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DONNE DI AMERICA
(Eduardo Galeano)
1523 - Painala - MEXICO
MALINCHE
Quattro anni fa i signori del Yucatàn hanno regalato La Malinche a Hernan Cortès. Da Cortès ha avuto un
figlio e per Cortès ha aperto le porte di un impero. E'stata la sua ombra, interprete, consigliere e amante tutto il tempo che è durata la conquista del
Messico; e continua a andare al suo fianco.
Quattro anni hanno passato da quando sua madre la ha venduta come schiava ai signori mayas del Yucatàn.
Ora passa per Painala vestita come signora spagnola. Nessuno riconosce quella donna che è venuta con i nuovi padroni della terra. Da quattro anni La
Malinche ha avuto tutto il tempo per vendicarsi. Il debito è stato pagato: i messicani tremano al solo vederla. La sua ombra ondeggiera, al di là della
morte, sulla grande Tenochtitlan che lei ha aiutato a sconfiggere e umiliare. Ed il suo fantasma di capello sciolto al vento continuerà a mettere paura,
per sempre, dai boschi e grotte di Chapultepec.
1541 - Santiago de Chile
INES SUAREZ
Inès Suàrez, la malaguena, era stata la prima in essere inscritta nelle liste che Valdivia confezionò
nel Cuzco. E' venuta a queste terre del sud alla testa delle forze invasori, cavalcando a fianco di Valdivia e da allora assieme a Valdivia marcia, lotta e
dorme.
E' l'unica donna tra gli uomini. Loro dicono: "è un maschio", e la paragonano con Roldàn e con
il Cid Campeador. Intanto, lei passa dell'olio sulle dita del capitano Francisco de Aguirre, che si sono chiusi sul manico della sua spada e non c'è modo
di aprirglieli, malgrado la guerra, che per ora, è finita.
1542 - Conlapayara - AMAZONAS
LE AMAZONE
Oggi, giorno di San Giovanni, Francisco de Orellana stava vincendo comodo la battaglia. Ma, in un attimo,
appaiono le donne guerriere, tanto belle come feroci che risultavano uno scandalo. E allora le canoe hanno coperto il fiume.
Le capitane lottarono ridendo. Se misero al fronte degli uomini, e non ebbe più paura nel villaggio di
Conlapayara. Le donne lottarono ridendo e danzando e cantando, le tette vibranti all'aria, finché gli spagnoli si sono persi al di là la bocca del fiume
Tapajòs.
Orellana ed i suoi soldati continueranno a percorrere il fiume delle Amazone.
Costeggiano foresta impenetrabile, senza energie per remare e vanno pregando a Dio che siano maschi, per
tanti che siano, i prossimi nemici con chi lottare.
1681 - Città di Messico
Sor JUANA INES de la CRUZ
Dopo di pregare, mette a danzare un disco sulla farina e studia i circoli che disegna. Ricerca sull'acqua,
la luce, l'aria e tutte le cose. Con un occhio nel cannocchiale, caccia stelle.
L' hanno minacciata col Santo Ufficio e le hanno vietato aprire più libri, ma sor Juana Inès de la Cruz
studia nelle cose che Iddio ha creato, come se fossero lettere e libri tutta questa macchina universale.
Tra l'amore divino e l'amore umano, Tra i quindici misteri del rosario e gli enigmi del mondo combatte sor
Juana; e molte notte le passa in bianco, pregando, scrivendo, quando ricomincia nel suo interno la guerra infinita tra la passione e la ragione.
"Soltanto la sofferenza ti farà degna di Dio", dice il suo confessore, e le ordina di bruciare
tutto quello che ha scritto, ignorare ciò che sa e non vedere ciò che guarda.
Tutto il mondo è nero e nere sono i vestiti che travestono i preti del Santo Ufficio.
Accusano sor Juana di scrivere poesie, studiare, cantare. Lei risponde: " Io solo studio per vedere
se, studiando, ignoro meno. Sempre cercando la verità delle cose. Molto presto ho saputo che le università non sono per le donne e che si tiene per
disonesta alla donna che sa qualcosa in più del Paternoster. Quando mi hanno proibito i libri, mi sono messa a studiare nelle cose del mondo. Persino
cucinando si possono scoprire segreti della natura !!! Ma cosa possiamo sapere di più le donne
senno la filosofia della cucina. E scrivendo continuerò mentre il mio corpo faccia ombra. Fuggivo da me
stessa quando mi fecce suora, ma ahimè, mi sono portata insieme a me."
