Trentunesimo anniversario del colpo di stato in Argentina

Iniziative realizate da Vientos del Sur a Udine-Italia con la

Liga Argentina por los Derechos del Hombre

Incontri, documenti e denuncie

 

1-Documento CGIL-CISL-UIL di Udine in appoggio ai processi contro i militari argentini.

2-Documento di denuncia lanciato a Udine da Nora Podestà, Responsabbile Esteri della Liga Argentina por los Derechos del Hombre, nell'ambito dei diversi incontri mantenuti in Friule Venezia Giulia fra il 24-3 e il 30-3.

 

 

1-Argentina, 31 anni dopo il colpo di stato, comunicato CGIL CISL UIL Udine

IL SACRIFICIO DI UNA GENERAZIONE. SITUAZIONE ANCORA DRAMMATICA

Le segreterie udinesi di Cgil, Cisl e Uil incontrano Nora Podestà, responsabile della Liga Argentina por los derechos del hombre

 

Trent’anni per non dimenticare, per ristabilire giustizia e verità. All’indomani dell’anniversario del colpo di stato in Argentina, le segreterie territoriali di Cgil, Cisl e Uil lanciano un appello alla comunità internazionale ed al governo sudamericano: andare avanti con i processi contro i militari dell’ultima dittatura e tutelare l’incolumità dei testimoni.

La sparizione, ormai da quasi sei mesi, di uno dei teste chiave - Jorge Julio Lopez - infatti, preoccupa anche il Sindacato friulano, che proprio questa sera ha incontrato nella sede della Cisl di Udine, Nora Podestà, responsabile della Liga Argentina por los derechos del hombre ed ospite in Fvg dell’Associazione Vientos del sur.

Gli orrori della dittatura - torture, esecuzioni sommarie sulla base di pretestuosi capi d’accusa, deportazioni, sparizioni, che hanno annientato e cancellato un’intera generazione di argentini - pesano ancora sulla storia e lo sviluppo del Paese sudamericano. A fare i conti con un passato che è ancora vivo e presente, soprattutto nelle periferie di Buenos Aires e nelle campagne, non sono solo gli uomini e le donne sopravvissuti, ma anche i figli delle migliaia di desaparecidos. Generazioni che si trovano a convivere, da un lato, con il ricordo della spietata repressione, che pesa come un macigno e, dall’altro, con un governo che gode della credibilità internazionale, ma che, di fatto, ostacola lo svolgimento della giustizia.

“E’ vero - spiega Nora Podestà, responsabile della più antica associazione argentina che si batte per i diritti umani e la verità sul genocidio (ndr solo di recente una sentenza del tribunale argentino ha riconosciuta il genocidio) - con l’abrogazione delle legge sull’impunità è stata aperta una serie di processi, ma di fatto il Governo ne impedisce lo svolgimento. Come? Ad esempio non fornendo le sedi, soldi e quanto necessario per arrivare ad una sentenza”. “Senza contare - aggiunge Nora - che la prassi adottata è quella di non accorpare i delitti, ma di procedere caso per caso, con la conseguenza che i processi di allungano, testimoni e criminali nel frattempo muoiono e i testi che arrivano al banco della giustizia, possono essere chiamati a deporre più e più volte, ripercorrendo uno strazio insostenibile”.

E’ minuta e delicata, Nora Podestà, ma quando racconta del dramma argentino, lo fa senza tirarsi indietro, abbandonando ogni remora. Sa che il silenzio non deve calare sull’Argentina, nemmeno su quella di oggi. Conosce da vicino, attraverso la Liga ed i militanti, gli effetti di bombe, ritorsioni e attentati. E’ per questo che denuncia con forza, amplificata dalla voce del Sindacato, la polizia dal grilletto facile, i segmenti dell’esercito addestrati a brutali torture (solo quest’anno nei commissariati dell’attuale governo sono morte oltre 70 persone), le tensioni ed i bracci di ferro, i processi aperti in capo a più di 5.000 operai, “rei” di aver occupato a suo tempo le fabbriche per lavorare, i licenziamenti ingiustificati, la detenzione di centinaia di prigionieri politici, ma anche i sequestri lampo e le minacce, prassi decisamente diffuse.

