IL CHE E GLI ARGENTINI NEL 2004
CLAUDIA KOROL
Quale
significato può avere ricordare il Che nell’Argentina del 2004? Come ricordarlo senza che l’omaggio diventi un semplice rituale che non infastidisce
nessuno e tranquillizza le coscienze di coloro che, lontani oggi dai suoi ideali, dai suoi sogni e dalle sue pratiche, pensano che il migliore modo di
smorzare il suo messaggio sia ricoprendo il Che di una gloria lontana e irraggiungibile per quanti pretendono continuare la lotta?
Come ricordare il Che, come ripensare a lui, nel ventunesimo
secolo, nelle attuali condizioni in cui si pretende assimilare il suo progetto fondamentale- la battaglia per il socialismo e il comunismo, la creazione
dell’uomo nuovo e della nuova società su scala mondiale- a differenti pratiche politiche e sociali, incluso quelle che esortano alla costruzione di un
“capitalismo serio”?
Come ricordare il Che quando dall’altra parte molti di coloro
che al tempo lo negarono, pretendono ora di utilizzarlo come emblema per le nuove modalità di settarismo, riformismo e opportunismo? L’idea è quella di parlare del Che e degli argentini, in un momento in cui risuona come una sfida il suo messaggio rivolto al nostro popolo il 25 maggio del 1962, dall’Avana, in cui ci spronava urgentemente all’unità. Diceva allora:
“ Tutti noi che lottiamo per la liberazione dei nostri popoli,
lottiamo allo stesso tempo, anche se a volte non lo sappiamo, per l’annichilamento dell’imperialismo; e tutti quanti siamo alleati, anche se a volte non
lo sappiamo, anche se a volte disgreghiamo le nostre forze per liti interne, anche se a volte per discussioni sterili, smettiamo di costruire il fronte
necessario per lottare contro l’imperialismo; tutti noi che lottiamo onestamente per la liberazione delle nostre rispettive patrie siamo nemici diretti
dell’imperialismo. In questo momento non può esserci altra posizione che la lotta diretta o la collaborazione.”
…”Liberazione, perché l’Argentina è di nuovo incatenata;
catene a volte difficili da vedere, catene che non sempre sono visibili da tutto il popolo, ma che la stanno legando giorno dopo giorno. Il petrolio se ne
va, compagnie straniere entrano da tutte le parti, si vanno perdendo vecchie conquiste, e tutto questo sta accadendo lentamente, come un veleno sottile che
sta penetrando in Argentina, come in molti altri paesi dell’America Latina.”
…” Se il nostro popolo impara bene le lezioni, se non si
lascia ingannare dal nuovo, se non succedono nuove e piccole scaramucce che lo allontanano dall’obiettivo principale che deve essere prendere il potere-
niente più né nientemeno che prendere il potere- potranno verificarsi nuove condizioni in Argentina, le condizioni che all’epoca rappresentò il 25
maggio, le condizioni di un cambiamento totale. Solamente che, in questo momento di colonialismo e imperialismo, il cambiamento totale significa il passo
che noi abbiamo fatto: il passo verso la dichiarazione della Rivoluzione Socialista, e l’istituzione di un potere che si dedichi alla costruzione del
socialismo”.
Questo
discorso del Che ci ricorda alcuni punti fondamentali del suo pensiero, sui quali possiamo riflettere. Il socialismo, come obiettivo principale della nostra
battaglia. Il tema del potere e le concezioni che il movimento popolare ha dello stesso. La necessità dell’unità delle forze antimperialiste. L’antimperialismo,
come fulcro di una politica continentale. L’internazionalismo, come strategia fondante del movimento rivoluzionario in tempi di globalizzazione.
Terminava
così il Che il suo discorso 42 anni fa:
“Pensiamo
all’unità indistruttibile di tutto il nostro continente, pensiamo a tutto quel che ci lega e unisce, e non a quel che ci divide; pensiamo a tutte le
nostre comuni qualità; pensiamo alla nostra economia in uguale modo distorta, ad ogni popolo in uguale modo oppresso dallo stesso imperialismo; pensiamo
che siamo parte di un esercito che lotta per la sua liberazione, in ogni luogo del mondo dove non si sia ancora ottenuta, e apprestiamoci a celebrare un
altro 25 maggio, non più solamente in questa terra generosa, bensì in tutta la terra sotto simboli diversi, sotto simboli nuovi, sotto il simbolo del
futuro, sotto il simbolo della costruzione del socialismo, sotto il simbolo della vittoria”.
