Argentina: 86 anni di democrazia

 

L'Argentina è una democrazia, si sente dire e nelle scuole argentine così s'insegna. La nostra democrazia ha 86 anni, da quando si applicò per la prima volta il  suffragio universale diretto. Universale, certo, ma solo per gli uomini. Dal 1916, noi argentini abbiamo la democrazia. Intanto, per quasi un secolo, siamo stati governati da due soli partiti politici e da quattordici dittature militari. Per di più, uno di questi due partiti politici che ci ha governato e ci governa, nacque proprio da un golpe militare. In questi 86 anni, l'Argentina da paese ricco, meta di milioni d'immigranti europei, chiamato il granaio del mondo, è diventato un paese dove ci sono bambini e anziani che muoiono d'indigenza. Con milioni di disoccupati e con un 50% di abitanti sotto la soglia di povertà. Un paese di violenza estrema nelle sue città. Cos'è successo in questi 86 anni di cosiddetta democrazia argentina? Perché quando governò uno dei due partiti eletti dal popolo, dopo una dittatura militare, non si fissarono norme per impedire una nuova prevaricazione militare? Per esempio, condannare all'ergastolo i dittatori, far pagare loro gli indennizzi corrispondenti per le fucilazioni, gli assassini, e l'effetto delle leggi illegali. No, il giorno dopo essere stati spodestati, gli ex dittatori uscivano in strada con le loro uniformi, andavano a messa e continuavano a percepire i loro stipendi di militari. Tutto il contrario di ciò che facevano i dittatori con i presidenti deposti, i quali venivano rinchiusi in prigione o mandati in esilio. 

Facciamo però una brevissima premessa a questi 86 anni di democrazia. Nel 1853, [60 anni prima del suffragio universale maschile, N.d.T.], trionfava- dopo una lunga guerra civile- la linea politica liberale, che trionfò prima sui caudillos e sui gauchos, dopo una sanguinosa lotta, e poi eliminò gli indios del sud del paese in quella che fu chiamata la Campagna del Deserto. Questo avvenne negli anni 80. Ma il massacro era già iniziato prima. Nel 1826, il governo liberale di Rivadavia aveva assunto il colonnello tedesco Friedrich Rauch per eliminare gli indios ranqueles che popolavano le pianure della Pampa. È sconcertante il contenuto dei rapporti di questo militare europeo. In uno di questi, per esempio, dice: “per risparmiare pallottole oggi abbiamo decapitato 27 ranqueles”. O quest'altro: “Non c'è salvezza per i ranqueles perché non hanno il senso della proprietà”. Per di più, sempre nel 1826, scrive che gli indios ranqueles sono “anarchici”. (Ah bene, se sono anarchici allora bisogna eliminarli). Un indio ranquel, prima di una battaglia, si avvicinò al famoso colonnello tedesco, gli colpì al volo il cavallo e con assoluta prontezza tagliò la testa al distinto ufficiale europeo (Che mancanza di considerazione!). Ma il giornale dell'epoca fa notare che il colonnello europeo ebbe le esequie più lussuose della storia argentina e tutta l'alta società di Buenos Aires pianse la morte di questo nobile militare europeo, che era venuto ad uccidere gli indios per una buona paga, fissata con un contratto ad hoc. Ma, già nel 1870, la campagna contro gli abitanti originari del sud argentino fu condotta con tutta l'organizzazione dell'esercito al comando del generale Roca. Gli indios delle pampas e delle regioni patagoniche vennero eliminati. Stupisce però che in un paese tanto cattolico si sentissero espressioni così razziste. Per di più, i libri sui quali studiano attualmente gli aspiranti ufficiali dell'esercito, presentano aggettivi contro gli abitanti nativi, che dovrebbero essere inammissibili in qualsiasi paese civilizzato.   

Per esempio, un paragrafo del libro del colonnello Juan Carlos Walther, professore del Collegio Militare: “La conquista del deserto - dice- non fu un'azione discriminata né spietata contro l'indio aborigeno delle nostre pampe. Al contrario, la conquista del deserto si compì contro l'indio ribelle, restio alle reiterate e generose offerte delle autorità desiderose di incorporarlo alla vita civilizzata affinché, come tale, convivesse pacificamente accanto agli altri abitanti e, in questo modo, cessasse definitivamente di essere un barbaro e selvaggio, assimilandosi agli usi e costumi degli altri argentini”. Poi, descrivendo la campagna, il colonnello Walther dice: “Fu una lotta contro un indio rude, arrogante e selvaggio, dominato da un atavico spirito di libertà- proprio dell'ambiente in cui viveva- che gli fece comprendere tardi che questa lotta del bianco non era un atto di guerra che si proponeva la sua estinzione, bensì, al contrario, il suo obiettivo era integrarlo in seno alla società come un essere civilizzato, in modo da raggiungere così una pace costruttiva”. Però gli indigeni si difesero con tutte le loro forze contro l'argentino bianco, che veniva a togliergli la terra. “Fu uno scontro cruento fra civilizzazione e barbarie”, ci dice il colonnello Walther. Il professore della scuola militare compara la campagna contro l'indio con la campagna per l'indipendenza contro il dominio spagnolo. È un paragone perverso: l'eliminazione dell'indio con la lotta di liberazione dal potere coloniale.

 Il problema è che quasi tutti gli storici argentini descrivono l'eccidio esclusivamente dal punto di vista dell'uomo bianco. Danno per scontato che il bianco abbia ragione e diritto; l'indio è l'invasore, l'usurpatore. Va bene passi pure che si descriva la storia in base agli interessi e al pensiero dell'epoca, ma che addirittura si vogliano attribuire valori morali al crimine, ciò è inammissibile a 130 anni da quei fatti: l'aborigeno è il selvaggio che doveva essere liberato con la croce e la spada, la colpa è sua, “del suo atavico spirito di libertà”. Così, la terra era per l'uomo bianco, ossia, per la borghesia di Buenos Aires, che finanziò la campagna per sterminare le popolazioni indigene del sud. Si arriva al massimo del cinismo quando questo storico definisce “straniero” l'indio che da secoli popolava queste terre e che non conosceva frontiere. E così come scrive Walther: “Molte di queste tribù selvagge non erano native della terra argentina ma provenivano dall'araucania cilena”. Qui viene allo scoperto tutto il cinismo dei civilizzati: i mapuche, che popolavano il territorio oltre le Ande, vengono chiamati cileni, perché lì i bianchi avevano stabilito le frontiere fittizie fra Argentina e Cile, che prima non erano mai esistite, erano un'invenzione dei bianchi. La malizia e l'ignoranza si stringono la mano in quest'ultimo paragrafo: “non erano nativi di questa terra”, scrive Walther. Per il bianco, per la sua mente opportunista, l'aborigeno doveva rispettare le frontiere fissate dall'irrazionalità e dallo spirito meschino di coloro che neppure impararono a custodire il sogno di Bolívar della gran nazione latino-americana. Da parte sua il dottor Ricardo Caillet- Bois, professore dell'università di Buenos Aires e della Scuola Superiore di Guerra, scrive: “Dimentichiamo facilmente che fino a ieri il paese doveva sorvegliare due frontiere, quella internazionale e la linea sempre instabile e mai rispettata che separava la zona civilizzata da quella in cui era re e signore il barbaro del deserto”.      

