Prigionieri politici argentini , ostaggi del neoliberismo

 

Per comprendere il perché ci siano tutt’ prigionieri politici in Argentina e in tutto il continente latino americano, dobbiamo addentrarci senza preconcetti nella storia di questo continente e con molta onestà nella natura stessa del neoliberismo. Escludendo un’analisi obiettiva della realtà si realizza soltanto una lettura parziale e fuorviante del problema.

E’ insito nello stesso dna neoliberista la ricerca continua di decurtare i diritti sociali e del lavoro, in favore della “libertà dei mercati”; o meglio della totale libertà di circolazione dei capitali (e conseguente speculazione valutaria) ma non della mano d’opera. Avviene così un travaso enorme di ricchezza dai settori popolari verso i grandi potentati, che per inciso rafforzano sempre più i loro classici tratti monopolistici; con la conseguente riduzione progressiva degli spazi democratici e lo smantel­lamento degli stati nazionali, ridotti ormai ad attrezzi in mano alle multinazionali.

Inoltre, il condiziona­mento e il ricatto calano pesantemente sulla società    mediante l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi produttivi, portando all‘esclusione dal mercato di ampie fasce di popolazione (20 milioni di lavoratori in Europa, 250 in America Latina). Questa è la situazione oggettiva, che in un quadro di insieme vede oltretutto il disastro ambientale avanzare e saldarsi al rapporto schiavista da nord a sud, aprendo la via del baratro per l’umanità.

Oggi perfino il Papa si vede costretto a muovere una critica al neoliberismo. Opporsi a questo triste scenario in Italia non è la stessa cosa che farlo in Argentina. Questa differenza piuttosto ovvia a volte non è chiara nemmeno per alcuni addetti ai lavori. Questi ultimi pensano che se qui ci sono ancora spazi democratici per associarsi e promuovere un certo progresso sociale, pur fra molte difficoltà e contraddizioni, lo stesso si possa fare in altre realtà, senza rendersi conto che questo non è sempre possibile.

La situazione in Argentina e in tutto il continente è ben diversa da ciò che si vuoi credere. Opporsi alla compagine neoliberale, in regime di pseudodemocrazia, a volte si paga a caro prezzo visto che gli strumenti democratici si riducono sempre più o sono inesistenti. Un chiaro esempio lo rappresenta Fujimori, che realizzò un vero e proprio colpo di stato assieme ai militari,    annullando il parlamento che lo aveva delegittimato e mettendo poi a ferro e fuoco l’intero Perù. Oggi è un presidente “democratico”che detiene in carcere 7000 prigionieri politici in condizioni disumane, sottoposti a tortura, ai quali viene concessa mezz’ora di sole al mese.

Quali spazi istituzionali rimangono nella società peruviana per costruire una dialettica democratica? E nella Colombia dei paramilitari, nel Nicaragua del sinistro presidente Aleman, nel Guatemala che vuole sterminare le comunità indigene o nel Messico che non vede l’ora di schiacciare i chapanechi? Pochi, vera mente pochi. Sebbene pensiamo che si deve appoggiare ogni istanza sociale di opposizione democratica al neoliberismo, siamo anche consapevoli di quale sia il tributo di sangue che ogni anno pagano le organizzazioni popolari; che per necessità scelgono altri ambiti di lotta.

Un esempio che vale per tutti è stato il partito colombiano Union Patriotica, che dopo aver vinto alcune elezioni a metà degli anni ‘80 fu decimato in un vero e proprio bagno di sangue, dove persero la vita 4000 dirigenti politici per mano dei paramilitari controllati dallo stesso esercito colombiano. Come si può quindi condannare a priori cioè in modo pre concepito chi prende delle decisioni radicali per opporsi a questa barbarie?

Questa situazione oggettiva è importante nel momento in qui ci si approcia al problema dei prigionieri politici, per non commettere l’errore di porre in essere una discriminante tra “buoni e cattivi”. D’altro canto ci sono accordi internazionali, regole processuali, una carta universale dei diritti umani; tutti elementi giuridici sistematicamente violati per distrug­gere chi si oppone, non importa come l’abbia fatto, e garantire perciò che il sistema politico-economico continui immutato. Questo èl’obiettivo di fondo. L’Argentina attuale post dittatura, in buona misura non sfugge a questo quadro. Quando si valuta il rispetto o meno dei diritti umani nel nostro paese si deve tenere conto di alcuni elementi fonda­mentali: la dittatura militare finì nel 1983 lasciando il posto al governo democratico (noi prefer­iamo chiamarlo istituzionale) del presidente Raul Alfonsin verso la fine di quell’anno.

Gli ultimi desaparecidos ancora in vita, tenuti in ostaggio dai militari, furono uccisi nell’84 o addirittura nell’85. Il governo non denunciò mai questa tragedia. Poi le leggi di” Obediencia debida” e “Punto final”, che liberarono gran parte degli ufficiali e sottoufficiali coinvolti nel terrorismo di stato e le continue rivolte dei militari con i carri armati in strada, provocarono nella società una chiara sensazione di impunità; un vero e proprio muro di gomma sancito in modo definitivo dal presidente Menem, che liberò gli ultimi generali rimanenti in carcere. Allo stesso tempo mentre i militari venivano liberati, la repressione verso i movimenti popolari continuò garantendo così fino ai giorni nostri la presenza di prigionieri politici in carcere.