QUEL 25 MAGGIO
Il
Che tenne questo discorso durante un asado [1] in cui si erano riuniti gli argentini e le argentine che si trovavano a Cuba, partecipando a diverse
attività di solidarietà con la Rivoluzione Cubana. In tale occasione, a nome della delegazione argentina, parlò John William Cooke, dirigente delle
correnti rivoluzionarie del Peronismo, uno degli uomini con cui il Che intessé solidi legami pensando alla realizzazione del suo progetto rivoluzionario in
Argentina.
John
William Cooke collaborò con la prima guerriglia sviluppatasi nel paese nel 1959, la guerriglia di Uturunco; successivamente appoggiò- su richiesta del
Che- l’esperienza dell’Esercito Guerrillero del Pueblo, capeggiata da Jorge Ricardo Masetti, che si sviluppò a Salta fra il 1962 e il 1964, e organizzò
con altri compagni la guerriglia di Taco Ralo, nel 1967-68, anno della sua morte. Quando il Che andò a combattere in Bolivia, Cooke stava organizzando un
distaccamento argentino per unirsi al Che in questo sforzo continentale. Riguardo a ciò rimane la testimonianza della sua compagna Alicia Eguren:
“
Cooke ricevette le prime notizie della morte del Che a Londra, di ritorno dalla Conferenza dell’OLAS alla quale aveva partecipato presiedendo la
delegazione argentina. Lo shock fu per lui più forte di quello provato da quanti si resero subito conto di aver perso il loro capo per la guerra vera. Per
John questa morte significava la morte, o meglio il tragico rinvio dei piani di lavoro per i quali, spontaneamente, aveva già rinunciato a molte cose,
incluso, a livello umano a ciò che più amava. Da Londra andò a Parigi. Rimase lì per più di quindici giorni aspettando contatti che non si stabilirono.
La tragedia fu troppo grande perché si ricostruissero immediatamente i circuiti rotti. Per lo meno non esistevano l’organizzazione, i piani di azione e
di emergenza affinché il progetto originale, infranto dalla grave disgrazia, potesse svilupparsi nell’immediato. Ernesto Che Guevara e John W. Cooke
mantennero una lunga relazione politica, militante e rivoluzionaria. I progetti di lotta comune nel sud del continente rimasero stroncati con la morte di
Ernesto. John morì a meno di un anno dal Che”.
Alicia
Eguren- che fu assassinata nell’ESMA- prese parte successivamente al Frente Antimperialista per il Socialismo e fu inoltre una collaboratrice diretta del
Che nei suoi piani rivoluzionari per il continente.
C’era
inoltre a quell’asado Tamara Bunke, Tania, la guerrigliera che poi morì in Bolivia, combattendo assieme al Che.
Durante la celebrazione del 25 maggio, all’Avana, Tania si dedicò a cantare e a ballare danze tradizionali argentine.
Masetti,
in quel periodo, stava iniziando la prima guerriglia guevarista in Argentina. Il comandante Segundo (alias don Segundo Sombra) iniziava allora l’impresa a
cui il Che voleva unirsi in una tappa successiva, sotto il nome di guerra di Martín Fierro. L’Ejercito Guerrillero del Pueblo, operativo nella regione
dell’Orán fra il 1962 e il 1964, fu la prima guerriglia ispirata direttamente dal Che. Jorge Ricardo Masetti, fondatore della Prensa Latina, fu il primo
giornalista argentino che intervistò il Che nella Sierra Maestra, e da allora si unì ai suoi progetti rivoluzionari.
Masetti,
Cooke, Alicia, Tania. Sono solo alcuni compagni di quella generazione che potremmo identificare come quella dei primi guevaristi argentini, che provenivano
da diverse identità e organizzazioni politiche.
