Sono qui ma non mi trovo.

Mi sento persa.

Qui lo spazio e piccolo.

So che sonno viva, …

Il mio cuore si rompe con ogni ricordo.

Qui non è nessun posto.

 

Carmen,

Carcere d'Ezeiza

4/09/04

   Si parliamo di un buco nero è per nominare quel posto nel quale certi corpi cadono nell'inesistenza sociale, fuori del consumo e le garanzie legali. Se il buco è nero, è perché non lascia vedere, attrae, atterra. E’ tanto sinistro, pare come sì non avesi interiore. Perché quello che attraversa dall'altra parte si trasforma in un’altra cosa, si squalifica in un modo feroce, come in una pedagogia pervertita, che lavora componendo. Il buco nero è il nome che prende ogni momento la fabbrica dell'insopportabile, della nuova soglia dell'intollerabile.

   Il buco nero non solo è un posto, sino anche una dinamica. Funziona perché i suoi processi sono percepiti da tutti, diffonde un senso turbatore di paura, orrore, repulsione.

   Esiste anche una storia recente dei buchi neri, gli scomparsi e la vita distrutta di tanti laboratori d'imprese pubbliche o delle industrie private e officine affette per l'economia neoliberale, della dittatura prima e de la democrazia dopo, i giovani ammazzati, vittime del grilletto facile poliziesco. Il buco nero cambia, ma è sempre li.

   E procede per anticipazione, si anticipa alle nostre percezioni. Ci sorprende.Ci mantiene in guardia costante. Cosicché, quando crediamo che sappiamo congiurare un modo del buco nero, ormai dobbiamo attendere alla sua metamorfosi, alle sue nuove apparizioni. E allora, un aspetto fondamentale delle nostre vite e capire per dove avanza la crepa dell' inesistenza, una gran parte della politizazione attuale consiste in imparare a scappare o a fronteggiare questo avanzare della morte sociale organizzata producendo nomi, testi, testimoni, per elaborare coletivamente il nuovo orrore: “sparito”, “disoccupato”, “vittima del grilletto facile”.

   La storia delle resistenze, de tutti i tipi, ci aiuta a capire l‘invariabile di questo gioco di luci e ombre. Se da un lato la sua esistenza è costante; dal altro è variabile, i suoi meccanismi cambiano, le sue velocità e linguaggio si adeguano alle circostanze…….

   Si giunge al punto nel quale torna evidente che il buio è un'ombra, vale dire, l'effetto di un gioco di luci. Un gioco di luci e ombre di grande scala sociale, la terra sì dislivella . Ci sono territori alti e bassi. Ci sono centri nella periferia e periferia nei centri. Ogni uno è pericoloso per gli altri e, a sua volta è in pericolo di fronte agli altri. Ogni uno partecipa al suo modo nel gioco. Ma ci sono chi rimangono del lato dell'ombra totale, quelli che cadono nel buco. Quelli a chi lo stato può sequestrare, scomparire, a chi la polizia può annientare, a chi il mercato può condannare all'inesistenza più brutale.

   Le luci del centro scuriscono le periferie. Le luci della periferia occultano i suoi margini. Le strade, i quartieri, i popoli, i posti di lavoro, si tornano siti di frattura, dove la notte irrompe come da sotto, sequestrando biografie, anni di lavoro, aspettative, famiglie, futuri..

   Le sue maglie di selezione sono enormi, entrano popoli interi, nello steso momento nel quale il presidente Kichner chiede perdono in nome dello stato argentino per le scomparse degli anni ’70 e parla in nome delle Madres de Plaza di Mayo e dei movimenti popolari; si consolidano le zone basse, buie, il buco nero più grande che mai abbiamo sognato. Il “settentismo” retorico fa parte de la “luminosità” attuale, man mano che elimina del suo registro la dimensione politica della guerra sociale in corso.

 Come si costituiscono questi momenti “luminosi”, quest'organizacione de la visivilita sociale che condanna a tante e tanti alle ombre? come si ha potuto dire “sera per qualcosa”, o “rubano pero fanno”(detti comuni negli anni della dittatura), come funziona questo nuovo gioco di luci,  fato da soia, petrolio e “settentismo”, costruito a partire della ricomposizione post 19 y 20 dicembre 2001?

   Contro chi è convinto che quei giorni del 2001, furono di una pazzia collettiva, irrazionale e, per tanto inefficace, forze si può chiedere se il funzionamento del gioco di luci e ombre non deve la sua faccia attuale proprio all'esito di quei scucesi. Como se in quei giorni fosse finito di costatare un “fine del gioco”, momento in quale gli abitanti delle ombre prendono la cita per dire “!che vadano via tutti”!

