NATO e si riaffaccia un neocolonialismo rinnovato nei metodi ma ideologicamente immutato.

E non potrebbe essere altrimenti dato che l'imperialismo è stato, è, e sempre sarà la fase suprema del capitalismo. Quest'ultimo nella sua ultima versione neoliberista, sta effettuando la più spaventosa concentrazione di poteri e ricchezza in poche mani della storia.

E' una contraddizione irrisolvibile insita nella sua stessa natura di mercificante della società. Noi stessi, persone, associazioni,
movimenti, partiti che ci opponiamo a questo stato di cose siamo una sua contraddizione palese.
In quest'epoca di: "Chi fa da sé, fa per tré" e "Aiutati che Dio ti aiuta", dimostriamo che il dio mercato non ha anestetizzato tutte le menti e che il pensiero unico in realtà non esiste. Lo diciamo noi associazioni di base che vogliamo definirci antagoniste e lo dicono, pur scegliendo forme molto diverse a seconda delle realtà territoriali, gli zapatisti, i Sem Terra, le Donne in nero, i lavoratori coreani e cubani, i disoccupati di Napoli, gli studenti e gli operai del Cile, i minatori romeni, le Madri di Plaza de Mayo.

Centinaia di organizzazioni in tutto il mondo. Lo dicono le Fare, l'EIn, l'Erp, l'Ep! e le associazioni della Colombia.
Tutte le associazioni che hanno voluto ed organizzato questo incontro sulla Colombia, sono reduci da una recente battaglia di
critica politica riguardante la guerra in Yugoslavia, i cui fuochi non si sono ancora spenti.

Allo scoppio delle ostilità, ci siamo schierati nettamente contro la Nato e quindi contro il governo italiano e la loro guerra, dove i diritti umani sono stati utilizzati per l'ennesima volta come copertura di un profondo interesse di dominio geopolitico ed economico, senza prendere minimamente in considerazione il popolo yugoslavo e anzi rafforzando il governo di Milosevic.
Aviano in quei giorni era la nostra meta fissa di protesta. A differenza di altri, non abbiamo voluto cadere nell'equidi-stanza accettata nei salotti buoni dove regnano le compatibilita politiche condannando il nazionalismo di Milosevic come quello dell'uck, e le pulizie etniche incrociate, eravamo comunque consapevoli che ciò che era in atto era una "aggressione        imperialista".

Per questo chiedevamo una soluzione politica del conflitto; allo stesso tempo però abbiamo dato appoggio alle Donne in nero, per la costruzione di una opposizione democratica al presidente serbo, e agli operai che da tempo si opponevano al regime, come i lavoratori della Zastava che si sono visti distruggere la fabbrica dai missili Nato, mentre la difendevano con i propri corpi.
In realtà molti in Italia hanno avuto cognizione di causa e si sono mobilitati in diversi modi. Anche qui in provincia di Udine i lavoratori di qualche fabbrica hanno donato un'ora di lavoro per gli operai della Zastava.

Sono piccole azioni, però significative, purtroppo poco conosciute perché sono fuori dal giro degli addetti ai lavori del campo della cooperazione intemazionale, comunque esistono, basta solo cercarle. In altre parole abbiamo tentato di costruire con pochi mezzi un piccolo ponte con quel popolo, che in altri tempi si chiamava "solidarietà di classe" e che per noi si chiama ancora così.

E' stata una gran gioia sentire dagli altoparlanti del camion dell'Associazione Ya Basta il messaggio del Subcomandante Marcos a loro inviato alla vigilia dell'ultima manifestazione ad Aviano: "Se non diciamo no in Kossovo oggi, domani diremo sì agli orrori che già ci sta cucinando il denaro in tutte le parti del mondo".

Poi Marcos aggiunge: "E' possibile un mondo in cui ci sia posto per molti mondi. E' possibile che da un NO nasca un SI imperfetto, non finito, incompleto, che restituisca all'umanità la speranza di ricostruire, tutti i giorni, il complesso ponte che unisce pensiero e sentimento".

Oggi si profila un quadro con le stesse fattezze, cioè la necessità di un altro ponte. In quel momento abbiamo detto: "Questa non è una guerra a se stante, è parte delle nuove forme e metodologie di dominio geopolitico ed economico; se domani un altro popolo metterà i bastoni fra le ruote al neoliberismo, partiranno ancora una volta i bombardieri, ed è probabile che il prossimo obiettivo sia l'America Latina. Purtroppo nessuno di noi si sbagliava.

