IL    PARTO

  

Sono arrivata in Italia nel 1976. Sono arrivata in un grande bastimento, uno degli ultimi a compiere “viaggi trasporto passeggeri”, visto che le navi poi incominciarono ad organizzare esclusivamente crociere. 

Eravamo nel porto di Buenos Aires. La nave non riusciva a salpare; c’erano 4 ore di ritardo: un lungo travaglio. Mia madre ed io incollate ad un’enorme finestra guardavamo con immensa tristezza mio padre , mio fratello e gli amici sul molo a salutarci. All’improvviso, ho guardato in basso e ho visto la grossa corda che teneva ancorata la nave al molo e immaginai la corda come un enorme cordone ombelicale che si staccava piano-piano. Così ho realizzato che “parto” e “partire” hanno la stessa etimologia. Partire è iniziare una nuova vita, staccarsi dalla “matria” (concedetemi questo termine che mi sembra più appropriato di “patria”).  Partire è soprattutto …dividersi.

Non vi sto a spiegare il motivo della mia partenza, ma vi assicuro che qualsiasi esso sia, è sempre lacerante.

Allora avevo 21 anni e come tutti i ragazzi, ero tormentata da sentimenti ambivalenti: da un lato la paura e l’incertezza dell’ignoto e per contro, l’entusiasmo delle novità, il sogno dell’Europa, mito per tutti gli argentini.

Il primo impatto è stato come per chiunque s’avventura in un’altra terra, carico di sensazioni nuove: la percezione dello spazio era diversa: le strade mi sembravano piccolissime, le case enormi. Tutto era facilmente raggiungibile: il mare, le montagne (mai viste prima, io che dalla “pampa” non mi ero mai mossa!).

Dovevo imparare nuovi “codici”: la lingua… Eh, si, pur essendo figlia di emigranti –mamma friulana e papà abruzzese-

I miei genitori non avevano mai parlato l’italiano tra loro. Certo lo capivo abbastanza perché in casa si ascoltava musica italiana, il notiziario italiano le domeniche, ma era terribile non riuscire a comunicare in maniera compiuta; limitare i vocaboli a una misera manciata di parole semplici e ripetitive. Nello stesso tempo, man mano che dominavo meglio la lingua, provavo una strana sensazione di perdita d’identità.

Poi, c’erano tutti i problemi burocratici a confondermi ancor di più: la cittadinanza . i titoli di studio…non valevano niente.

Logicamente i primi lavori erano in qualità di colf, assistente anziani, baby-sitter, pulizie in generale. Insomma ho percorso le stesse strade che solcano gli emigranti, anzi “le emigranti” a prescindere dalla loro professionalità, dal loro titolo di studio, dalla loro nazionalità. Tutte mansioni di basso profilo professionale  e cioè,  in termini tecnici, mansioni che servono a coprire le sacche di lavoro dequalificato come prevedono le leggi del mercato.

Il mio spirito d’avventura  unito a un forte desiderio di Conoscere, mi spinsero a viaggiare assieme a colui che da 23 anni è mio marito, naturalmente senza soldi, facendo l’autostop e lavoricchiando nei posti di passaggio. Nel 1980 è arrivato il primo dei miei quattro figli e d’allora, mi sono definitivamente “trapiantata” in questa terra nella quale scorre

la linfa dei miei avi.  Continuai a studiare e a fare lavori precari finché nel 1988 vinsi un concorso come impiegata presso l’Ufficio di Collocamento di Udine, ora Agenzia Regionale per l’Impiego. Nella mia doppia veste di immigrata e figlia di emigranti, mi sono interessata in particolar modo al fenomeno dell’ emigrazione. Ero facilitata a rapportarmi con essi perché avevo già vissuto le medesime situazioni ed inoltre, parlavo spesso nella loro lingua. Era un rapporto speculare. E’ così, solo quando ci specchiamo nell’altro riusciamo a identificarci, a capire e possiamo quindi, comunicare. Specialmente mi era facile comunicare con le donne con le quali provavo una immediata empatia. Donne che hanno dovuto scappare da situazioni  difficilissime, che hanno dovuto lasciare i figli con le nonne, proprio come hanno dovuto fare molte donne italiane nemmeno tanti anni fa. Potrei raccontarvi tantissime storie di dolore e di disperazione.

Allora riuscì a capire quel velo di nostalgia che invadeva sempre mia madre in Argentina, pur essendosi integrata perfettamente in quella terra che oltretutto amava.  E pure io provavo le stesse emozioni quando arrivavano le lettere mediante le quali continuavo a tessere quel filo invisibile che ci permette di sentirci uniti attraverso la distanza e il tempo con i nostri cari e pure mi emozionavo fino alle lacrime ascoltando le voci amate dall’altra parte del telefono con tutto il potere evocativo delle parole, dei suoni familiari.

Adesso posso dire comunque che chi emigra non riesce mai a fondersi completamente nella terra di adozione e non a caso si usano espressioni come “sradicato” “trapiantato”  per indicare quella traumatica separazione. Perché  il dolore più  lacerante è proprio quello, la separazione.

Per concludere, voglio raccontarvi una storia che è alquanto poetica, ma che è una storia veramente accaduta.

C’era una volta un emigrato che lavorava in una officina meccanica accanto alla casa di una bambina. Tutti i giorni, a mezzogiorno,  si sedeva a mangiare con il suo gamelino nel cortile dell’officina. Quando finiva il suo pranzo, tirava fuori “qualcosa”, forse una foto e rimaneva ipnotizzato guardando questo “oggetto misterioso”.  La bimba l’osservava attraverso la rete che separava la casa dal cortile dell’officina e un giorno si decise e andò a curiosare. L’oggetto magico era uno specchio in cui c’erano 2 foto messe negli angoli superiori: una della moglie e un di un bambino, il figlio. Era l’unico momento in cui la famiglia era nuovamente unita.

Mirta Croce