Già non navigheranno le sue vele leggere e le sue chiglie gravide per il mare della poesia. Sor Juana Ines
de la Cruz abbandona gli studi umanistici e rinuncia alle lettere. Chiede a Dio che le regali oblio e sceglie il silenzio; e così America perde alla sua
migliore poetessa. Poco sopravvivrà il suo corpo a questo suicidio dell'anima. "Che si vergogni la vita per durarmi così tanto".
1781 - Cuzco -PERU
MICAELA
Mille volte ha insistito, senza successo, Micaela. Il nuovo Inca non si decide ad attaccare. Tupac Amaru,
il figlio del Sole, non vuole uccidere indiani. Tupac Amaru, incarnazione del fondatore di tutta la vita, non può uccidere indiani.
Mille volte ha insistito Micaela e Tupac se ne sta zitto. E lei sa che ci sarà tragedia nella Piazza dei
Pianti e sa anche che lei andrà, comunque, fino in fondo.
In questa guerra che ha fatto suonare la terra con dolori di parto, Micaela Bastidas non ha avuto riposo ne
consolazione. Questa donna di collo di uccello percorreva i villaggi portando più gente e inviava al fronte nuove formazioni e pochi fucili. I postini
portavano tra le montagne le sue ordini, lasciapassare, informi e lettere. Numerosi messaggi ha inviato a Tupac Amaru invitandolo a lanciare le
sue truppe contro il Cuzco, prima che gli spagnoli si facessero più forti e si stancassero dell'attesa i
ribelli.
Ora entra trascinata da un cavallo dentro di una borsa di cuoio, alla Piazza dei Pianti. Fernando, figlio
di Micaela, di nove anni è obbligato dai soldati a guardare mentre sua madre sale al cadalso.
Prima il boia applica la forca a Tomasa Condemaita, capitana di Acos, che col suo esercito di donne ha
vinto varie volte l'esercito spagnolo. Allora sale Micaela, e Fernando vede meno, malgrado il soldato che le tiene ferma la testa e l'obbliga a aprire gli
occhi. Prima le tagliano la lingua e poi la mettono il cappio al collo di uccello. E non muore. Devono ucciderla tirando da una parte e di un'altra, dandole
calci allo stomaco e pugni sulla testa.
1816 - Tarabuco - PERU
JUANA AZURDUY
E' nata per vivere in un convento in Chuquisaca, è tenente colonnello dell'esercito guerrigliero dell'indipendenza.
Dei suoi quattro figli, solamente vive quello che fu partorito in piena battaglia, tra i fragori dei cavalli e cannoni. La testa del marito è stata
inchiodata nell'alto di una picca spagnola.
Juana cavalca nelle montagne, al fronte degli uomini. Il suo poncho celeste ondeggia ai venti. Un pugno
stringe le rendine e l'altro taglia colli colla spada.
Tutto ciò che mangia si trasforma in valentia. Gli indiani non la chiamano Juana. La chiamano Pachamama,
la chiamano Madre Terra.
1870 - Cerro Corà - PARAGUAY
ELISA LYNCH
Con i vincitori intorno, Elisa scava con le sue unghie una fossa per seppellire Solano Lòpez.
Non suonano ormai le trombe, nè fischiano le pallottole, ne esplodono le granate. Le mosche sono sulla
faccia del maresciallo e mangiano il corpo aperto, ma Elisa non vede più che una nebbia rossa. Mentre apre la terra con le mani, insulta questo maledetto
giorno; ed il sole non si azzarda a ritirarsi prima che lei finisca di maledirlo.
Questa irlandese di capello dorato, che ha lottato al comando di donne armate di pale e legni, è stata la
consigliere di Solano Lopez. Ieri notte, alla fine di sedici anni e quattro figli, lui le ha detto per la prima volta che la amava.
1916 - Buenos Aires - ARGENTINA
ISADORA DUNCAN
Scalza, nuda, appena avvolta nella bandiera nazionale, Isadora Duncan danza l'inno nazionale.
All'indomani tutto il mondo lo sa: l'impresario rompe il contratto, le famiglie perbene restituiscono i
biglietti al Teatro Colon e la stampa esige l'espulsione immediata di questa peccatrice nordamericana che è venuta all'Argentina a macchiare i simboli
patri.
Isadora non capisce nulla. Nessun francese ha protestato quando lei danzò la Marsigliese con uno scialo
rosso a modo di vestito. Se si può ballare un'emozione, se si può ballare un'idea, perché allora non si può ballare un inno ?
La libertà offende. Donna di occhi luccicanti, Isadora è nemica della scuola, il matrimonio, la danza
classica, e di tutto quello che ingabbi il vento. Lei balla perchè ballando gode, e balla ciò che vuole, quando vuole, e come vuole. E le orchestre
tacciono davanti la musica che nasce del suo corpo.