Peronisti
come Cooke e Alicia, cristiani come Juan García Elorrio, marxisti come Roby Santucho, trotzkisti come il Vasco Bengoechea. Ebbero diverse opinioni sulla
congiuntura nazionale e sulle tattiche da seguire. La maggior parte di loro non si trovarono d’accordo al momento di lottare contro lo stesso nemico, ma
furono ugualmente fedeli all’esempio, all’etica e all’umanesimo che ci legarono al Che. Questo dato, le diverse identità, le differenti
organizzazioni e una stessa attitudine di fronte alla vita, è una delle prime riflessioni che voglio fare. Perché forse in ciò risiede uno dei dilemmi
argentini, e la maggior sfida per l’attualità.
Il Che fu capace di relazionarsi con le diverse correnti politiche
argentine, senza altra condizione che quella che fossero veramente disposte a lottare. In questa relazione stabilì le polemiche in cui poté modificare le
concezioni erronee di quei settori, e poté anche cambiare le proprie idee. Era un dialogo reale, sincero, senza sotterfugi, mediato da un’alta morale
rivoluzionaria e da condivisi sforzi pratici di lotta. Allo stesso tempo, la densità etica del suo esempio, riuscì a commuovere più di molti discorsi
migliaia di giovani argentini, provocando una rottura culturale nella sinistra che interessò tutti i settori.
Rodolfo
Walsh scrisse sulla morte del Che:
“
La nostalgia si codifica in un rosario di morti, e si prova un po’ di vergogna stando qui seduti davanti ad una macchina da scrivere, anche se si sa che
pure questa è una specie di fatalità, anche se ci si potrebbe consolare con l’idea che è una fatalità che serve a qualcosa. Detto più semplicemente:
costa a molti eludere la vergogna, non di essere vivi – perché non è il desiderio della morte, bensì il suo contrario, la forza della rivoluzione- ma
di sapere che Guevara è morto con pochi compagni attorno a sé. Certo non lo sapevamo, ufficialmente non sapevamo nulla, ma alcuni di noi lo sospettavamo,
lo temevamo. Siamo stati lenti, colpevoli? Inutile ora discutere la cosa, ma questo sentimento di cui parlo è presente, almeno per me lo è,
e forse può essere un nuovo punto di partenza”.
Paco Urondo
scrisse:
“
Ha rincorso la sorte dell’ aggredito, anche se l’aggredito non ha rincorso la sua sorte. Continua a vivere e a scodinzolare. Proprio ora ascolto alla
radio fatidici dettagli fra scariche elettriche, fluttuando in un etere contaminato e non rimane altra cosa che ammetterlo e il giorno dopo sua sorella mi
dice di sì, che era il suo corpo, che adesso si rendevano conto che non voleva riconoscerlo, che negava la gran disgrazia d’America; il suo corpo da
santo, perché io non so se lo conoscevate bene, mi dice, ma gli è venuto quell’aspetto da santo che forse era necessario per scuotere questo mondo
prostrato, anche se sembra un prezzo troppo alto per finirla con il formalismo di sinistra e i gruppetti dissidenti e paralizzati e i fuochi isolati e
incominciare una buona volta, prima che alcuni pretendano dissellare e tutto termini in lamentele, e nessuno abbia corretto gli errori. Vedo il futuro nella
causa dei loro figli e dei miei e dei tanti in questa terra immonda. Non si possono più chiedere ordini al mio Comandante. Non va più dando risposte, la
sua la già data. Bisognerà ricordarla, o indovinarla, o inventare i passi del nostro destino”.
Rodolfo
Walsh, Paco Urondo, Haroldo Conti, Tania, Alicia Eguren, Juan García Elorrio, Jorge Ricardo Masetti. Compagni e compagne che furono fedeli all’esempio
etico del Che, dando la propria vita in queste battaglie. Uomini nuovi, donne nuove, che misero in pratica a modo loro, nel loro tempo, con le proprie vite,
la pedagogia dell’esempio. La pedagogia della coerenza fra teoria e pratica. La pedagogia del soggetto trasformatore della storia, artefice della storia.