Appena finiti i bombardamenti in Yugoslavia, infatti, saltava il tavolo di dialogo tra le FARC e il governo colombiano e si intensificavano le stragi dei paramilitari controllati dallo stesso esercito regolare.
Di fronte al potere e al controllo del territorio che hanno le guerriglie colombiane e alla debolezza del governo di Pastrana, gli Stati Uniti annunciano che: "la situazione in Colombia danneggia i nostri interessi in quella regione".

Gli USA quindi intensificano la cosiddetta "lotta antidroga" nel Paese fornendo all'esercito colombiano equipaggiamenti altamente tecnologici, armamenti ed istruttori militari che in realtà servono a combattere la guerriglia, a riprova di ciò un migliaio di soldati colombiani addestrati negli USA vengono utilizzati a questo scopo.
Nello stesso momento la moglie dell'ambasciatore USA e alcuni fìmzionari vengono colti in flagrante con le valigie piene di cocaina all'aeroporto di Washington.

C'è un problema però, che gli Stati Uniti conoscono, il rischio cioè che un intervento militare in Colombia si estenda e diventi un altro Vietnam. Lo stesso presidente venezuelano, Chavez, e Fidel Castro 10 hanno denunciato a chiare lettere. Sono evidenti infatti le enormi differenze tra l'America Latina e i balcani, dal punto di vista storico, culturale, politico e sociale.
La Casa Bianca quindi pensa all'Argentina come intermediario. Il generale Barry McCaf&ey, lo zar "antidroga" viene incaricato di interpellare i due principali candidati a presidente delle elezioni del 24 ottobre: Eduardo Duhalde e Femando de la Rua, per assicurarsi che 11 vincitore darà il suo appoggio ad un intervento militare in Colombia.

Tutti e due hanno dato il proprio consenso, che si somma a quello di Fujimori, il quale il 24 agosto inviò duemila soldati alla frontiera con la Colombia. Contemporaneamente Clinton ha stanziato tremila milioni di dollari per combattere la guerriglia.
Ovviamente questa iniziativa usa non mira solo alla Colombia, ma anche al Venezuela di Chavez che si è già dimostrato un cattivo alleato negando lo spazio aereo agli aerei-spia americani e chiedendo di potersi incontrare direttamente con il comandante delle farc Marulanda.

Ciò che emerge da questi segnali è la volontà di controllo di tutto il sud continente, di stroncare i movimenti sociali crescenti e
ridisegnare la mappa dei mercati regionali sempre più a proprio vantaggio.
Tutti i governi dell'America Latina si reggono a mala pena in piedi sulla base di una democrazia fasulla, sommersi dalla corruzione che loro stessi hanno creato e con la quale si arricchiscono, completamente asserviti al potente del nord e al neoliberismo, con un debito estero impagabile e sotto la pressione di un malcontento che sfocia sempre più in opposizioni popolari.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, sempre pronti a schiacciare queste ultime con tutti i mezzi, se necessario, danno a vedere una falsa disponibilità di intenti, premiando per così dire, questo o quel Paese con una politica di scambio di favori che in termini di ricchezza lascia alle popolazioni solo le briciole. In quest'ottica le borghesie nazionali faranno di tutto per mantenere i propri privilegi, facendo sempre più concessioni all'FMI.

Nessuno può negare, nemmeno il più acerrimo difensore del sistema capitalista, che l'America Latina è il terreno di caccia privato degli Stati Uniti. Allo stesso modo, nessuno può negare che la guerra e il brutale sfruttamento del Continente non iniziò negli anni '40, bensì dal momento in cui Colombo ha messo piede sulle spiagge di SantoDomingo.
La prima colonizzazione, cioè quella con le spade e la croce, costò la vita ad un numero che va dai 60 ai 70 milioni di nativi. Le ricchezze depredate dal Continente in 5 secoli servirono per mettere in moto la rivoluzione industriale.

Oggi se i Paesi industrializzati dovessero restituire all'America Latina tutto ciò che hanno rubato, il sistema finanziario mondiale crollerebbe irrimediabilmente.

Il centro e il sud del Continente ha una popolazione che supera i 500 milioni di abitanti di cui circa 250 vivono al di sotto della soglia di povertà. 60 milioni di bambini vivono nelle strade e sono brutalmente sfruttati con il lavoro minorile, nel mercato dei pedofili o squartati per il traffico internazionale di organi. La mortalità infantile ha punte del 40%0 mentre in italia è di circa 1'8. In America Latina il 20% più ricco della popolazione consuma il 53% del prodotto intemo lordo. II 20% più povero ne consuma solo il 4.5. In Europa quel 20% più ricco consuma il 37% e la parte più povera 1'8.8. In un Paese come l'Argentina il 40% della popolazione non ha un tetto degno sulla testa, la disoccupazione reale supera il 30% e in tutto il continente fette enormi della società sono escluse definitivamente dal mercato del lavoro e quindi dai consumi; l'artigianato e le coltivazioni non industrializzate sono soffocate dal mercato globalizzato.