1926 - Puerto Cabezas – NICARAGUA
LE DONNE PIU' DEGNE DEL MONDO
Sono le puttane di Puerto Cabezas. Loro conoscono, per confidenze di letto, il posto esatto dove i marines nordamericani hanno sfondato quaranta fucili e le loro munizioni. Grazie a loro, che giocandosi la vita, sfidano le truppe straniere di occupazione, Sandino e i suoi uomini riscattano delle acque, alla luce delle torce, le loro prime armi.
1929 - Città del Messico
TINA MODOTTI
Tina, fotografa friulana, ha saputo penetrare molto in fondo il cuore di Messico.
Le sue fotografie offrono uno specchio di grandezza alle cose semplici di ogni giorno e alle semplici
persone che qui lavorano con le mani.
Però lei è colpevole di libertà. Viveva da sola quando scoprì a Mella, mescolato nella moltitudine che
manifestava per Sacco e Vanzetti e per Sandino, e si unì a lui senza nozze. Prima era stata attrice a Hollywood e modello e amante di artisti; e non esiste
uomo che al vederla non abbia dei nervi. E', per le autorità, una perduta, anche comunista ed straniera. La polizia diffonde fotografie che mostrano nuda
la sua imperdonabile bellezza. Intanto si iniziano le pratiche per la sua espulsione del Messico.
1929 - Città del Messico
FRIDA KAHLO
Tina Modotti non è da sola di fronte ai suoi inquisitori. La accompagnano, da un braccio e da un altro, i
suoi amici Diego Rivera e Frida Kahlo.
Frida si fa delle risate e dipinge splendidi quadri all'olio dal giorno in cui fù condannata al dolore
eterno. Il primo dolore è venuto nella infanzia quando i suoi genitori le misero un vestito di angelo e lei voleva volare con ali di paglia, però il
dolore profondo ed incessante arrivò con un incidente per strada, quando un ferro di un tram la attraversò di lato a lato, come una lancia e le triturò
le osa. Da allora lei è un dolore che sopravvive. La hanno operato, senza successo, molte volte; e nel letto ospedaliero iniziò a dipingere i suoi
autoritratti, che sono disperati omaggi alla vita che le resta.
1935 - Buenos Aires - ARGENTINA
ALFONSINA STORNI
Quando anni fa arrivò a Buenos Aires dalle province, Alfonsina portava delle vecchie scarpe di tacchi
storti e nel ventre un figlio senza padre legale. In questa città lavorò in quello che trovava e rubava moduli di telegrammi per scrivere le sue
tristezze. Mentre puliva parola a parola, notte a notte, i suoi versi. E' stata capace di aprisi strada nel mondo maschile. Il suo viso di topolino non
manca mai nelle
fotografie che uniscono agli scrittori argentini più illustri. Questo anno, nell'estate, ha appreso che
aveva cancro. Da allora scrive poesie che parlano dell'abbraccio del mare e della casa che la aspetta là, nel fondo, nel viale delle conchiglie.
Cammina piano per la sabbia, si toglie le scarpe ed entra nell'acqua
1935 - Los Toldos - ARGENTINA
EVA PERON
Questa ragazzina di quindici anni non ha niente. Non ha padre, ne soldi e non padrona di niente. Non ha
neppure una memoria che la aiuti. Dal momento che è nata a Los Toldos da madre nubile, fu condannata alla umiliazione e ora è nessuna tra i mille di
nessuno che i treni svuotano ogni giorno su Buenos Aires, operai e domestiche che entrano nella bocca della città e sono da lei divorate. Il
panico non le lascia fare un'altra cosa che piangere. Poi si asciuga le lacrime, stringe i denti, prende
con forza la valigetta di cartone e si mette anche lei nella città.
1952 - Buenos Aires - ARGENTINA
EVA PERON
Il popolo argentino resta nudo davanti alla sua morte. "Che viva il cancro", scrisse qualcuno su
un muro della città. La odiavano, la odiano ancora i ricchi, per povera, per donna, per essere insolente. Lei li sfidava parlando e li offendeva vivendo.
Nata per essere serva, Eva Peròn, Evita, si era spostata del suo posto.
La amavano, la amano, i poveri: attraverso la sua bocca, loro parlavano e bestemmiavano. Inoltre, Evita era
la fata bionda che abbracciava al lebbroso e al mal vestito. Dava pace al disperato ed al ammalato. Prodigava posti di lavoro e materassi, macchine di
cucire e dentiere. I miserabili ricevevano queste carità dal loro fianco, non dall'alto. Le celebravano il lusso. Non si sentiva il popolo umiliato ma
vendicato, per i suoi vestiti di regina.