È senza dubbio illuminante la frase scritta nel 1975 dal colonnello Walther, in cui questo rappresentante dell'esercito argentino d'oggi, rileva che lo sterminio dell'indio è la continuazione dell'opera iniziata dagli spagnoli nella conquista del continente americano. Scrive Walther: “Questo secolare processo, iniziato agli albori della conquista ispanica, fu portato a termine un secolo fa, verso il 1885, nei lontani confini patagonici”. Vale a dire che le borghesie creole, per tenersi le immensità patagoniche, avevano continuato la stessa politica spagnola di sterminio dell'abitante nativo e l’avevano definitivamente conclusa. L'indio non apparteneva più a quelle che erano state le sue terre.     

Il gran carnefice che comandò alle truppe di sterminare l'indio del sud fu il generale Roca, figura oggi venerata in Argentina. In tutte le città si trovano un monumento a lui dedicato e una delle principali strade intitolate a suo nome. È lui il vero creatore dell'Argentina liberale e civilizzata all'europea, sognata da altri pensatori positivisti che volevano un paese bianco. Si erano proposti di fare dell'Argentina il Canada del sud, l'Australia dell'Occidente.

Roca fu coerente con i suoi principi e non gli tremò la mano per eliminare con i suoi fucili europei quella che lui e i suoi teorici liberali chiamavano “la barbarie”.

La ferrovia, che gli inglesi costruirono e che portava alle antiche pampas degli indios, immolate in onore della civilizzazione, fu chiamata General Roca. La parola d'ordine di Roca era: se vogliamo essere un paese esportatore di prodotti della campagna dobbiamo conquistare le migliaia di chilometri quadrati che i selvaggi possiedono. Il proposito era piazzare la carne argentina nelle macellerie di Londra. Quando l'Europa iniziò ad usare le navi frigorifere, si segnò la sorte dei tehuelches, mapuches, pehuenches e dei ranqueles. Ora sì che dopo l'eliminazione dell'indio del sud l'Argentina poteva alimentare l'Europa con le carni delle sue mucche.

Il genocidio degli indigeni fu presentato a Buenos Aires e al mondo come un gesto eroico dell'esercito argentino. Il generale Olascoaga, euforico, scrive che si tratta del “più fecondo degli avvenimenti della nostra storia”. Da parte sua, il militare prussiano Melchert, di passaggio a Buenos Aires, propone al governo argentino la totale sottomissione dell'indio e, oltre a ciò, il suo sfruttamento.

Farli diventare soldati semplici dei propri eserciti bianchi per poterli così vigilare di giorno e di notte. Far di loro servi castrensi. E convertirli in ciò che lui chiama “cosacchi americani”, vale a dire, soldati automi di repressione. Fu una battaglia impari. I cristiani avevano il rémington (fucile) a ripetizione, il telegrafo, i militari e Dio dalla propria parte. L'indio aveva solo la lancia, le boleadoras e l’abilità nell’andare a cavallo. L'abitante originario fu cacciato come un animale. Estanislao Zeballos, uno dei più importanti intellettuali liberali dell'epoca, scriveva con orgoglio, poco prima del trionfo:  “Il rémington ha insegnato ai selvaggi che un battaglione della repubblica può passeggiare per la pampa intera lasciando il campo disseminato di cadaveri”. Il giornale “La Tribuna” di Buenos Aires, del 1ºgiugno del 1870, consigliava “per farla finita con il resto di quelle che furono potenti tribù, ladri audaci, sciami di lance, minaccia perpetua per la civilizzazione, non è necessaria ormai altra tattica che quella che i cacciatori europei utilizzano contro il cinghiale. O meglio contro il cervo. Perché l'indio è solamente un cervo scattante e ansimante. Non bisogna aver pietà di lui”.

La crudeltà veniva alla superficie in una società creola ed europeizzata, profondamente razzista. Il pensatore argentino Juan Bautista Alberdi- uno dei padri della Costituzione Nazionale- scrisse: “Non conosco persona distinta della nostra società che porti un cognome peuenche o araucano. Forse qualcuno conosce qualche signore che sia orgoglioso d'essere indio? Chi di noi sposerebbe mai la propria sorella o la propria figlia con un indio dell'Araucania? Preferirebbe mille volte tanto un calzolaio inglese”.

Gli indios che si salvarono dall'eccidio furono mandati a lavorare nei canneti del Nord per i padroni e i signori dello zucchero, in condizioni d'assoluto sfruttamento, o a servire per sei anni nell'esercito e nella marina. Le donne indie furono ripartite fra le famiglie aristocratiche come domestiche e i bambini dati in adozione. Il giornale “El Nacional” informa: “Arrivano a Buenos Aires gli indios prigionieri con le loro famiglie. La disperazione, il pianto non cessa. Alle madri vengono strappati i figli per essere regalati in loro presenza, nonostante le grida, le urla e le suppliche che queste donne indie rivolgono inginocchiate e con le braccia al cielo. In quello scenario umano alcuni si coprono il volto, altri guardano con rassegnazione il suolo, la madre stringe al seno il figlio delle sue viscere, il padre si lancia in avanti per difendere la sua famiglia”.

È che la guerra contro il “selvaggio” si fece senza pietà. Il comandante Prado, uno dei capi della spedizione, informò che gli indios fatti prigionieri, venivano legati con gli arti tesi a quattro paletti conficcati nel terreno, torturati atrocemente, mutilati affinché dessero informazioni.

 Il comandante, generale Roca scriverà: “ l'ondata di barbari che ha inondato per molti secoli le fertili pianure alla fine è stata distrutta”. E finalmente informerà il Congresso della Nazione: “Il successo più brillante ha appena finito di coronare questa spedizione lasciando così per sempre liberi dal dominio dell'indio quei vastissimi territori che si presentano ora all'immigrante e al capitale straniero pieni di meravigliose promesse”. I vincitori si terranno le terre. Lo stesso generale Roca ricevette quindici mila ettari come bottino di guerra. Ci furono campi per gli altri generali e ufficiali e per i proprietari terrieri e i commercianti che avevano finanziato l'eccidio.                     

Anche la chiesa cattolica appoggiò in tutto la spedizione contro gli indios. Per esempio, il monsignore Fagnano, divulgò un messaggio quando le truppe militari vinsero. Disse: “Dio nella sua infinita misericordia ha offerto a questi indios un mezzo efficientissimo per redimersi dalla barbarie e salvare le loro anime: il lavoro; e soprattutto la religione, che li libera dall'abbrutimento in cui si trovavano”.          