   Assistiamo adesso all'aggiornamento di una nuova distribuzione di visibilità. Dire che non è successo niente, che niente ha cambiato, sarebbe ignorare la variabilità del buco. Il discorso della “insicurezza” ha riorganizzato le percezioni; se prima si parlava di “posti pericolosi” per i quali non conveniva passare –zone rose o basse- adesso, per il contrario, quello che se zonifica sono i “siti sicuri”.La geografia del deserto, delle ombre, è finalmente accettata. E gli attuali dispositivi di controllo sono precisamente i modi di gestione della guerra sociale.

  Forze è ridondante insistere sul fatto che nell’attuale gioco di luci e ombre si è ucciso il posto pubblico. Nella giustapposizione dal visibile e l'invisibile, solo ce posto per i discorsi mediatici –istituzionali, impresariali- e la parodia culturale e democratica. Di modo che la retorica dei diritti umani e sociali convive senza tante tensioni con la gestione hiper gerarchica dei lacci sociali            ( trattamento poliziesco, parapoliziale, penale, delle vite)

   L'emergenza di un nuovo gioco di visibilità dopo dei giorni di dicembre del 2001, ha preso molto, sopra tutto a livello narrativo, dei movimenti, pero non è andato fino in fondo(quello che forze è responsabilità dei propri movimenti) in disarmare tutto quest'ordito violento che sta funzionando (a modo di un vero fascismo postmoderno) come forma di tacere il fenomeno più importante degli ultimi decenni, per invertire questa logica del buco nero: la diffusione delle pratiche asamblearie costruttrice di un nuovo spazio pubblico in quartieri, strade, fabbriche.

 

II

   Quartieri, popoli, carceri, istituti, strade, formano un enorme corridoio, una serie discontinua di momenti nei quali, le sue variabili sono di concentrazione e di sconcetrazione. Più che i buchi neri ci sono annerimenti di zone complete dell'esistenza.

   Il buco nero, allora è una realtà variabile ma constante. Variabile nei suoi modi, constante nel tempo.Lui steso è sintomo evidente di una catena di sfruttamento sociale vigente e della mancanza di una democrazia con le sue fondamenta nell’immaginazione politica dei poveri: del suo potenziale produttivo e pubblico.

   Il buco nero attuale è sicuramente il più grande di tutti quelli che abbiamo conosciuto. Ha le dimensioni della guerra sociale in corso. La sua economia interna è quella della produzione dell'inesistenza umana, con le sue zone spopolate e le sue aree di concentramento. 

   La prigione- nesso moderno tra i discorsi juridici e le pratiche disciplinare- esprime favolosamente bene questa variazione attuale del buco nero. Si tratta di uno dei posti più brutali di questo mondo in penombra. Carmen, una delle prigioniere de “la legislatura”, fermata senza condanna in Ezeiza, dice che le prime 24 ore nel suo padiglione (“il cachibache”) furono più dure per lei, che qualunque delle sue esperienze della strada.

  La prigione e li, aspettando ai giovani dei quartieri, gia dalla sua prima gioventù. Gli abitanti del buco nero passano invariabilmente per questa. Posto di prove, d'indurimento, al limite della violenza. Fabbrica di un linguaggio, uno stilo, un codice che si trova dopo nei quartieri. Il carcere concentra la strada, la strada anticipa il carcere: questo è il buio del buco, il buco nel buio.

   Sembra che è stata un'epoca nella quale la prigione formava parte di un funzionamento legale relativamente efficace. Non tanto che il carcere rigenerasi: è stata da sempre il posto nel quale si rinchiudeva ai “delinquenti”, ma anche – e allo steso tempo- una fabbrica della figura stesa del  “delinquente”. Un posto dove conoscere, produrre, usufruire, e controllare le reti delinquenziali. E anche cosi, si pensava che il carcere serve a punire chi non comprendeva il sistema dell'obbedienza alla regola: un posto nel che si sottometteva alle persone “sbagliate” ad una pedagogia estrema, come un corso intensivo, una violenta – e dubitosa- re-normalizacione. Cosi, sembra che sia stato.