Davanti al corpo di Evita, circondato di garofani bianchi, fa la sfilata il suo popolo piangendo. Giorno
dopo giorno, notte dopo notte, la sfilata di candele: una carovana lunga di due settimane.
Sospirano sollevati, gli usurai, i mercanti, i signori della terra. Morta Evita, il presidente Peròn è un
coltello senza filo.
1955 - Buenos Aires - ARGENTINA
EVA PERON
Finisce l'ultimo colpo di mortaio ed il comandante Rojas sa già cosa deve fare col cadavere di Evita.
Imbalsamata era luogo di pellegrinaggio del popolo lavoratore. Continuava a ridere dei suoi nemici, i ricchi, anche dopo morta.
Una grande cassa di cartone, con un po di paglia dentro, è stato l'abitacolo del corpo di Evita per molti
anni. Prima sopra un armadio in un oscuro ufficio della Marina. Dopo dentro di uno sgabuzzino sotto una scala in un palazzo secondario della stessa arma.
Poi un viaggio segreto del capitano Manrique per sepelirla in un cimitero di Roma sotto un nome falso. I dittatori di tutte le epoche credevano così di
porre fine all'incubo. Intanto Evita continuava a beffarsi di loro, col suo sorriso
perenne, attraverso miglia di fotografie presenti nelle case del popolo, malgrado il divieto ufficiale di
nominarla. Ancor oggi si urla "Evita. Presente!!!"
1967 - Catavi - BOLIVIA
DOMITILA
Urla contro gli assassini, dall'alto del muro. Lei abita in due stanze senza latrina e senza acqua, suo
marito è minatore e ha sette figli. L'ottavo sta che vuole uscire dalla pancia. Ogni giorno cucina, lava, tesse, stira e insegna ciò che sa e cura ciò
che può. Inoltre prepara centro spuntini e percorre le strade cercando chi vuole comperarle.
Per insultare l'esercito boliviano la arrestano.
Un militare le sputa in faccia.
Lei dopo racconterà:
"Mi ha sputato in faccia. Poi mi ha dato un calcio. Io non ho potuto contenermi e gli ho dato uno
schiaffo. Lui mi ha risposto dandomi un pugno. Gli ho graffiato la faccia. E lui pestandomi, malmenandomi... Mi ha messo il ginocchio qui, sul ventre. Mi
strangolava. Sembrava che volesse far scoppiare il mio ventre. Mi stringeva sempre di più. Io ho potuto morsicarlo in una mano e gli ho sputato in faccia
il suo proprio sangue. Era come pazzo, comincio ad urlare e chiamò a quattro dei suoi commilitoni. Mi presero tra i quattro...
Mi sono svegliata come di un sonno profondo. Stava inghiottendo un pezzo di un mio dente. Lo sentiva, il
pezzo, qui, dentro della mia gola. Mi ero palpata, e mi ero resa conto che questo militare mi aveva spaccato sei denti. Sentivo il sangue, ma ne la bocca ,
ne gli occhi potevo aprire. Il sangue mi sgocciolava dal naso come se fosse da un rubinetto.
E come se la fatalità fosse poca, ho cominciato in quel momento il travaglio.
Inizio a sentire dolori, dolori e dolori. E non ho potuto sopportarli, il bambino stava per nascere. Mi
sono spostata verso un angolo e mi sono appoggiata e mi sono coperta il viso perché non ero in grado di fare neanche un pochino di forza. La faccia mi
doleva come se scoppiasse di un momento all'altro. Ho notato che la testa del bambino già era uscita e sono svenuta.
Non ne so bene dopo quanto tempo mi svegliai. Ero tutta bagnata. Allora fece uno sforzo e trovai il cordone
ombelicale del bambino. E attraverso del cordone, ho trovato il mio bambino, totalmente freddo, gelato, lì, sul pavimento"
1992 - GUATEMALA
RIGOBERTA MENCHU
Rigoberta Menchù Tum, è nata il nove Gennaio Millenovecento cinquanta nove nel Quichè, Guatemala.
Autodidatta, partecipa da bambina nella lotta del suo popolo. Suo padre assieme a altri trentotto militanti sono bruciati vivi dalla polizia quando volevano
sgombrare la ambasciata di Spagna, che era stata occupata pacificamente per denunciare i crimini contro la popolazione indigena. La sua famiglia è stata assassinata per continuare la lotta di suo padre. Sta portando avanti la battaglia per i diritti indigeni fino alle ultime conseguenze. Ha ricevuto il Premio Nobel della Pace in 1992.
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