I nomi poetici che gli abitanti originari misero a montagne, laghi, valli, ecc., furono sostituiti da nomi di generali e burocrati del governo di Buenos Aires. Per esempio, uno dei laghi più belli della Patagonia che portava un nome tehuelche che significava “l'occhio di Dio”, fu rimpiazzato da quello di Lago Gutiérrez, cognome di un burocrate del ministero degli Interni che pagava gli stipendi ai militari. E nella Terra del Fuoco, un lago con un nome indigeno ona chiamato “Quiete dell'orizzonte”, fu chiamato “Lago Monsignor Fagnano”, in onore del prete che accompagnò le truppe con la croce.

A Londra si fece un omaggio gigantesco al generale Roca. La cronaca dirà: “In nessun'altra occasione gli alti banchieri e i commercianti di Londra, in numero così grande e scelto, hanno offerto ad un uomo pubblico straniero eguali dimostrazioni di simpatia né tributarono ad un paese così alti elogi come quello che hanno reso alla Repubblica Argentina”.           

Tutto il cinismo della società vincitrice venne allo scoperto con la morte del cacicco Inacayal, simbolo finale di tutta la tragedia. Il cacicco Inacayal era stato fatto prigioniero e portato al Museo di Antropologia della Plata per mostrarlo lì, vestito all'europea, affinché gli argentini vedessero com'erano gli indios. Lo scrittore Clemente Onelli descrive così la sua morte: “ Un giorno, quando il tramonto tingeva di porpora l'orizzonte, apparse Inacayal sorretto da due indios lassù, sulla scalinata monumentale del museo. Si strappò i vestiti, quelli dell'invasore della sua patria, mostrò il suo volto dorato come metallo corinzio, fece un inchino al sole e un altro lunghissimo verso il sud, disse parole sconosciute e, al crepuscolo, l'ombra stanca di questo vecchio signore della terra svanì come la rapida evocazione del mondo. Quella stessa notte, Inacayal morì”.

Oggi, tutto è rimasto uguale a quando l'esercito compì il genocidio patagonico. Ovviamente tutto più moderno. La Patagonia è stata venduta tutta. Per esempio gli industriali del vestito, i Benetton, hanno comprato diverse tenute agricole, fra le quali la fattoria Leleque, la più bella nella zona con cordigliera, laghi e boschi. È una tenuta vastissima. Questo però non ha impedito al padrone europeo di scoprire che nell'ampio territorio della sua estancia, una famiglia mapuche formata da padre, madre e due figli, stava vivendo su quattro ettari della propria tenuta. Questa famiglia occupava da tempo immemorabile quella terra, della quale, ovviamente, non aveva titolo di proprietà. L'europeo, padrone dell'estancia, li ha fatti espellere dal podere dalla giustizia argentina. La famiglia mapuche è stata scacciata dalle proprie terre. Altri proprietari stranieri, fra i quali nordamericani, inglesi e miliardari che vivono nei Caraibi, hanno già comprato grandi estensioni di terreno in Patagonia. Entrano coloro che usano le estancias per il piacere e le proprie vacanze. Realtà della globalizzazione.   

 

Dopo la campagna del deserto, che terminò nel 1880, Roca fu presidente della Nazione per due volte, eletto secondo norme che non rispettavano i principi democratici. In Argentina cominciava un nuovo periodo: quello dell'immigrazione. I liberali con le loro guerre avevano lasciato il paese vuoto. Doveva essere ripopolato. La frase del tempo, pronunciata da Alberdi, era: “ governare è popolare”. 

Un altro statista argentino, Sarmiento, aveva risposto: “ sì, popolare sì, però con europei”.

E Sarmiento propose che si facessero venire europei dall'Europa del nord: olandesi, svizzeri, norvegesi, tedeschi, inglesi. Ma Sarmiento non aveva preso in considerazione che questi europei preferivano emigrare in America del Nord: Stati Uniti e Canada.

Per questo, Sarmiento e i successivi governi liberali dovettero “accontentarsi” degli spagnoli e degli italiani. Fu un avvenimento veramente epico. In tre decadi giunsero due milioni di spagnoli e quattro milioni di italiani. E con i lavoratori spagnoli e italiani arrivarono le ideologie che guidavano i movimenti operai di questi paesi, principalmente l'anarchismo. Il socialismo arriverà con un gruppo di emigrati tedeschi ai quali era stata applicata la legge antisocialista di Bismarck. Erano docenti e dirigenti sindacali. Costoro fondarono a Buenos Aires il Club Vorwärts e furono i primi a insegnare il marxismo. La casa del Club Vorwärts fu aperta a tutti gli operai, a prescindere dalla loro origine e dalle loro ideologie. La casa del Club Vorwärts di via Rincón divenne famosa perché lì si portarono a termine le prime discussioni sulle leggi del lavoro e sulle esigenze degli operai, sfruttati dalle poche imprese all'epoca esistenti. I tedeschi del Club Vorwärts furono i primi a convocare la manifestazione in memoria dei Martiri di Chicago, in cui si proclamava la rivendicazione delle otto ore di lavoro. La manifestazione si tenne, nel 1890, nel centro di Buenos Aires, e ogni rappresentante operaio parlò nel proprio idioma: oratori furono un italiano, un portoghese, uno spagnolo e un tedesco. Rappresentò il punto di partenza  di un periodo di lotte e rivendicazioni. Lo spirito di lotta di questi operai appena arrivati era incredibile. E per il governo liberale cominciò un nuovo periodo di repressione. Se prima la repressione colpì i gauchos federali e poi gli indios, ora, all'inizio del ventesimo secolo, toccò agli operai di ideologie anarchiche, che applicavano il metodo dell'azione diretta. Si registrarono fatti straordinari come, per esempio, la gran marcia operaia del 1904, dove si riunirono 70.000 operai in una Buenos Aires che contava solo 800.000 abitanti. Questa manifestazione si tenne nonostante fosse stata proibita dalla polizia e siccome si trattava di un 1ºmaggio, quel giorno gli operai avrebbero dovuto lavorare: se mancavano ai loro doveri venivano licenziati dal padronato. Come si presumeva, la manifestazione fu attaccata dalle forze dell’ordine e si ebbe il primo martire degli operai di Buenos Aires, il marinaio Juan Ocampo, ucciso dai colpi della polizia. Il cadavere del giovane marinaio fu portato dai suoi compagni alla sede del giornale anarchico “La Protesta”, e lì vegliato. Cominciava una sanguinosa lotta fra il governo e gli operai, che sarebbe durata molti anni e avrebbe causato migliaia di vittime.

Nei capitoli principali di questa repressione vi è il massacro della Piazza del Congresso, il 1º maggio del 1909, quando la polizia attaccò senza preavviso le migliaia di operai che manifestavano per le otto ore di lavoro. Il capo della polizia era un militare, il colonnello Ramón Falcón che ordinò senza previo avviso l'attacco contro le colonne operaie. Si ebbe un vero massacro di lavoratori. Alcuni mesi dopo, il giovane anarchico Simón Radowitzki aspettò il colonnello Ramón Falcón all'uscita di un atto pubblico e vendicò i suoi compagni uccidendolo con una bomba.

