1976-2006 Trentesimo anniversario del Colpo di Stato in Argentina.

Ricordi, pensieri e sentimenti di un compagno Peronista, militante di una vita.

 

Trent’anni fa

 

Sono passati trent’anni da quando il barbarico braccio della oligarchia, il mostruoso piano dell’imperialismo, finiva per imporre il suo progetto e prendere forma nella nostra America del Sud.

Argentina sprofondava nella dittatura più sanguinosa e degenerata di tutte quelle sofferte dal nostro popolo fino a quel momento.

Il Piano Còndor, Bolivia, Uruguay, Perù e Argentina.

L’Argentina è  stato l’ultimo anello di questa catena di orrore  per una ragione: lì c’era il più grande potenziale rivoluzionario di tutta l’Amèrica ed era necessario che  si chiudesse il cerchio, prima che fosse possibile l’assassinio e la sparizione di migliaia di militanti. In questa maniera pensarono di finire con tutta la resistenza, per isolare e massacrare con impunità ai nostri compagni di Montoneros e del  Esercito Rivoluzionario del  Popolo, si sono sbagliati.

Si sono sbagliati i difensori una transizione verso la uscita “democratica” dove Videla non era fascista come Pinochet, e sbagliarono anche i “diritti e umani” del mondiale 78 che preferivano che si gettassero le Madres dagli aerei, invece  che dipingere il fronte della Cattedrale, dicendo “per qualcosa sarà”.

Si sono sbagliati anche quegli che scommettevano  di negoziare sui morti di Montoneros ed ERP quando la dittatura aprì le porte della Casa Rosada nel precipitarsi finale, dopo la guerra delle isole Malvinas.

Ancora più atroce lo sbaglio di chi montò l’infamia dei due demoni, cercando di mettere nello stesso piano i compagni ei torturatori, i sopravvissuti ai ladri di bambini, dicendo anche nel colmo della ipocrisia che “la democrazia era nata lì, ed era come un bambino al quale bisognava proteggere”, ignorando i tanti anni di democrazia e di storia che il nostro popolo aveva alle sue spalle.

 S’ignoro anche quegli che rispettarono la Costituzione, che imponeva nelle sue leggi, l’obbligo ai cittadini ad alzarsi con le armi per difendere la carta fondante del paese, contro quegli che volessero abbatterla.

In quel mondo di strumentali manipolazioni, i patrioti che sono sopravvissuti si convertirono alternativamente nei complici della dittatura o nei guerrafondai incoscienti che spinsero una gioventù ingenua ad una morte senza senso.

Oggi sappiamo che sì ha avuto senso, non la loro morte, pero sì la loro lotta e il rischio che affrontarono, con il coraggio e audacia alla quale si rende onore , forse perché non ci sono più e ci mancano. Sembra un velato rimprovero, metto in chiaro che penso alle parole del vangelo: “chi è libero di colpe lanci la prima pietra” includendo me stesso senza verità assolute in tasca, pero sì con una consapevolezza: comparto la responsabilità di quella lotta e non mi pento di nulla.   

 

Gli anni che seguirono sono stati vertiginosi, difficili però pieni di speranza.

Affrontammo la repressione dei dittatori  Onganìa e Lanusse, con la energia di una generazione che era cresciuta con le canzoni della resistenza Repubblicana Spagnola, quelle di Numa Moraes (il “Tupa”), di Viglietti, di Violeta Parra, degli Olimarenos, di Inti Ilimani, di Quilapayun, di Huerque Mapu, di Yupanqui…Eravamo fratelli del Che, figli di Peròn ed Evita, della resistenza peronista, del padre  Mujica, di Camilo Torres… una generazione che ha lottato contro la guerra in Vietnam e fatto possibile il Maggio del 68, che nella nostra Patria è stato Taco Ralo, il Cordobazo, l’Aramburazo, la CGT degli Argentini, Tosco, Ongaro, Ramus, Abal Medina…

La memoria è selettiva, personale e soggettiva come tutta la memoria, come la stessa storia.

Prima di noi tanti sono caduti perché la Patria potesse vivere.

Prima di questa generazione ci sono state altri che lottarono nella Settimana Tragica e nella Patagonia Ribelle, nel  1955 contro il Colpo di Stato gorilla della “rivoluzione” fucilatrice e… tanti diedero la vita. Anche loro, hanno avuto dei sogni e ci hanno dato la memoria delle loro lotte, le loro idee, affinché potessimo andare avanti.