Questo scenario, che con le dovute differenze, è il risultato di 500 anni di massacri e sfruttamento, ha creato una cultura di resistenza, molto influenzata prima dalle culture maya ed inca e sucessivamente dalla lotta di liberazione dal dominio spagnolo; allo stesso modo non possiamo tralasciare una forte tradizione operaia come quella argentina sviluppatasi nel nostro secolo.
E in questo tessuto sociale e culturale nascono, si amalgamano e trovano consenso molti dei movimenti di liberazione dell'America Latina, che anche oggi hanno una grande importanza nella lotta di liberazione del continente.

Le stesse associazioni di difesa dei diritti umani ne sono consapevoli e per questo motivo li appoggiano. Un esempio chiaro sono le Madri di Plaza de Mayo, che tra le altre cose sono le rappresentanti ufficiali in Argentina dell'esercito zapatista di liberazione nazionale.

Molti movimenti, vecchi o nuovi, hanno assorbito il pensiero dei grandi teorici europei, vagliandolo attraverso il tessuto sociale e culturale del sud America. Questo ha generato, e continua a generare, strumenti e metodologie politi-che rinnovati e quasi mai capiti dalle sinistre europee.
Non dobbiamo dimenticare che il PCI negli anni '60 definiva il Che Guevara uno "stratega da farmacia" e recentemente uno dei fuoriusciti da quel partito, Piero Passino, attualmente sottosegretario agli esteri, riferendosi a Marcos dichiara che: "... il Messico non ha bisogno di Zorro". Per fortuna oggi alcune anime della sinistra italiana hanno compreso questa evoluzione e si sono avvicinate al Continente sudamericano in punta di piedi, con molto rispetto per le culture di lotta altrui, cercando una collaborazione efficace. Però non è sufficiente.

Riferendoci alle ONG, ad esempio, queste deveno capire che non basta trovarsi nel flusso di denaro che trasuda (poco) dalle istituzioni italiane, per andare nel terzo mondo a realizzare piccole o grandi opere che, intendiamoci comunque servono, dato che a volte salvano delle vite e sfamano qualcuno, ma che in sostanza lasciano tutto immutato.

Ci vuole ben altro se vogliamo ridare un senso alla parola internazionalismo, gettando quindi le basi per una idea di superamento del capitalismo. E' necessaria una condivisione di intenti; la tua causa è la mia e viceversa, perché l'obiettivo finale è lo stesso, deve essere lo stesso. La liberazione di tutti. Possiamo dirvi, che parlare con un vecchio militante operaio in Plaza de Mayo in una manifestazione per i desaparecidos in Argentina, o con un militante del Poder Popular a Cuba, con un prigioniero politico dei Tupac Amaru in un carcere peruviano, con un contadino colombiano o messicano e sentire che tutti ti chiedono di continuare a resistere in Europa denunciando ciò che accade, tenendo quindi i riflettori accesi perché ciò salva molte vite; bene, queste sono cose che colpiscono le fibre più profonde di chiunque abbia un cuore che batte, e come dice Marcos "il cuore si trova a sinistra".

Intanto un'ombra gelida sta coprendo sempre più il sole andino. Di fronte a questo le nostre rivendicazioni devono essere chiare: stop alle attività dei paramilitari; no a qualsiasi intervento armato in Colombia; sì ad una soluzione politica del conflitto; sì alla ripresa del dialogo tra le FARC-EP e il governo colombiano; (sulla base che le stesse FARC hanno posto) no alla pace a qualsiasi prezzo, sì alla pace con giustizia sociale e dignità.

La sinistra in tutta l'America Latina si trova di fronte ad una sfida colossale, e dovrà essere in grado di esprimere il massimo della solidarietà, magari superando vecchie e calcificate divisioni.

Ora la responsabilità che ha di fronte al popolo è enorme, sapendo anche che E' tutt'altro che morto l'antico sogno di Bolivar, San Martin e Artigas o di Marti, Sandino e il Che Guevara, di una America Latina unita libera e sovrana. Noi qui, latino americani e italiani, possiamo aiutarli offrendo la nostra mano sinistra, che ricordiamoci, è quella del cuore.

 

Associazione argentina "Vientos del Sur", Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Collettivo Le Radici e Le Ali, ISKRA, Arci No Fun N.A., Un Ponteper...,.

Come indipendente, Paola Facchin


Documento presentato alla conferenza:
Colombia-Cien anos de soledad, Udine 30/10/99