Nei primi anni del ventesimo secolo, l'esercito argentino si stava germanizzando. I governanti liberali argentini volevano il meglio per il loro paese, e il meglio proveniva dall’Europa, senza dubbio. Per esempio, la miglior marina di guerra del mondo era quella inglese, perciò la marina di guerra argentina venne modellata ad immagine e somiglianza della flotta britannica. I marinai argentini nelle loro uniformi copiavano perfino la fascia nera che i marinai britannici usavano al collo in omaggio all'ammiraglio Nelson.            

Per l'esercito, il modello era quello prussiano. La Prussia aveva vinto facilmente la Francia nel 1870 e grazie alle sue armi, l'artiglieria Krupp e i fucili Mauser, diventò l'esercito più ammirato. Nel 1902, il generale argentino Ricchieri adottò i regolamenti dell'esercito tedesco e invitò ufficiali tedeschi come professori dell'accademia di Guerra. I migliori ufficiali argentini studiarono a Berlino. Si usò la stessa uniforme e la stessa musica di marcia. Il Cile fece esattamente la stessa cosa. Si poterono concludere così grandi affari con la compravendita di armi. Quando la Krupp o la Mauser avevano bisogno di vendere scorte di armi perché era prossima la fabbricazione di nuovi modelli, venivano mandati in Sud America i rappresentanti di queste due fabbriche. Poche settimane dopo le loro visite, i giornali argentini e cileni iniziavano a parlare di possibili conflitti fra i due paesi sulla cordigliera delle Ande. Si inviavano truppe, si mobilitava l'opinione pubblica e allo stesso tempo si acquistavano grandi quantitativi di armi, in cui tutti si prendevano le loro commissioni. Perfino il comandante argentino in capo, il generale Ricchieri, si vide coinvolto nella riscossione di una tangente. Accusato, donò subito la tangente all'esercito e allora fu salutato da tutti come un vero patriota. Dopo la sua “prussianizzazione”, l'esercito argentino divenne il corpo scelto dell'oppressione antioperaia. Da quel momento fino ad oggi, tutte le azioni dell'esercito argentino furono compiute o per reprimere i movimenti operai o per combattere gruppi della propria popolazione. Con l'eccezione della guerra delle Malvinas, guerra improvvisata e dichiarata solamente per salvare il prestigio militare, che alla fine terminò in una totale sconfitta e causò la fine della dittatura militare dei generali.      

C'è un documento che dimostra tutto questo: il libro del maresciallo tedesco Colmar conte di von der Goltz, che s'intitola “Impressioni del mio viaggio in Argentina”. Era il 1910, quando gli argentini festeggiavano il centenario della fine della dominazione spagnola. In questo libro, von der Goltz descrive, con enorme piacere, come si reprimono le azioni operaie. Dice testualmente: “L'Argentina è amministrata da un governo molto pratico e organizzato. Mi ha fatto veramente bene vedere con quale vigore intraprende la repressione contro ogni tentativo di creare disordini nello sviluppo e nella vita pubblica. Nella darsena sud, alla foce del Riachuelo, si trovava ancorata una nave ben grande che, come mi raccontarono con sorrisi eloquenti, si stava popolando poco a poco di quell'ammasso di carne di galera che la polizia andava cacciando qua e là. Mi segnalavano inoltre che, quando la nave era piena, cominciava un viaggio turistico per la Terra del Fuoco e lì li facevano scendere”. Com'è risaputo, nella Terra del Fuoco, l'unica cosa esistente, era una prigione che era all'altezza delle peggiori della Siberia dello zar. Prosegue von der Goltz: “Allora sì che lì, nella Terra del fuoco, potevano fare tutto il chiasso che volevano. Si parlò in quei giorni di uno sciopero generale che doveva cominciare con  interruzioni delle numerose linee di tram elettrici, indispensabili per il trasporto in una grande città. Ma prima che cominciasse lo sciopero, i soldati erano già appostati davanti e dietro i veicoli, con il fucile caricato e, dalle precedenti esperienze, si sapeva fin troppo bene che quelle guardie non esitavano molto a premere il grilletto. Cosicché i tumulti furono rimandati a tempi successivi e fino ad oggi non sono stati messi in pratica. Ma forse la misura migliore del capo della Polizia di Buenos Aires fu che, prima del giorno decisivo, fece arrestare un importante numero di agitatori anarchici e li imprigionò, avvisandoli che, davanti al minimo scompiglio durante la festa del centenario, avrebbe aperto le porte della prigione e avrebbe lasciato tutto il resto dei prigionieri in mano alla popolazione esasperata. Vorrei che noi tedeschi prendessimo di tanto in tanto qualcosa di questo vigore originale ed edificante e non avessimo sempre tanti riguardi". 

E sull'importanza che l'esercito ha nella società argentina, scrive il maresciallo conte von der Goltz, nel 1910, durante i festeggiamenti del centenario della libertà argentina dalla Spagna. Dice: “Tutti i festeggiamenti argentini ebbero un carattere serio e solenne. In questo senso il potere armato ebbe un ruolo da protagonista con le sue formazioni e guardie d'onore, le sue scorte, bande di musica militare, ecc. Battaglioni di scolari sfilavano per le vie e davano espressione- e vorrei designarlo espressamente così- al militarismo, che in Argentina è molto profondo, perché nello straordinario progresso che la Repubblica realizza sul piano materiale, non si è persa di vista la necessità di incoraggiare e rafforzare lo stile militare, guerriero (...). Vorrei dire qui una parola a proposito dell'educazione militare dei soldati argentini. Tutto quello che sia marce e sfilate è molto apprezzato a Buenos Aires. Fra noi tedeschi, si parla troppo della severità dell'istruzione militare, orbene, prima di parlare dovremmo andare in Argentina e vedere come lì si addestrano i soldati e li si fanno esercitare”.  In quel viaggio in Argentina, naturalmente, il rappresentante dell'esercito tedesco von der Goltz fu accompagnato da von Restorff, rappresentante della Krupp, e da due degli ufficiali tedeschi assunti dall'Argentina. Tutto è chiaro: istruzione militare, sì, però dietro a ciò, c'era il commercio di armi, senza dissimulazioni.