“Auspichiamo - commentano i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Emiliano Giareghi, Iris Morassi e Ferdinando Ceschia - che la richiesta, già avanzata dalla Liga e dai partiti della sinistra argentina, di amnistia per tutti i lavoratori sotto processo trovi esito positivo, ma anche che i militari coinvolti nel genocidio (circa 3.500) vengano condannati e che alcuni prigionieri paraguaiani possano ottenere l’asilo politico per evitare un mortale rimpatrio.

Sono i numeri del genocidio a chiedere giustizia: 30.000 persone scomparse o uccise, 10.000 fucilate per strada, 1.500.000 di esiliati politici, 10.000 prigionieri politici. Il sacrificio di una generazione.

 

 

 

(Incontro con i sindacati confederali e la Ass. Balducci)

 

Udine, 29 marzo 2007

Mariateresa Bazzaro

 

 

2-Documento di denuncia lanciato a Udine da Nora Podestà, Responsabbile Esteri della Liga Argentina por los Derechos del Hombre, nell'ambito dei diversi incontri mantenuti in Friule Venezia Giulia fra il 24-3 e il 30-3.

Nell’anno 2002 sono stato per la prima volta insieme a voi. L’Argentina aveva appena finito di attraversare un periodo d’intensa mobilitazione popolare, di creazione di nuove forme di organizzazione, di effervescenze incontenibili che sotto la consegna “fuori tutti” sfidò lo stato d’assedio e giunse a far crollare ben 5 presidenti in una settimana, spargendo le nostre strade con il sangue di trentanove morti e migliaia di feriti.

 Sono trascorsi ormai più di cinque anni da allora: la governabilità si è ricomposta e sotto la facciata di una nuova forma di fare politica si sono riciclati gli stessi dirigenti, gli stessi partiti, la stessa pratica politica e il modello neoliberale che ha caratterizzato quegli anni è tuttora in piedi.

 È vero che il governo di Kirchner è uscito fuori dalla crisi più profonda. I numeri della macroeconomia argentina si sono modificati in senso positivo: dopo cinque anni di recessione, l’economia argentina è tornata a crescere, avvicinandosi ai livelli precedenti la crisi del 1998.

 Tuttavia, questa crescita non ha per nulla modificato la condizione strutturale della distribuzione dei redditi e, con la svalutazione, ha consolidato una enorme fetta della popolazione al di sotto della soglia della povertà e con elevatissimi tassi di disoccupazione, appena mascherati da due milioni di sussidi che operano sotto il termine di Plan de Jefes/as,

(Incontro con Rifondazione Comunista di Udine)

 giacché nei tassi di disoccupazione del 8,7%, gli organi dello Stato conteggiano come occupati i beneficiari dei piani che percepiscono $150 mensili (ossia, circa 35 Euro). Trascurando questi beneficiari, la disoccupazione raggiunge il 10,1% della popolazione.

 D’altra parte, il tasso di sottoccupazione, che in parte riflette la qualità dell’impiego, è del 10,8%. In altre parole, sono 1.795.372 gli impiegati che lavorano meno di 6 ore settimanali e che vorrebbero lavorare di più.

 Se si prendono nel loro insieme i discoccupati e i sottoccupati si osserva che il 19,5% della forza-lavoro è sottutilizzata. Sono 3.241.644 persone che hanno problemi d’impiego, mentre il 40% dei lavoratori lavora in nero, ossia senza contributi previdenziali, senza benefici sociali e senza inquadramenti in qualche organizzazione sindacale.