   Ma i carceri, gia non sono popolati dei delinquenti. La propria operazione che poteva ordinare cosa è legale o illegale, gia non possiede lo statuto universale, attivo della legge. E senza legge non c’è delinquenza. Quando i poteri di comando (sociale, politico, economico, “istituzionale”) non fanno altro che spingere in funzione della sua volontà di dominio, la “legalità” si accomoda –momento a momento- ai suoi propri bisogni. La legalità inizia a sorgere com'effetto secondario di un'infinità d'operazioni economiche o politiche. La prigione- come deposito di ragazzi, di poveri- si è trasformato in un deposito di sconfitti, di vittime minori d'operazioni maggiori del mercato. La vigenza della parola”delinquente”gia non esprime una realtà legale, ma un modo politico (penale- poliziesco) di trattare agli abitanti del buco nero.

   Il discorso penale si aggiusta a questo gioco, dove i negozi che si effettuano, lasciano “avanzi”, ”vittime”, “sconfitti” di tutti i ranghi. Non si tratta ormai del “prigioniero politico”, sin di una nuova prigione dove lo politico solo emerge quando si ricostruiscono tutti i meccanismi di produzione di questi nuovi capri espiatori.

   Quando abbiamo domandato a Carmen si lei si sentiva una “detenuta politica”, lei risponde con ironia: “No. Mi sento una stupida, ho manifestato per un diritto e sono rimasta qui”. Cosa vuol dire questa risposta? Uno è tentato di ricordarli, come si lei avesse dimenticato, la sua propria storia, la sua esperienza di organizzazione, di lotta. Ma no, non è la sua una risposta amnesica: sa alla perfezione perché è li, li hanno montato un agguato. Forze sarà Marcela, un'altra delle ragazze prigioniere“della legislatura” chi ci darà la chiave per capire la lucidità di Carmen. Di fronte alla stesa domanda- ti senti prigioniera politica?- lei risponde: “ No. Mi sento un ostaggio politico”. Loro sonno rimaste sequestrate. La sua stadia nella prigione si interpreta come una cattura che si capisce meglio quando si riconstrugge la trama di negozi e poteri reali che sono in gioco prima  che per un calcolo di delitti e diritti. Da lì la sensazione che con più furbizia, la prigione si poteva evitare.

   Allo steso tempo, le prigioniere di Caleta Olivia si persibiscono come prigioniere e ostaggi politici nel modo  che – a confronto con i “prigionieri sociali”-sono li per avere fatto un reclamo allo stato. La differenza, nella sua esperienza e stata data per l'azione collettiva e il destino pubblico della sua azione: un popolo che lotta per strapare le restrizioni  imposte per la catena di sfruttamento, per evitare, per uscire, per resistere al buco nero.

   Il prigioniero “politico” dei decenni passati, era un pezzo preso per il bando contrario. Tra forze che si coesionabano ideologicamente, la repressione consisteva nel rompere il conscio politico del catturato per sconfiggerlo: la lotta contro il prigioniero era contro il suo conscio e contro il conscio collettivo manifesto nella sua organizacione. Invece, il “ostaggio politico” attuale –a momenti più vicino al prigioniero sociale che al antico prigioniero politico- ormai non prende la sua forza di resistere di quella relazione tra conscio e partito, ma di sapere che è un prigioniero comunitario, situazione che si esprime nella relazione con la sua famiglia, i suoi figli, i suoi compagni, la sua rete più immediata (più o meno estesa) di ricorsi e affetti. Da lì che sì l'intenta rompere a traverso il bloccaggio dei suoi vincoli primordiali. Come se quello che decenni fa si giocava nel campo della cosciencia ideologica si appresi adesso sul campo di una afettivita che si valorizza a partire d'azioni, idee e forme organizzative immediatamente legate alla produzione dell'esistenza individuale e collettiva.

 

III

   Le famiglie delle vittime sì sonno trasformato nella faccia  e l'espressione del dolore. In loro si legge il testimonio di chi è caduto nel buco e, per questo, costituiscono- anche a pesare suo- una prima proposta di simbolizazione, di politizazione del buco. Gia le Madri, le Nonne ei Figli dei “desaparecidos”, avevano percorso quel camino. Di qualche modo i familiari articolano un dolore sociale che i profezionali dei mezzi  di comunicazione non sanno o non possono condurre. E come se la politizazione post 19 e 20, chiedesi una pubblicazione, un'apertura della sua intimità, una politizazione di quella sofferenza che, quando esisteva lo spazio pubblico, non avvesimo dubitato in chiamare mondo “privato”.