Già nel 1892, i tedeschi del “Vorwärts” di Buenos Aires, spiegarono ai loro compagni socialisti argentini, spagnoli e italiani i pericoli del militarismo prussiano. Nel loro periodico “Vorwärts” (che portava come sottotitolo “Portavoce degli interessi del popolo lavoratore di Buenos Aires” ), scrivono: “Il Cile ha la prospettiva poco incoraggiante d'essere prussianizzato. L'ufficiale prussiano Körner, che da tempo si trova in quel paese, ha una grande influenza sull'esercito cileno e vuole ora imporre il servizio militare obbligatorio. Facciamo gli auguri ai cileni. Se fosse per gli stivali prussiani, tutto il mondo dovrebbe essere una gran caserma. Ma gli alberi non crescono fino al cielo; prima che sia possibile prussianizzare il Cile, il suo modello militare cadrà a pezzi. In Germania, qualcosa si sta muovendo”. (24.1892)

Questi instancabili lavoratori tedeschi fecero i primi studi sociologici sulla vita dei lavoratori argentini. Mentre il maresciallo conte von der Goltz si occupava dei cavalli da corsa (scriveva:  “Se non fosse per le belle donne argentine avrei perso il mio vecchio cuore per i cavalli”) gli esuli socialisti tedeschi scrivevano sul lavoro delle donne e delle bambine di Buenos Aires. “La fabbrica Argentina di Alpargatas (calzature tipo espadrillas, N.d.R.) impiega 510 operai, dei quali 460 sono donne e bambine. Il lavoro inizia alle sei della mattina e dura fino alle sei del pomeriggio, con una pausa di un'ora e mezza a mezzogiorno. Il lavoratore diligente può guadagnare la considerevole somma di dieci pesos la settimana, mentre le ragazze solamente sei pesos. Si producono 12.000 paia di alpargatas al giorno. Vale a dire che in Argentina non solo ci sono grandi stabilimenti industriali, come in Europa, ma oltre a ciò, qui abbiamo anche il più grande sfruttamento del lavoro di donne e bambine". (“Vorwärts”, 2.6.1892)

C'è un documento imprescindibile che parla della vergognosa collaborazione fra il militarismo e le fabbriche di armi. Nel 1980, settant’anni dopo la visita del maresciallo tedesco Von der Goltz, durante la dittatura criminale del generale Videla, il rappresentante della Krupp in Argentina, principe von Lobkowitz, dichiara al giornale argentino “La Nación”: “In Europa si ha la falsa idea che i governi militari sono dittature. Non sanno che qui, in Argentina, ci sono uomini, i militari al governo, che amano la propria patria e per questo l'hanno protetta dal pericolo di cadere in mani marxiste. In Argentina ci sono 25 milioni di abitanti contro dieci mila eversivi. Credo che quando è necessario difendere una società di 25 milioni di esseri sani contro dieci mila malati, è bene che spariscano quei dieci mila”. (Vale a dire, il rappresentante della ditta tedesca Krupp era a favore del sistema di scomparsa di persone).

Nel 1916 si insediò il governo eletto a suffragio universale. Prima i rappresentanti si eleggevano per alzata di mano, negli atri delle chiese. Il primo partito che trionfò fu l'Unione Civica Radicale, e il primo presidente Hipólito Yrigoyen. Aveva le caratteristiche di un partito progressista, nazionale, interessato alla difesa della politica latino-americana. Però mostrò un volto assolutamente reazionario nella repressione del movimento operaio. Durante i sei anni del suo governo si registrarono le tre stragi più sanguinarie della storia argentina fino al 1976. In seguito, questo triste onore lo ha ereditato la dittatura militare di Videla, dal 1976 al 1981, caratterizzata dal fenomeno della  scomparsa di persone. La prima repressione si fece contro gli operai metallurgici che, nel gennaio del 1919, scesero in strada per lottare per le otto ore di lavoro. Migliaia di operai formarono una colonna interminabile che fu attaccata dalla polizia, scatenando per due giorni una lotta senza quartiere. Siccome la polizia non fu capace di frenare l'impeto dei lavoratori, il presidente Yrigoyen ordinò all'esercito di incaricarsi della repressione, provocando la morte di più di 600 operai nelle strade di Buenos Aires. Su documenti pubblicati più di due decadi dopo, l'ambasciata degli Stati Uniti a Buenos Aires segnalava che il numero di operai morti saliva a più di mille. Ma la violazione più grande del governo di Yrigoyen delle leggi e della costituzione, fu permettere che nella repressione operassero, accanto alla polizia e all'esercito, gruppi armati di estrema destra, denominati Lega Patriottica Argentina. Questi gruppi commisero il primo pogrom contro il quartiere ebraico di Buenos Aires. A quell'epoca gli ebrei, poiché venivano dalla Russia, venivano accusati di essere comunisti. Questo massacro di operai è conosciuto come la Settimana Tragica. Ma quello che è deplorevole per la nuova democrazia è che non intervennero né la giustizia, né il parlamento Nazionale, né il Potere Esecutivo affinché si iniziasse un'inchiesta dettagliata sui fatti. No, si ignorò tutto.               

Due anni dopo accade un fatto di proporzioni ancora più tragiche. Nel 1921, gli operai rurali patagonici (peones) delle estancias del territorio di Santa Cruz iniziarono uno sciopero per reclamare migliori salari e migliori condizioni di vita. Prima si firmò un patto che i padroni delle estancias non mantennero, poi iniziò un secondo sciopero nelle estancias patagoniche. La reazione del governo radicale fu insolita: inviò il decimo reggimento di cavalleria a reprimere la sollevazione. Si tornò così di nuovo a commettere un massacro di operai, di proporzioni maggiori rispetto a quello della Settimana Tragica di Buenos Aires. Si calcola che siano stati fucilati 1500 peones. Nemmeno qui intervenne la giustizia, ma il Congresso Nazionale sì. L'opposizione sollecitò immediatamente la nomina di una commissione d'indagine che andasse in Patagonia per accertare la verità dei fatti. Ma il gruppo maggioritario, il partito radicale, si oppose. Lo stesso anno, avvenne il terzo massacro di operai commesso dal governo eletto dal popolo. Nel nord di Santa Fe iniziò lo sciopero dei lavoratori del quebracho, albero il cui legno si utilizzava per produrre il tannino- usato nelle concerie- e per la fabbricazione di traversine per le ferrovie.  Anche lì, il governo di Santa Fe, che era radicale come Yrigoyen ordinò una cruenta repressione, prima con un corpo di gendarmeria creato a tal fine e poi con l'esercito. Vale a dire che la storia della democrazia argentina cominciava in forma tragica e l'esercito, creato su modello prussiano, era servito solamente per la repressione del movimento operaio.

Nel 1922, Yrigoyen terminò il suo mandato e fu rimpiazzato da Alvear, un uomo dell'aristocrazia e dell'ala conservatrice del radicalismo. E fu un governo con sfumature liberali. Nel 1928, alla fine dei sei anni di mandato, venne nuovamente eletto Yrigoyen, che creò un governo con molte oscillazioni fino a quando il 6 settembre del 1930 l'esercito fece un golpe militare. Yrigoyen venne deposto dal generale Uriburu, un militare molto elogiato a suo tempo dal maresciallo tedesco von der Goltz. Si ha quindi il primo golpe militare contro la democrazia. Il dittatore fece fucilare gli anarchici e formò un governo di estrema destra, con persecuzione dei politici dei partiti di centro e di sinistra. Ma la cosa curiosa è che Yrigoyen non difese il suo governo. Scappò dalla casa del governo iniziando così una tradizione infelice per la democrazia argentina. Nessuno dei suoi presidenti eletti dal popolo si difese contro i 14 golpe militari che si ebbero in questi ultimi 86 anni. Fuggirono tutti. Nessuno fece come il presidente cileno Allende che morì suicida nella casa del governo, ma non scappò. La fuga del presidente Yrigoyen fu patetica. Si fece portare dal suo autista con l'auto presidenziale fino alla città della Plata e lì si diresse fino a una caserma militare di seconda categoria e presentò le dimissioni ad un ufficiale di seconda categoria. La democrazia argentina era iniziata male con tratti da tragicommedia. Uriburu, dopo due anni di dittatura, fu rimpiazzato da un altro generale, eletto in modo fraudolento. Iniziò quella che verrà chiamata “la frode patriottica”.