 

Oggi ancora, un’altra generazione è protagonista con i suoi errori e i suoi raggiungimenti, e sappiamo che come ha detto Josè Martì:

“Nessun martire muore in vano, nessuna idea si perde nell’ondeggiare e nel rimescolarsi dei tempi. Le allontanano o le avvicinano, però sempre rimane la memoria di averle visto passare.”

 

Sono stato un compagno della Gioventù Peronista, non sono stato organico di Montoneros perché semplicemente la vita mi portò ad essere un militante, la cui capacità e responsabilità non furono così alte come per aspirare quel posto di lotta destinato ai migliori, non per sentirmi estraneo a tutti  gli ideali di Montoneros, invece perché non mi sentivo meritèvole di questo onore, però e con le mie debolezze, mai sono mancato all’appuntamento con il mio dovere come compagno.

 

Siamo in tanti quegli sopravvissuti e tanti quegli che morirono, è questo fu sempre lottando. Le classi medie  beneficiate, i giornalisti volgari e ruffiani del politicamente corretto cercarono di imporre l’idea che i Desaparecidos erano persone a caso o semplici oppositori dei partiti tradizionali. Solo in pochi casi è stato così, per completare la cornice di terrore necessaria per imporre il progetto del imperialismo.

Invece, l’immensa maggioranza furono compagni militanti rivoluzionari che ci riempiono di orgoglio, e nessun revisionismo mal intenzionato, ci toglierà il bellissimo colore degli ideali per cui abbiamo lottato.

 

Nostri caduti, Desaparecidos, morirono in una guerra disuguale, terribile. Furono a volte strappati dalle loro case, altre dal lavoro e sempre con il loro amore e dignità fra le mani, e per questo furono assassinate, per ciò che erano: militanti del movimento popolare, con o senza armi. I loro aguzzini sapevano in  che indirizzo di grandezza portavano il paese, una bandiera che loro miserabili traditori del esercito di San Martìn non potevano dispiegare.

 

In quei anni sono nati bambini che oggi hanno trenta o più anni, e ricordano il colpo di stato del ’76, come molti della nostra generazione ricordiamo quello del ’55 e siamo stati capaci di sognare con una Patria Grande e vivere per questo. Quegli che abbiamo sopravvissuti continuiamo a sognare e sentire come loro, nostri compagni Desaparecidos. Senza dubbio, se loro fossero al nostro posto andrebbero avanti con la lotta, ricordandoci, costruendo a partire dalla vita, come è sempre stato, non dalla morte.

 

Da queste righe, vorrei convocare a un ricordo senza nostalgie, a un ricordo che ci dia linfa e ci alimenti.

Sotterrare i morti significa continuare il cammino della vita e per questo è necessario che i più giovani prendano posto. Niente favorisce di più il nemico che il nostro scoraggiamento e niente ci acceca di più che il desiderio di vendetta.

I 30.000 compagni non ci sono e nessuno sarà capace di fare veramente giustizia, dovrebbero tornare alla vita. La giustizia sarà vera solo quando si compia la liberazione definitiva della nostra Patria Grande, in un mondo più giusto, solidario, con un futuro di dignità.

In quel momento sarà vera giustizia per i nostri eroi, come per i nostri morti dimenticati. Semplici caduti in modo anonimo, che un giorno la povertà mise a un fianco della strada o i bambini, che non hanno avuto la possibilità di morire per un ideale. In quel momento, gli esclusi di ogni angolo vivi nel anima del popolo, saranno la forza inarrestabile per vincere quella battaglia.

 

Sono passati trent’anni e ricordo “Assunta” (Asuncion Luzzi) come se lei, compagna, potessi riassumere il mio piccolo omaggio. Oggi avrebbe 49 anni, era Montonera e amica.

Nonostante gli anni e la nostalgia per ogni Desaparecido, voglio chiedere permesso è occupare il mio umile posto, fino a quando la pelle resista, in questa nuova tappa, nella quale voglio vedere un orizzonte di speranza e affermare:

La lotta, la vita continua. Non ci hanno sconfitto.

 

Jorge Bellini

Movimiento Peronista Montonero