Battaglia e dimissioni
De la Rua abbandona I peronisti rispondono no all'appello alla salvezza nazionale del presidente, che si dimette. La magistratura: Cavallo non può lasciare il paese

 

MAURIZIO GALVANI

Venti morti e circa 400 feriti ed un numero imprecisato di arresti, è questo il primo bilancio dei disordini scoppiati negli ultimi due giorni in tutta l'Argentina. Disordini caratterizzati da centinaia di assalti ai supermercati e ai negozi in tutto il paese. Ieri però il centro dello scontro si è spostato nel cuore del paese, nella capitale, nella Plaza de Mayo di fronte alla Casa Rosada e questa volta i manifestanti hanno voluto mettere sotto accusa direttamente il presidente Fernando De la Rua e il suo governo. A migliaia si sono raccolti nel cuore politico della città per protestare direttamentre contro la distruzione economica del paese e contro l'impoverimento di milioni di persone.
Già mercoledì notte la gente era affluita - sembra senza nessun ordine politico preciso - a centinaia di migliaia a Plaza de Mayo e in tutte le strade adiacenti. Battendo pentole e casseruole, gridavano slogan, a dire poco, irreverenti contro il capo dello stato di cui chiedevano anche le immediate dimissioni. Per alcuni "Il miglior regalo di Natale". Nelle prime ore di giovedì, tutto il centro di Buenos Aires era ormai assediato da migliaia di cittadini di ogni estrazione sociale. Alcuni dimostranti tentavano di forzare le serrande di alcuni negozi del centro, che erano rimasti chiusi per precauzione; mentre altri cercavano di distruggere le porte d'ingresso di due grandi banche: il Banco Frances e il Banco Itau. La situazione però è precipitata solo quando la polizia ha deciso di intervenire con pesanti cariche per disperdere la folla. Secondo i racconti di alcuni giornalisti della principali testate argentine, sola allora è scoppiata un'autentica battaglia e la caccia all'uomo. Le forze dell'ordine non si sono risparmiate nella repressione, hanno colpito con i manganelli, hanno fatto uso di un fittissimo lancio di lacrimogeni, hanno usato gli idranti ed hanno sparato.
La maggior parte della gente si è dispersa per le vie del centro ed è andata verso il palazzo del Congresso, alcuni manifestanti hanno tentato anche di rispondere alle pesantissime cariche costruendo barricate con ogni mezzo, cassonetti della spazzatura, automobili e quant'altro.
Secondo il Clarin, purtroppo, il bilancio di questi scontri è pesantissimo: si contano quattro morti solo a Buenos Aires - mentre scriviamo sono almeno 20 le vittime in tutto il paese - e più di 182 feriti; che hanno dovuto fare ricorso all'assistenza ospedaliera per avere le prime cure. I feriti sono arrivati al pronto soccorso con segni evidenti provocati dalle palle di gomma, con segni di ustioni e sintomi di grave intossicazione provocata dal lancio dei lacrimogeni, a cui ha fatto ricorso la polizia. Infine, venti persone hanno riportato gravi traumi cranici. La situazione non è per nulla sotto controllo e altri migliaia di cittadini stanno accorrendo nel centro della capitale, raccogliendosi o davanti alla Cattedrale o davanti al palazzo del Congresso o davanti al ministero dell'economia contro il quale sono state scagliate anche alcune molotov.
Il presidente Fernando De la Rua - che per bocca del segretario alla presidenza Nicolas Gallo, si è assunto ogni responsabilità dell'intervento delle forze dell'ordine - alle 20 ore italiane è intervenuto per la prima volta con un drammatico messaggio alla nazione. De la Rua ha chiesto senza mezzi termini al partito peronista di "entrare a fare parte di un governo di unità nazionale". "Senza - ha aggiunto il capo dello stato - che l'opposizione rinunci a portare avanti le sue idee". nella dichiarazione delle 20 De la Rua insisteva che, di fronte al paese e all'inasprirsi delle proteste, lui non aveva "nessuna intenzione di dimettersi" e che avrebbe portato "il suo incarico in avanti fino alla fine", cioè fino all'autunno del 2003. In giornata però il sottosegretario alla comunicazione, Juan Pablo Baylac, rendeva noto che se il partito giustizialista non avesse accolto il messaggio del presidente, il capo dello stato avrebbe potuto dimettersi.
Poi, all'improvviso, dopo tre ore l'annuncio dello stesso sottosegretario Baylac: "Il presidente De la Rua presenterà le dimissioni al parlamento e dichiarerà la crisi". Sono ore drammatiche, mentre scriviamo praticamente il paese rischia di ritrovarsi, ancora una volat, nelle mani dei militari.
E restano anche confermate le dimissioni del superministro dell'economia Domingo Cavallo individuato dalla piazza, dal partito giustizialista e dai governatori delle provincie, come il primo e massimo responsabile dell'attuale crisi argentina. La sorte dell'ex-superministro - che ha perduto ogni carica ufficiale - è segnata edd è quello di "un recluso" in lussuosa casa in una quartiere di lusso della capitale. Assediato fin dalla mattinata da un gruppo di manifestanti che, ieri, gli gridavano a gran voce "di ridare i soldi che aveva rubato al popolo". A Domingo Cavallo, per disposizione di un giudice di Buenos Aires, è stato comunicato che non può lasciare in nessun modo il paese. Perché sarebbe investigato per lo stesso processo di corruzione che ha portato agli arresti il suo primo e antico protettore l'ex-presidente Carlos Menem. In riferimento allo scandalo che ha coinvolto l'ex-presidente per la contrabbando di armi all'Ecuador e alla Crozia.