Gli uomini del potere truccarono le elezioni perché ritenevano che il popolo non avesse ancora abbastanza educazione per essere in grado di votare. Tutto questo periodo fu poi denominato dagli storici come "la decade infame". Fu un'epoca non solo di frodi ma anche di grandi affari. Tutto si mise in scena in modo che quelli che succedettero al generale Justo, appartenessero alle frazioni dell'antica linea liberale, conservatrice e anche alla destra del radicalismo. Questa periodo infame, che durò tredici anni, terminò con un nuovo golpe militare nel 1943, nel quale si distinse il giovane colonnello Perón.

Il governo di Perón, che nel 1945 venne eletto dalla maggioranza del popolo con elezioni democratiche, fu una vera rivoluzione della vita argentina. Fu un populismo che, con un paese ricco di valute guadagnate durante la seconda guerra mondiale, approvò leggi sociali che favorirono il settore più povero. Creò un movimento operaio che obbedì ai suoi ordini e così distrusse l'antico movimento operaio di socialisti, sindacalisti puri, anarchici e comunisti. La CGT passò a dipendere direttamente dal movimento peronista, cioè, da Perón. La sua linea culturale si rifaceva piuttosto al pensiero di destra, mantenendo relazioni molto buone con la Spagna di Franco. Come tutti i populismi, finché il paese si mantenne in una situazione di ricchezza poté appunto ripercuotersi positivamente sulle classi più povere. Ma dopo i primi anni, quando iniziò in Argentina una crisi economica, cominciò anche la crisi del peronismo. La moglie di Perón, Evita, portò avanti una politica efficace di aiuto agli operai e soprattutto alle donne. Ma morì nel 1952, proprio quando la crisi si stava accentuando. Perón entrò in conflitto con i due grandi alleati degli inizi: con l'esercito e con la chiesa cattolica. Le due forze unite riuscirono, nel settembre del 1952, a rovesciare Perón. Questi, nonostante la notevole possibilità di difendersi grazie all'appoggio degli operai, non oppose nessuna resistenza e scappò dal paese in un modo tanto patetico quanto Yrigoyen nel 1930. Perón fuggì su una cannoniera paraguaiana della marina del suo amico, il generale Stroessner, un dittatore di destra. Questa piccola nave da guerra era in riparazione e non aveva né acqua né elettricità.

Iniziarono allora in Argentina 18 anni di totale negazione della democrazia. Il partito peronista (ufficialmente chiamato giustizialista) venne proibito e Perón visse quei 18 anni in esilio in diversi paesi con dittature di destra: il Venezuela di Pérez Giménez, Panama, la Repubblica Dominicana e, infine, la Spagna di Franco, dittatore, quest'ultimo, che lo protesse. Durante questi 18 anni, l'esercito, in Argentina, fu il vero detentore del potere. Si commisero atti criminali come la fucilazione di peronisti senza previo processo nel giugno del 1956. Si fecero tentativi di ritorno alla democrazia e si indissero elezioni, permettendo la candidatura però solamente ai due grandi partiti radicali. Questi partiti commisero però un grande sbaglio, accettando il divieto di ricostituzione del partito peronista. Fino al 1973 ci fu una successione di presidenti eletti a minoranza e di golpe militari. Si visse quasi costantemente in uno stato d'assedio, dato che il potere militare era assolutamente discriminatorio. Ma la pressione delle masse peroniste fece sì che questo periodo nefasto si concludesse e che Perón potesse ritornare in Argentina nel 1973. Intanto in Argentina era iniziato il fenomeno della guerriglia, seguendo l'esempio della Rivoluzione Cubana e del Che. Nacquero così il Movimento Montonero e altri gruppi minori della sinistra come l'Esercito Rivoluzionario del Popolo.

Le azioni guerrigliere aiutarono a far sì che i militari si allontanassero dal potere. Per questo permisero le elezioni, questa volta sì, con la presenza del Partito Giustizialista. Gli argentini credettero che finalmente fosse finito il periodo nefasto delle continue dittature militari. Agli inizi del 1973 trionfò il candidato peronista Cámpora. Ma non fu più lo stesso. Il peronismo era profondamente diviso in un'ala di sinistra e un altra di destra. Quando Perón ritornò dalla Spagna ordinò immediatamente la rinuncia di Cámpora, che apparteneva alla sinistra e godeva della simpatia dei Montoneros. Cámpora rinunciò e Perón designò come presidente provvisorio un rappresentante dell'estrema destra peronista, Lastiri, genero di López Rega, uomo di estrema destra che cominciò ad organizzare gli squadroni della morte, le cosiddette Tre A: Alleanza Anticomunista Argentina, per eliminare, mediante sequestri e assassini, la sinistra del suo partito e della società argentina. Iniziò poco a poco il clima di terrore. A ottobre Perón venne eletto presidente con il 60 per cento dei voti. Ma il peronismo era già profondamente diviso e Perón continuò a governare con l'estrema destra, nominando López Rega ministro.

A causa delle difficoltà economiche e dell'opposizione dei Montoneros, fu difficile per Perón governare. Il 1° luglio del 1974, dieci mesi dopo aver preso il potere, Perón morì e per l'Argentina cominciò un periodo più che drammatico. Perón venne sostituito dalla vedova, María Estela Perón, alias Isabelita; le strade delle città argentine erano dominate dalla triplice A di López Rega e tutti i giorni si verificavano omicidi di notabili, oppositori di questo governo di estrema destra. Di fronte a queste gravi difficoltà, Isabelita indisse le elezioni per l'ottobre del 1976, ma nel marzo dello stesso anno, le tre forze armate si appropriarono  del potere e venne nominato presidente il generale Videla.

Cominciò una lunga notte per gli argentini. Si applicò il sistema della sparizione di persone. Uno dei sistemi più crudeli della storia della repressione nel mondo. Sequestro, tortura, furto dei beni personali, morte e sparizione del cadavere, perfino i figli sparirono. Molte volte i prigionieri vennero gettati vivi in mare. Gli autori di questa macabra organizzazione, furono gli ufficiali che avevano studiato negli Stati Uniti. Nel contempo si nominò ministro dell'economia l'ultraliberalconservatore Marínez de Hoz. Il debito estero argentino salì da otto mila milioni di dollari a 67 mila milioni. Si cominciarono a privatizzare le imprese nazionali, non si rispettarono le leggi del lavoro e si eliminarono i delegati operai delle imprese. L'esempio classico è quello della Mercedes Benz, che annoverò fra i desaparecidos tredici dei suoi quattordici delegati operai. In questo senso ci sono processi in corso tanto a Buenos Aires che in Germania.