Tutti quelli che parlano del “miracolo argentino” qui in Europa, dovrebbero tener presente la situazione delle masse popolari senza lavoro o con un lavoro da schiavi e le conseguenze che ne derivano per quel che concerne i diritti umani, le cui violazioni continuano indisturbate senza che gli organismi internazionali e i mass media se ne ocuppino.

L’uccisione di giornalisti, militanti di base, attivisti sindacali, e inoltre attentati dinamitardi a termine la stessa polizia contro sedi della comunità ebraica; le torture nei commis­sariati, sono tutto oggi fatti tragica­mente“normali”.
Per chiarire ulteriormente il quadro dell’ingius­tizia in Argentina bastano due dati:

primo, ci sono circa 2500 procedimenti giudiziari contro militanti sindacali. Secondo, le rivela­zioni agghiaccianti di un sotto ufficiale dell’esercito pentito, che confessò ciò che sapeva sul campo clandestino di detenzione nella base di Campo de Mayo; e di un museo della sovversione realizzato durante la dittatura dal generale Bussi in quella stessa base, dove fu esposto il corpo imbalsamato di Mario Roberto Santucho.

Dalla ascesa del nuovo governo di centro-sinistra presieduto da Fernando De La Rua nel dicembre 1999, alcuni fatti aberranti danno l’impressione che il vento non sia cambiato: nello stesso mese di dicembre una manifestazione nella provincia di Corrientes, realizzata dai disoccupati, viene repressa dalla polizia con l’uccisione di due manifestanti (dato ufficiale) con ferite d’arma da fuoco, mentre secondo le organizzazioni partecipanti gli uccisi sono stati otto. Febbraio 2000: si concede con voto del parlamento, l’avanzamento di grado a sette militari accusati di tortura nell’indagine della CONADEP. Aprile 2000: un’altra manifestazione sindacale davanti al parlamento viene repressa dalla polizia provocando trenta feriti gravi, quattro da arma da fuoco, e quarantanove arrestati.

Questa è in grande sintesi la situazione complessiva dalla quale scaturisce il perché dell’esistenza di prigionieri politici in Argentina, persone, lavoratori che in un modo o nell’altro hanno detto no alla fame, alla brutalità e al terrore. I casi aperti che abbiamo nel nostro paese sono i seguenti: Raul Castells sindacalista, arrestato alla testa di una manifestazione dei pensionati che chiedeva davanti ad un supermercato generi alimentari.

Oggi si trova agli arresti domiciliari, con un collare elettronico che comunica i suoi spostamenti al servizio penitenziario. Armando Alonso, Eduardo Osores, Adrian Krmpotic, Carlos Malatesta, Patricia Malatesta e Mariel Diaz sono accusati per attentato contro il medico di polizia Jorge Berges, riconosciuto torturatore, che durante la dittatura faceva partorire in clandestinità le prigioniere, I neonati venivano poi consegnati ad altri militari e le madri uccise. I fratelli Humberto e Horacio Paz hanno sofferto dieci anni di carcere in Brasile assieme ad un gruppo internazionalista per la solidarietà con il popolo salvadoregno.

 Furono giudicati violando le più elementari garanzie processuali, per questa ragione gli altri componenti del gruppo furono rimpatriati nei loro paesi d’origine (Canada, Cile) che lo esigevano e li furono liberati. Il governo di Menem si rifiutò di avanzare questa richiesta al Brasile fino l’anno scorso, a seguito di due lunghi scioperi della fame degli incarcerati e della notevole pressione attuata da parte delle associazioni dei diritti umani.

 Dopo il rientro a Buenos Aires non sono stati liberati, oggi si trovano nel carcere di Caseros. I militanti del MTP (Movimiento Todos por la Patria) furono imprigionati nell’89 dopo che tentarono l’occupazione della caserma La Tablada, di fronte alla minaccia di un nuovo colpo di stato. Furono torturati, allcuni fatti scomparire, altri fatti saltare in aria con delle bombe attaccate al corpo. I sopravissuti furono sucessivamente giudicati in un processo legalmente nullo.

Nel 1997 la Comissione lnteramericana dei Diritti Umani della OEA (Organizacion de Estados Americanos), accusò lo stato argentino per violazione dei diritti umani nel caso La Tablada e per aver violato le garanzie processuali. Lo stato argentino non ha ancora dato una risposta.

Anche il premio nobel per la letteratura Jose Saramago, in una lettera aperta, ha esortato il governo argentino a liberare i carcerati della Tablada.

La situazione dei prigionieri politici quindi, grida vendetta per la evidente ingiustizia che lacera il diritto civile e dell’uomo. Ma l’oblio imposto su di loro può essere squarciato dalla solidarietà delle anime sensibili anche a migliaia di chilometri di distanza. Come ha detto una volta Cortazar:

 

Siamo in molti che continuiamo ad aprire cammini nell’indifferenza, come tante altre volte nella storia; sappiamo che in qualche momento le mani incomincieranno a tendersi, le parole ritorneranno ad essere verità e vita”

 

LIBERTA’ PER I PRIGIONIERI POLITICI

 

Direttivo

Associazione argentina Vientos del Sur

Solidarietà con l’America Latina

 

aprile 2000