Di
fronte a una cultura neoliberale che ha proclamato la fine della storia, che ha cercato di renderci tutti quanti oggetti, oltretutto oggetti scartabili, la
presenza del Che fra gli argentini e le argentine stimola la possibilità di continuare a creare, nella lotta, uomini e donne nuovi. Uomini che vanno
forgiando nelle loro pratiche quotidiane i valori opposti a quelli che rafforzano la dominazione. Si tratta di una battaglia contro l’egemonia, combattuta
sul piano delle idee, dei valori, delle attitudini, dei gesti. Si tratta di sfidare la cultura dell’autoritarismo, del settarismo, dell’egemonismo,
dell’egoismo, dell’individualismo, del “si salvi chi può”, per pensare ad una cultura basata sulla solidarietà, sulla capacità di ribellarsi di
fronte alle ingiustizie, sulla sensibilità. "Lasciatemi dire – diceva il Che nel 1955 a Carlos Quijano – che il vero rivoluzionario è guidato da
grandi sentimenti d’amore”.
È possibile forgiare questi uomini nuovi e queste nuove
donne, in un tempo in cui il mercato comanda sui valori, in cui si comprano le coscienze a basso costo, in cui la corruzione ha intaccato alla base lo
stesso movimento popolare, in cui la cooptazione sviluppata dal potere e persino da correnti politiche provenienti dalla sinistra è diventata una
consuetudine?
Credo
che questa sia una delle sfide più grandi. E penso che sia possibile, quando ricordo Darío Santillán, Maxi Kosteki, i piqueteros di Salta, i compagni e le compagne che danno le proprie vite tutti i giorni, non per trarre un immediato vantaggio per se stessi, bensì
per creare nuovi modi di relazionarci, di organizzare la nostra lotta, di risolvere il problema della nostra sussistenza in modo collettivo.
Il
Che sognò l’uomo nuovo, scrisse pensando a come crearlo e lo creò con la propria vita, inventò modi per educarlo. È in questa ricerca che dobbiamo
iscrivere tutto quello che sviluppò come contributo al socialismo, soprattutto la ricerca di nuove forme di lavoro che non ripetessero l’alienazione, lo
sfruttamento proprie del capitalismo. Quando il Che andava al lavoro volontario, decantando l’importanza dell’esempio, cercava non solo di realizzare un
gesto di solidarietà, bensì di trovare in un lavoro liberato, i semi di una nuova maniera di lavorare, non capitalista, in cui l’individuo, l’uomo o
la donna, non siano obbligati a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere. Pensava a nuove relazioni che avrebbero potuto crearsi fra gli uomini e le
donne che si univano al lavoro volontario. Credo che molti di questi contributi, valgano oggi come base per il dibattito attuale sulle realtà produttive
dei piqueteros, o sulle imprese recuperate dai lavoratori e dalle lavoratrici. È una gran sfida, intendo dire,
trovare in queste nuove modalità di organizzazione, forme di relazione che anticipino la società che aneliamo creare. L’opportunità di ritornare ad
agire come volontà collettiva, come forza solidale, è la gran sfida che si presenta a quanti continuiamo a pensare a una società in cui ci prendiamo la
responsabilità di creare coscientemente la nostra storia.
La relazione uomo nuovo – nuova donna, organizzazione nuova e
nuova società, è l’asse che dobbiamo ricomporre come condizione per costruire un progetto rivoluzionario alternativo. L’uomo nuovo, proposta cui il
Che consacrò la sua vita, è la coniugazione dei valori che negano la cultura alienante del capitalismo di fine secolo. L’organizzazione nuova, sarà
quella che possa contribuire a riunire gli ideali, le capacità e la mistica necessarie per promuovere una cultura basata sull’unione, la ribellione, la
resistenza e la solidarietà. Sarà sicuramente il risultato di un processo di unità dei rivoluzionari argentini provenienti da diverse esperienze e
tradizioni militanti in Argentina, e in essa avranno un ruolo rilevante le nuove generazioni che cominciano ad integrare nella loro ribellione la figura
emblematica del Che.
La nuova società sarà la conclusione di una complessa
costruzione collettiva, piagata di contraddizioni. Il socialismo non sarà solamente una forma superiore di distribuzione della ricchezza, né sarà solo un
modalità di produzione, bensì, come lo propose il Che, un fatto di coscienza. Sarà il trionfo di una cultura opposta a qualsiasi tipo di dominazione e ad
ogni tipo di discriminazione. Buenos Aires, 14 giugno del 2004 [1] Tipica grigliata argentina
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