Senza dubbio, è stata l'epoca più tragica di tutta la storia argentina. Quasi otto anni di una dittatura che passò alla storia come la più sanguinaria dalla creazione della Repubblica. Di quest'epoca rimase, come suprema azione di governo, la scomparsa di persone e il rapimento dei bambini di quelle che erano considerate persone sovversive. E iniziò il cammino inesorabile verso l'adesione al liberalismo globalizzatore. La sconfitta delle Malvinas tolse stabilità ai militari che si videro obbligati a convocare le elezioni per l'ottobre del 1983.

Come poche volte, il popolo argentino visse momenti d'allegria ed euforia per la riconquista della democrazia. Ed è proprio qui che si capisce il perché di questo breve prologo sulla nostra democrazia. Tutti gli argentini credettero, vedendo cadere la dittatura, che in Argentina sarebbe iniziata la vera democrazia che il paese non ebbe mai, nonostante quanto stabilito dalla costituzione. Dopo il totalitarismo più crudele, cominciare da zero e fondare una democrazia, che per lo meno a grandi linee difendesse le libertà pubbliche e i diritti costituzionali.

I tre governi che abbiamo avuto da allora: quello di Alfonsín, la decade di Menem e il fallito governo di De la Rúa, non sono stati capaci di esaudire questo desiderio. Al contrario, non ci si è avviati verso la democratizzazione sostanziale del paese, bensì tutto l'opposto.

Si tornò agli antichi giochi politici. Invece di democratizzare si trattò di venire a patti con tutti i veri nemici di una democrazia repubblicana. Questo si nota chiaramente nelle forze armate. Si fece tutto il possibile perché si cambiasse tutto ma non si modificasse in realtà nulla. Il loro intento si basò sulla teoria che in Argentina c'era stata una guerra civile nella quale avevano preso parte due demoni. E uno dei due demoni aveva finito per divorare l'altro. Un demonio, il militare al potere, aveva eliminato il demonio della guerriglia, applicando i metodi più aberranti: sequestro delle vittime e dei loro familiari, torture, furti dei beni personali, rapimento perfino dei loro figli, e da ultimo scomparsa dei sequestrati.

No, il nuovo governo e l'opposizione non considerarono il caso delle vittime e degli assassini in ogni circostanza, bensì semplicemente, equipararono i crimini della guerriglia, ossia attentato o sequestro con comparsa del cadavere o della vittima, con quelli commessi dalla forze armate al potere.

Per esempio, Alfonsín mantenne in carcere i prigionieri condannati dalla dittatura, nonostante questi processi non avessero avuto alcuna validità giuridica. Solamente quando ebbero scontato le loro pene ingiuste, questi prigionieri poterono lasciare le carceri. Al contrario i boia furono lasciati in libertà e gli fu annullata ogni pena con le leggi di Obbedienza Dovuta e Punto Finale, approvate dai rappresentanti del loro partito al Congresso Nazionale.

Anche i membri delle forze armate e della polizia accusati dei peggiori crimini, uscirono in libertà. La pressione degli organismi dei diritti umani e dell'estero- giacché molti dei desaparecidos erano cittadini stranieri- fece sì che Alfonsín finalmente avallasse il processo ai comandanti. Loro e solamente loro, ma non i subalterni dell'esercito, della marina e dell'aeronautica. I processi si fecero sì, con tutte le garanzie, ma dal punto di vista giuridico c'è molto da discutere. Per esempio, uno dei peggiori criminali durante la repressione e colpevole dell'avventura delle Malvinas, il generale Galtieri, uscì assolto da ogni responsabilità. Inoltre, si scelsero giudici e pubblici ministeri- il caso del pubblico ministero Strassera è palese- che avevano occupato incarichi durante la dittatura e a volte con condotte poco chiare. 

Questo processo, in base al quale i condannati dovettero scontare la pena niente meno che in un istituto militare con piscina e visita giornaliera dei familiari, si concluse con due leggi che dimostravano tutta l'intenzione del alfonsinismo e del radicalismo di far dimenticare i crimini del recente passato commessi dalle forze armate e dai civili che le appoggiarono.

Con le leggi dell'Obbedienza Dovuta e del Punto Finale, si perdonavano i crimini della repressione.  Rimase come eccezione soltanto il rapimento dei bambini, che anni dopo avrebbe cominciato a muovere le aule giudiziarie su reclamo delle famiglie che cercavano i figli nati e sequestrati dai militari in quell'epoca e dati in adozione ad altri militari o a civili. Per giustificare a posteriori questa indegna azione, si addusse come pretesto che così, allontanandoli dalle famiglie marxiste, questi figli potevano essere educati secondo le norme morali dettate dalla chiesa cattolica. Le leggi approvate dal governo di Alfonsín riguardo alla repressione, non rispettano i principi universali dei diritti umani che in nessun modo scusano i crimini di lesa umanità. Nemmeno si presero in considerazione i principi difesi nei grandi processi del dopoguerra come quello di Auschwitz, per esempio, dove il pubblico ministero Fritz Bauer definì chiaramente cosa sono i crimini di lesa umanità. Ad esempio i casi per cui non si può addurre appunto l '“obbedienza dovuta” per giustificare addirittura la fucilazione di bambini.             

No, nulla di tutto questo, per di più la legge argentina dei radicali si chiama proprio “Obbedienza Dovuta”. Questa legge e quella del “Punto Finale”, con la quale si metteva termine a qualsiasi iniziativa di processi per azioni contro i principi difensori dei diritti umani, sprofondarono la società argentina in un clima di cinismo.  Un paese democratico non può accettare l'oblio più assoluto di crimini come le torture, i sequestri, il furto dei beni personali dei perseguitati politici. Ma il gruppo parlamentare radicale, sì. L'opposizione peronista votò contro, ma  ciò ebbe pochissimo valore. 