 L’Argentina del 2006 possiede una distribuzione della ricchezza ancor più arretrata di quella del 1998. Prendendo come campione il reddito basico ufficiale di $857 (poco più di 200 Euro), la percentuale dei poveri è di 12 milioni di persone ma, considerando i veri indici del reddito attuale, il nuovo margine si dovrebbe situare intorno ai $1.572 (poco meno di 400 Euro), dal che si desume che il numero dei poveri non sarebbe di 12 milioni di persone, come viene affermato dal governo, ma di 15.400.000. In altre parole: invece di raggiungere il 31% della popolazione, la povertà supererebbe, dopo quattro anni di forte crescita, il 39%.

 Inoltre, ci sarebbero 1,2 milioni di indigenti in più di quelli individuati fino ad ora, dal che si desume che le persone che fanno la fame nel paese ammonterebbero a 5,6 milioni.

 L’Argentina, un paese che conta con quasi 38 milioni di abitanti, con un reddito fiscale maggiore di quello registrato negli ultimi cinquant’anni, con 35 milioni di dollari di riserve, possiede 15.400.00 poveri. In un paese con 55 milioni di mucche (senza prendere in considerazione il bestiame suino ed altro tipo di bestiame) esistono 5.600.000 persone in stato d’indigenza e con una mortalità infantile superiore al 12 per mille.

 Indubbiamente, i bilanci positivi del Ministero dell’Economia non hanno riscontro nella vita quotidiana del nostro popolo, il quale continua a soffrire le condizioni di fame, miseria e sfruttamento che condussero alla ribellione popolare del 19 e 20 dicembre 2001. Il governo che si autoproclama “dei diritti umani”, viola i diritti fondamentali della salute, dell’educazione, dell’alloggio e del lavoro.

 Continua a potenziare lo stesso modello neoliberale di sottomissione, miseria ed esclusione sociale e, nonostante abbia pagato tutto il debito al FMI, cercando di convincere al nostro popolo che lo “sdebitamento” costituiva un atto di sovranità superato il quale non avremmo avuto più monitoraggi da parte del Fondo, in realtà il FMI continua e seguiterà a farlo intanto che il paese sia membro di

(Incontro Assesore FVG Roberto Antonaz)

 quell’organizzazione finanziaria internazionale. D’altra parte, il debito estero ha raggiunto un livello superiore a quello degli inizi del 2001, mentre il governo prepara il pagamento del disavanzo al Club di Parigi.

 Come conseguenza delle politiche di aggiustamento, di denazionalizzazione del patrimonio nazionale e di deindustrializzazione, esistono migliaia di processati per aver lottato reclamando il compimento dei diritti economici e sociali.

 Lavoratori impiegati e disoccupati, militanti sindacali, studenteschi e politici, sono sotto accusa per aver chiesto cibo e lavoro, per aver bloccato le strade, per mobilitazioni, per occupazioni di fabbriche e facoltà, e migliaia di altri ancora che, per ottenere l’accesso ad un alloggio, hanno sofferto innumerevoli avversità, sono sgombrati e successivamente processati per occupazione indebita.

 La remissione delle condanne o amnistia per gli antagonisti popolari è una protesta permanente del settore popolare. E, sebbene esista un progetto di legge per amnistiarli e un compromesso da parte di queso governo per appoggiare il progetto nella Camera, in realtà continua a presentarsi come un debito da assolvere nei confronti del nostro popolo.

 (Nel anniversario del colpo di stato, Rapresentazione teatrale TANGO, la storia di una madre desaparecida e suo figlio)

Dalla Lega Argentina per i Diritti dell’Uomo asseriamo che il governo di Kirchner si è semplicemente limitato ad esprimersi tramite gesti e discorsi magniloquenti che inneggiano alla difesa dei Diritti Umani, con la pretesa di differenziarsi, grazie all’adozione di questo taglio, dai governi precedenti. Ma la pratica politica lo allontana dalla pretesa di presentarsi come “il governo dei Diritti Umani”. Nel nostro paese si continua a criminalizzare la povertà e a stigmatizzare la protesta sociale.