   Le famiglie, i “propri protagonisti”, manifestano il dramma attuale. Loro stesi ricreano la polarità sociale in gioco. A partire del sequestro di Axel Blumberg (figlio di un imprenditore sequestrato e ucciso) per esempio, si è dato consistenza a una percezione che esige rinforzare i meccanismi attuali delle ombre e le luci. Questo nuovo fascismo non s’inventa di un giorno al altro, né anche si costruisce solo “d'alto verso il basso”. Per il contrario, non fa sino che contrarre, formalizzare e aprire a partire di nuove immagini, nomi e parole, il modo nel quale vengono gestiti i vincoli in tutto il territorio delle ombre. Blumberg padre non fa altro che mostrare una dichiarazione di guerra (tra chi “ ha futturo”e chi “gia non lo ha “) allo steso tempo che pretende riorganizzare uno stato monolitico e disciplinato capace di portare a termine, in alleanza con i mass media, il sistema giuridico-penale e il discorso della “insicurezza”.

   Ma anche ci sono i familiari dei casi del grilletto facile, o di Kosteki e Santillan o di chi sonno morti assassinati nei giorni 19 e 20, che hanno prolungato -con il suo dolore- la linea della resistenza. Le prigioniere “della Legislatura” e di Caleta Olivia- le sue compagne/i si trovano in questo preciso momento, nel quale puo sorgere un nuovo stattuto….Sì tratta come dicevamo prima, dei nuovi “capri espiatori”. Quelli che sono sufficientemente fragili come per essere oggetto di manipolazione, ma allo steso tempo sufficientemente connessi con il cotidiano del sociale come perché funzione a modo d'esempio.

   Le prigioniere, allora – alterando il gioco di visibilità- sono nel giusto punto, in che un nuovo testimonio politico può svolgersi. Punto che illumina, di un lato, un complessa catena di sfruttamento sociale vigente, e d’un’altro, l'emergenza di un principio cooperativo che si trova nelle resistenze e solo possibile in tanto che queste resistenze siano capaci di produrre, in loro stese, nuovi modi di vivere lo quotidiano.

   Testimonio anche di un'instituzionalità anacronica e svenente che intenta (ri) costruirsi per la forza della penalizzazione del suo linguaggio e delle sue azioni, duplicando la catena dello sfruttamento e sforzandosi per incanalare i “disordini inaceptabili” per un paese serio, vale dire, che questa trama “legale” torne ad essere garanzia dell’articolazione con i capitali depredatori d’esperienze, risorse, beni collettivi.

   In questo quaderno si trova un gruppo eterogeneo di donne che parlano di “loro”, ma anche, - e allo steso tempo-, degli altri. Perché i corpi caduti, condannati all’inesistenza, sono anche dei giovani (considerati “pericolosi” per definizione), gli immigrati (sospettati, eternamente, di portare i germini dello strano, della degradazione), i bambini, ei vecchi- che la loro vita “improdotiva” non meritano più di essere “finanziate”.

   Qui, il testimonio è delle donne. Se qualcosa si pretende è indagare –propriamente nella relazione tra il corpo delle donne e le pratiche attuali di sterminio. In quest’incrocio nel quale siamo insistenti tra catene di sfruttamento e le linee della resistenza si mete in evidenza il posto della donna, di questa potenza affettiva capace di delineare un sistema opposto a quello della forza brutale poliziesche, della guerra e del narco traffico: il gesto del corpo che alimenta e protegge, che impone la cura, la visibilità e la considerazione per i condannati e la fiducia nello che ogni uno può. Quello che si gioca in questa battaglia non è, niente meno, che un autentico dilemma tra una politica d'attenzione e la cura versus altra -dominante- della guerra.

   La presenzia femminile in questi buchi neri rivela, allora, la sua presenzia nella strada, nelle lotte, nella cura, nel tessuto di reti, protagonizando la resistenza della crepa dell’inesistenza. Come sì nella sua capacita di generare esistenza umana, i propri attributi domestici lontano di rimanere ridotti a un'intimità  sottomessa effettuano una ripolitizacione di tutto il campo del sociale, alterando, anche, i codici della inteligibilita del potere.

   Questa storia la racontanno le prigioniere della Legislatura della capitale e anche le prigioniere di Caleta Olivia. Abbiamo aggiunto anche il testimonio dell’Ammar (Associazione di donne meretrici argentine), organizzazione che segue le prigioniere. Il corpo della donna ei modi del suo sterminio: questa dimensione del buco nero è quella che proponiamo rincorrere a partire della sua parola, del suo testimonio- che non è meramente la parola del protagonista, sino, la parola implicita, che sorge dell’intimità di questa storia, di lettere e interviste, e che si complimentano con i frammenti del discorso “legale”, e di una serie di lavori periodistici che furono i primi ad avvicinare questi testimoni.     

10 dicembre 2004