Il
falso miracolo
Un fallimento annunciato. E
causato dai tanti che hanno vantato il "prodigio"
confondendo l'economia con la partita doppia
CLAUDIO
TOGNONATO
Ieri all'alba davanti alla Casa
Rosada si respirava una calma tesa. Era già stato domato l'incendio
appiccato al ministero delle finanze ma anche se la dichiarazione
dello stato di assedio (sospensione delle garanzie individuali)
vietava espressamente ogni dimostrazione pubblica molti manifestanti
non avevano lasciato la piazza. Dopo l'incontenibile furia della
gente che ha saccheggiato supermercati e negozi di alimenti
contestando la politica del governo e la successiva rinuncia del
superministro di economia Domingo Cavallo la parola passa al
presidente de la Rúa. Anche se il governo, criminalizzando la
protesta popolare e imponendo misure repressive, ha già dimostrato
che oltre ad essere isolato - è in minoranza sia alla camera che al
senato - è cieco e sordo. Difficile sopravivere in queste
condizioni.
Per anni si è parlato del "miracolo argentino", la cura
del Fondo Monetario Internazionale messa in atto da Cavallo, uno dei
più illustri e accreditati economisti liberali, era riuscita a
bloccare un'inflazione endemica che si protraeva da anni. Coloro che
parlavano di prodigio assicuravano che ora i conti erano in regola,
le casse dello stato traboccanti di valuta e il peso (la moneta
nazionale) valeva quanto un dollaro. Non erano ingenui, erano, e
sono, coloro che tra "gli addetti ai lavori" confondono
l'economia con la partita doppia.
Il miracolo si è dimostrato falso. Si dubita dell'esistenza dei
miracoli in generale, figuriamoci in economia. La cura di Cavallo è
stata una cura d'urto che ha bloccato l'economia reale. Per anni si
è spalancato il mercato argentino alla concorrenza internazionale.
Veniva importato ogni bene, necessario o superfluo, una spensierata
invasione di prodotti affluiva da ogni parte del mondo e concorreva
con l'incipiente industria locale. Il risultato era prevedibile: le
fabbriche chiudevano, la produzione calava, cresceva la
disoccupazione.
Il crollo dell'economia reale non era all'inizio evidente perché la
"ricetta" degli organismi internazionali, seguita con tale
scrupolosità da considerare l'Argentina "il primo della
classe", consigliava la privatizzazione dell'economia, la
vendita delle aziende di servizi che il paese negli anni aveva
creato. L'Argentina era un'offerta allettante per gli uomini
d'affari di tutto il mondo, il governo di Carlos Menem abbassava i
prezzi senza scrupoli e accettava cospicui "doni" degli
acquirenti. La privatizzazione non ha risparmiato nulla, oggi in
Argentina perfino il rilascio della carta d'identità e il
passaporto è stato dato in concessione ad un'azienda privata.
Il progetto economico di Domingo Cavallo non era in realtà
originale, salvo qualche ritocco era già stato avviato nel 1976
dalla dittatura del generale Jorge Videla che ha lasciato al suo
ministro delle finanze Alfredo Martínez de Hoz il compito di
imporre - come già era stato fatto in Cile - la ricetta
neoliberista dell'esclusione sociale e dell'abbassamento di ogni
barriera doganale. Un modello imposto a forza di desaparecidos.
Dalla violazione dei diritti umani durante la dittatura si è
passati a quella offesa velata e quotidiana che è la perdita del
proprio lavoro. La settimana scorsa il governo ha riconosciuto un
tasso di disoccupazione di 18,4% a cui bisogna aggiungere un 16,3%
di sottoccupati (persone che lavorano meno di 35 ore alla
settimana). Le Madri di Piazza di Maggio parlano dei nuovi
desaparecidos, "gli invisibili", coloro che continuano a
sparire durante la democrazia, coloro che insieme al lavoro perdono
ogni futuro. La società non ha più bisogno di loro, sono un
esubero, un sopranumero, cancellati. Sono i nuovi desaparecidos
anche perché ci sono voluti più di 30.000 morti per imporre le
politiche del Fmi.
L'esplosione sociale che si manifesta nei saccheggi ai supermercati
non ha interlocutori capaci di dargli ascolto. E' chiaro che la
crisi economica argentina è anche e soprattutto politica. Sia
l'attuale governo sia l'opposizione hanno perso ogni credibilità.
In anni passati, lo stato di assedio sarebbe stato il preludio
naturale al colpo di stato, ma nemmeno i militari rappresentano
un'alternativa. Le forze armate sono screditate, anzi, oltre ad
essere gli esecutori di torture, sequestri e uccisione di migliaia
di persone, sono considerate tra i principali responsabili
dell'incremento esponenziale del debito estero durante la passata
dittatura.
Era prevedibile che lo smantellamento dello stato sociale e le
restrizioni che negli ultimi mesi hanno tagliato di un 13% le
pensioni di tutti gli argentini e di un altro 13% gli stipendi degli
impiegati dello stato avrebbe portato ad una reazione. La
"Consultazione popolare" organizzata quest'ultimo week-end
dalla "Central de los trabajadores argentinos" (Cta)
di Victor De Gennaro che insieme ad alcuni organismi di diritti
umani hanno dato vita al "Frente contra la pobreza"
è stata eloquente. La proposta di un sussidio mensile ad ogni capo
famiglia disoccupato e un contributo minimo per anziani senza
pensione ha raccolto una marea di consensi. Chiuse le urne, sono
state conteggiate quasi 3 milioni di adesioni, un successo
inaspettato e premonitore, che supera perfino i voti raccolti dalla
prima minoranza nelle ultime consultazioni e misura il malcontento
contro l'intera classe politica.
E' da tempo che si parla del crollo dell'Argentina. Ai tre anni di
recessione con una diminuzione del prodotto interno lordo del 10% si
è aggiunta la fuga di capitali che da marzo a dicembre ha raggiunto
15,3 miliardi di dollari. Una cifra esorbitante per l'economia
argentina. I capitali speculativi hanno lasciato il paese, una
piazza ormai troppo rischiosa, limitando i danni che avrebbe potuto
causare il default sulla finanza internazionale. Si crede che
anche per questo il Fmi abbia irrigidito la sua posizione chiedendo
ulteriori tagli nella finanziaria o nessun credito nel 2002.
Le prossime ore saranno cruciali per l'Argentina. Non è facile
trovare vie di uscita quando il paese è stato saccheggiato prima
dalle multinazionali e poi dai governanti che hanno svuotato le
tasche della popolazione per pagare le rate in scadenza del debito
estero. Le briciole che restano impongono agli argentini il modello
di un altro paese, un paese che sì, ha ogni bene, ogni clima, le
migliori università di tutta l'America Latina, un buon livello
d'istruzione, ecc. ma è condannato da anni ad una perenne
retrocessione. Non sarà facile raccogliere i consensi per invertire
la tendenza, chi colloca le necessità di bilancio prima di quelle
delle persone non può che generare una politica inumana.