 La pratica persecutoria nei confronti dei più giovani e la metodologia del “grilletto facile” sono tuttora attuali, compresa quella di controllare e disciplinare gli strati sociali più impoveriti. Secondo l’ultimo documento della Coordinadora contro la repressione poliziesca e istituzionale, si calcolano attualmente 2.114 nomi di persone assassinate dalle Forze di Sicurezza, dall’avvento delle istituzioni militari nel 1983 fino all’anno 2006. Di queste, 635 sono morte il 25 maggio 2003 e 174 negli ultimi dodici mesi. Ciò vuol dire 15 morti al mese, approssimatamente una media di un morto ogni giorno e mezzo. E, sempre stando a quanto afferma questo documento, lo strato più colpito, quasi due terzi del totale, è quello che fa riferimento ai maschi poveri tra i 15 e i 25 anni.

 L’attuale apparato repressivo, insieme alla polizia, i servizi penitenziari, la gendarmeria, la prefettura, le forze armate, i giudici, i fiscali, i servizi del SIDE[1], conservano la formazione e gli obiettivi del periodo della dittatura e la stragrande maggioranza degli attuali grilletti facili e toruratori hanno meno di 35 anni. È la logica del terrorismo di stato quella che continua ad operare all’interno di queste forze che non hanno mai smesso di ammazzare.

 È significativa la quantità di fatti svolti dai “nuovi quadri” di queste strutture che di continuo sono state riformate, purgate, decapitate, abilitate a corsi e lezioni di Diritti Umani, ma che continuano a torturare nelle carceri e nei commissariati.

 Un dato significativo lo costituisce l’attuale esistenza di 14 prigionieri politici, tra cui 6 appartenenti al movimento paraguaiano con richiesta di estradizione da parte del governo di quel paese e per i quali stiamo svolgendo una campagna per il loro rilascio e asilo politico nel nostro paese.

 In questi giorni si compie un nuovo anniversario del colpo di stato che, con la messa in pratica delle più terribili violazioni dei Diritti Umani, gettò le basi del neoliberismo in Argentina, le cui politiche e conseguenze proseguono fino ai giorni nostri. Abbiamo rinnovato il nostro ripudio al colpo di stato del 1976 e onorato la memoria dei caduti, organizzando attività in tutto il paese e all’estero.

 La lotta del nostro popolo che reclama di essere messo a conoscenza sul destino dei desaparecidos, domandando libertà e giustizia per i nostri martiri, è stata una strada intrapresa più di tre decadi fa. La lotta contro il l’impunità di cui gode il terrorismo di Stato riuscì, nel settembre del 2006 e dopo molti anni, che il Tribunale Federale che giudicava l’ex Commisario Miguel Etchecolatz, uno dei principali criminali della Polizia della Provincia di Buenos Aires, pronunciasse una sentenza esemplare, la quale per la prima volta riconosce che i crimini per lesa umanità in quel luogo giudicati, fossero commessi nel quadro di un GENOCIDIO.

 Ma, quello che doveva essere un momento di allegria e di riparazione storica si macchiò, un’altra volta, con la sparizione forzata del compagno Jorge Julio López, vittima di Etchecolatz negli anni di piombo e uno dei pricipali testimoni nel giudizio contro il genocida. Questo nuovo sequestro e scomparsa è un aggressione da parte degli odierni repressori i quali, in connivenza con gli attuali giudicati, lottano per l’impunità di ieri e di oggi. La scomparsa di López è un’aggressione alla lotta storica del popolo contro la repressione di ieri e l’impunità che si sono assicurati fino ad oggi.

 In precedenza abbiamo affermato che il governo di Kirchner ha compiuto gesti e discorsi ampollosi di difesa dei Diritti Umani, come la realizzazione delle celebrazioni in omaggio alle vittime del terrorismo di Stato, la creazione di Musei della Memoria nei luoghi dove operarono alcuni centri clandestini di detenzione, ecc. Ma, la pratica politica, ancora una volta, lo allontana dalla sua pretesa: il governo continua a far mancare ai tribunali il personale e l’infrastruttura necessaria per la realizzazione dei processi, non nomina i giudici che potrebbero occupare i posti vacanti e conserva i giudici e i fiscali che furono complici della dittatura. Nemmeno è riuscito ad annullare i decreti d’indulto a vantaggio dei genocidi che sottoscrisse il presidente Menem.

D’altra parte, le controversie per i crimini commessi durante la dittatura sono praticamente paralizzate, perché il Potere Giudiziario insiste nel giudicare tutto quanto come se fossero delitti individuali, al margine dell’esistenza di un piano sistematico di distruzione delle persone. Quello che è stato fatto fino ad ora è il risultato delle investigazioni, delle raccolte testimoniali, dei contributi degli organismi dei Diritti Umani e di altre organizzazioni popolari. In questa forma, l’impunità continua ad essere la regola e, la condanna, l’eccezione per la quale fino ad oggi ci sono solo due condannati: Etchecolatz e Julio Simón (alias il Turco Julián).

 Le organizzazioni dei Diritti Umani insistiamo sulla necessità che lo Stato prepari i pubblici ministeri, in modo da evitare l’atomizzazione dei processi in infiniti espedienti che si limitino ad analizazre il caso di ogni singola vittima separatamente. Questo requisito richiederebe ancora molti anni di pratiche giudiziarie, nel trascorso dei quali sicuramente morirebbero i repressori senza essere giudicati e le vittime e il nostro popolo senza la possibilità di trovare la giustizia per la quale abbiamo tanto lottato.

 Un capitolo a parte lo merita la condizione dei testimoni, nella loro stragrande maggioranza vittime del terrore statale. Se si continua con la pratica della separazione individuale dei casi, ciascun testimone-vittima dovrà esporre la propria esperienza vissuta nei centri clandestini di reclusione in ogni singolo dibattito giudiziario. È inumano sottoporli per tante volte al dolore, alle torture e agli abusi subiti. È revittimizzarli di volta in volta.

 Nello Spazio Memoria Verità e Giustizia e nello Spazio GIUSTIZIA ORA, si raggruppano centinaia di organizzazioni popolari, compresa la CTA (Central de Trabajadores Argentinos[2]), organismi dei Diritti Umani, organizzazioni studentesche, sociali e politiche che stanno svolgendo un enorme lavoro di denuncia e di resistenza verso le strategie dell’impunità e, inoltre, dando il loro apporto alla ricerca di Verità e Giustizia.

 Con questo tipo di spinta si sono raggiunti avanzamenti importanti per quel che concerne la riapertura di alcune cause, dopo l’annullamento delle leggi di “punto final”[3] e di obbedienza dovuta. Si sono aperte 111 cause, sette delle quali sono pronte per essere dibattute davanti a un giudice. Ci sono 305 repressori imputati, dei quali 44 sono profughi, 105 sono deceduti, 5 sono stati dichiarati incapaci di intendere e volere e solo 2 hanno ricevuto condanna.

 Processo ESMA: da tre anni e mezzo è sotto indagine e la stragrande maggiornaza dei repressori sono ancora senza processare. Sarà portata in dibattito giudiziario per i crimini commessi dal repressore Héctor Febres.

 Processo agli ISTITUTI MILITARI-CAMPO DE MAYO: anche questo è stato smantellato in vari espedienti individuali.

La causa per la scomparsa e morte di Negrito Avellaneda, ha con sè quattro processati ed è stata fatta la richiesta di portarla a dibattito giudiziario.

L’anno scorso sono stati detenuti e portati nella prigione militare di Campo de Mayo l’ex capitano Cesar Amadeo Fragni e l’ex tenente Horacio Raúl Harsich, entrambi firmatari dell’atto di detenzione di Iris Avellaneda, madre di Negrito.

 José Osvaldo García era il comandante della Direzione della Scuola d’Infanteria dell’Esercito, dove era sotto secuestro Iris, ora si trova negli arresti domiciliari per motivi di età (89 anni), e il commisario di Villa Martelli, Alberto Ángel Aneto è stato arrestato nell’Istituto Nazionale di Oncologia, perché affermò di essere affetto di cancro. Il quinto Tenente Colonnello Arévalo è deceduto.

Alcuni giorni fa sono stati arrestati nuovamente i repressori Santiago Omar Riveros e Reynaldo Bignone, responsabili di quel centro clandestino.

 

Processo PRIMO CORPO DELL’ESERCITO: sarà portata a giudizio la parte corrispondente ai crimini commessi da 5 integranti di quel corpo.

 Processo del PRETE CHRISTIAN VON WENICH ne LA PLATA.

 Processo TRIPLA A

 Ci sono vari processi aperti verso l’entroterra del paese.

 Dei 3.800 implicati nel genocidio, nell’attualità ci sono 256 processati tra militari, polizia o civili per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura, ma solo cinque scontano condanna.

 Per concludere con questa relazione, sicuramente incompleta, credo che sia fondamentale denunciare l’esistenza di un apparato repressivo che è ancora in piedi, che continua ad operare liberamente e che gode d’impunità.

 È incredibile la quantità di minacce, inseguimenti, intercettazioni telefoniche, intimidazioni ed ogni tipo di avvertimento ricevuti dai testimoni, avvocati, giudici, pubblici ministeri, militanti dei Diritti Umani e  dei movimenti sociali e politici popolari.

 Ma, senza dubbio, ogni giorno che passa e continua a scomparire il compagno Jorge Julio López si aggranda il nostro dolore e la nostra indignazione e raddoppiamo i nostri sforzi per reclamare, per esigere che prendano le misure necessarie affinché si possa sapere cosa è successo con Julio, chi sono i gruppi parapolizieschi e paramilitari che il governo riconosce come responsabili. Julio è scomparso da ormai sei mesi e il governo non ha né smantellato né indagato quei gruppi, né il “comando” che opera dal Carcere di Marcos Paz, luogo in cui Etchecolatz compie la sua condanna insieme ad altri repressori, cospirando apertamente da quel luogo.

 Una volta in più la nostra storia si vede attraversata dalla “scomparsa forzata di persone”, uno dei più perversi crimini, perché non ha fine, continua a manifestarsi ogni giorno, ogni minuto, le cui conseguenze ricadono sul desaparecido, ma anche sulla sua famiglia, i suoi compagni di militanza e su tutta la società.

 La scomparsa di Julio vuole fermare la lotta per l Giustizia, seminando ancora una volta il terrore nei testimoni e in tutto il popolo. NON ci riusciranno!!

 Siamo decisi a continuare questa lotta. Perciò, abbiamo bisogno della solidarietà internazionale, materiale e politica, perché la nostra lotta per la verità e la giustizia è inclaudicabile. Perché non abbasseremo le nostre braccia fino a riuscire ad abbattere l’impunità che costruì la dittatura e la complicità dei successivi governi costituzionali.

 Parafrasando approsimativamente una compagna della Lega di Corrientes, affermiamo che “Il dolore è il segno che ci lascia il tempo per ricordarci che quello che un giorno fu possibile e non si realizzò, dev’esserlo oggi”. Nel nostro dolore quotidiano si trova la presenza del desaparecido che ci offre il suo lascito: la validità dei suoi sogni rivoluzionari e il clamore della Giustizia.

 Perché non abbandoneremo la lotta per la comparsa in vita di Julio López,

 Perché continueremo lottando per avverare i sogni di 30.000 compagni,

 Diciamo:

 30.000 compagni reclusi scomparsi: PRESENTI !!

 Nora Podesta Liga Argentina por los Derechos del Hombre

 

(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Paglione per l’Associazione Vientos del Sur)

 

[1] SIDE, Secretaría de Inteligencia del Estado, corrispondente ai servizi segreti italiani.

[2] Sindacato dei lavoratori argentini.

[3]La Ley de Punto final stabilì che si sarebbe estinta l'azione penale se, in un termine di 60 giorni, i militari (a cui si riferiva l'articolo 10 della legge di Riforma del Codice di Giustizia Militare) non fossero stati incriminati.