Fu più che altro l'adempimento della disciplina di partito contro il radicalismo, ma non fu un ripudio chiaro e netto di queste due leggi veramente totalitarie. L'episodio che rese possibile il perdono assoluto dei crimini militari fu dato dal golpe militare del tenente colonnello Rico. Il governo civile ebbe paura. Il militare Rico commise delitto di insubordinazione sollevando le sue truppe, chiedendo l'oblio dei crimini militari. Desideravano proprio le leggi dell'Obbedienza Dovuta e del Punto Finale che sarebbero state approvate come conseguenza della sottomissione del potere civile ai diktat del militare insorto. La Plaza de Mayo era gremita di gente che appoggiava il potere civile contro il militare sollevato, soprannominato “carapintada” (faccia pitturata). E accadde uno dei tradimenti più grandi della storia della nostra democrazia. Il presidente argentino cedette alle pressioni dei militari sollevati, nonostante il totale appoggio del popolo nelle strade, cosa che non era successa né con la caduta di Yrigoyen né di nessuno dei presidenti deposti dai militari. Per di più, Alfonsín volò in elicottero fino alla caserma del militare golpista e fu lì che patteggiò l'approvazione delle leggi dell'Obbedienza Dovuta e del Punto Finale. Fu una retrocessione assoluta del potere democratico davanti alla forza. Quando Alfonsín ritornò alla casa del Governo, dal balcone annunciò alla moltitudine: “ la casa è in ordine, Buona Pasqua”. Il popolo abbandonò la piazza, umiliato. Queste due frasi: Buona Pasqua e la casa è in ordine, rimasero nel lessico popolare come espressione della massima codardia. Cominciò per la storia argentina un periodo in cui il popolo perse speranza e si disinteressò dei fatti politici. Ma, nell'estate del 1989, avvenne l'attacco alla caserma della Tablada da parte di un gruppo di militanti di sinistra, che dichiararono che stavano portando avanti questo attacco armato per opporsi ad un altro golpe pianificato dai militari. In questo caso Alfonsín procedette in forma assolutamente differente a quella che aveva attuato contro i militari di estrema destra. In primo luogo non ascoltò il proprio capo della Polizia Federale, che consigliò di circondare la caserma occupata dai militanti di sinistra con una squadra di polizia con gas lacrimogeni e di aspettare che, isolati per vari giorni, si arrendessero. Alfonsín agì in modo completamente diverso. Chiamò il generale Arrillaga, famoso per la crudeltà con cui aveva agito durante la dittatura militare a Mar del Plata, autore del massacro di avvocati di prigionieri politici, nell'episodio conosciuto come “la notte delle cravatte”. Questo generale- di fronte all'ordine di Alfonsín- attaccò la caserma occupata dai giovani militanti di sinistra con tutte le armi immaginabili: carri armati, cannoni, gas, e un bombardamento incessante di artiglieria e fanteria. Fu un vero massacro. I guerriglieri si arresero e molti di loro furono fucilati dopo aver sopportato ogni tipo di tortura. Si verificò perfino il fenomeno della scomparsa di persone che, viste già fotografate come prigioniere, non furono poi registrate né come morte né come detenute. In seguito, i sopravvissuti furono sottoposti a un processo ignobile contro il quale protestò la Commissione Interamericana dei Diritti Umani della OEA. Quasi tutti furono condannati all'ergastolo o a venti anni di prigione in un carcere degradante. Basta paragonare il caso del carapintada Rico con quello degli aggressori di sinistra per dimostrare che Alfonsín, nel modo di comportarsi, non faceva rispettare per tutti lo stesso diritto di uguaglianza. Per i militari, leggi di amnistia. Per i guerriglieri, l'estrema repressione e castigo più crudele.

La giustificazione che il radicalismo cercò per spiegare la sua condotta nei confronti dei militari sollevati, è che si temeva un bagno di sangue e si correva il pericolo di perdere il potere democratico incoraggiando il ritorno dei militari. Questo è assolutamente falso. Il tenente colonnello Rico nemmeno uscì dalla caserma. Ma anche se così fosse stato, la democrazia avrebbe dovuto dimostrare che era capace di affrontare il potere militare e impegnarsi totalmente nella lotta per la Costituzione. Se la democrazia avesse resistito- e senza dubbio avrebbe trionfato dato che l'opinione pubblica disapprovava totalmente i militari e, specialmente, l'ultra destra denominata “carapintadas”- sarebbe stato un trionfo della civiltà per sempre. No, la mancanza di coraggio civile del governo di Alfonsín fece sì che i golpe militari argentini si ripetessero e continuassero a provocare inquietudine nella società.

D'altra parte, il golpe dei “carapintadas”, dimostrava che il governo, nato dal voto popolare, non aveva avuto sufficiente forza per epurare le forze armate da tutti quelli che avevano idee totalitarie ed erano intervenuti nella repressione. No, molte alte cariche e la maggioranza dei subalterni, accusati dei crimini, proseguirono la loro carriera militare. Non era quello che la Repubblica aveva sperato nel 1983, quando tutti avevamo creduto che finalmente fosse arrivato il momento di finirla con ogni traccia di militarismo nelle istituzioni argentine. L'andamento ambiguo del governo radicale di Alfonsín, portò a quello che nessuno avrebbe desiderato: le dimissioni del presidente prima di aver terminato il suo mandato. Tutto fu vago e quando dovette spiegarsi, rinunciò. Egli diede la colpa al potere finanziario. Lo disse dopo aver rinunciato. Quando la cosa più decente da fare sarebbe stata uscire al balcone della Casa Rosada, com'è usanza nei grandi avvenimenti, chiamare il popolo e denunciare questa supposta pressione del potere finanziario. Non lo fece, rinunciò. Lo disse dopo, quando tutto era già perduto per lui.

L'altro dei grandi tradimenti alla democrazia sopraggiunse poco dopo, quando appena consacrato il candidato peronista alla presidenza, Carlos Saúl Menem, i due titolari dei partiti- Menem e Alfonsín- si riunirono e conclusero risoluzioni denominate “Il Patto di Olivos”, una specie di ripartizione del potere sotto forme costituzionali. Uno degli accordi peggiori fu quello che si prese rispetto al numero e alla nomina dei membri della Corte Suprema di Giustizia. Il supremo potere della giustizia rimaneva così a disposizione dei padroni del potere politico. E il tempo lo avrebbe poi dimostrato. Mai l'Argentina, in periodi democratici, ha vissuto e vive una corruzione così grande nel Potere Giudiziario, che dovrebbe essere essenzialmente neutrale e conforme al Diritto. I fatti di questi giorni lo confermano: il governo di Duhalde e la Corte Suprema sono in contrasto per interessi politici.

Ci sono voci che ancora si alzano per difendere Alfonsín, ma considerando il significato che doveva avere il potere civile immediatamente dopo la feroce dittatura militare, il fallimento di Alfonsín iniziò un periodo inspiegabile, immorale, antirepubblicano con tutti i mali della vecchia politica che aveva dominato l'Argentina in tempi in cui non c'era ancora democrazia.

Sul piano economico non è che Alfonsín promosse un sistema in grado di dare al paese libertà di mercato e difendere le conquiste dell'industria nazionale. No, in nessun modo. Senza una decisione chiara, cercò di arrivare a soluzioni indefinite mentre, d'altro canto, si continuava la politica economica di Martínez de Hoz, della dittatura militare. Le discussioni sulla privatizzazione delle imprese iniziarono nel suo periodo, essendo la vendita delle Aerolineas Argentinas un tema la cui responsabilità toccò al suo governo.

La sua posizione di politico sarà ancora più evidenziata durante la sua carica di presidente del partito radicale durante il disastroso periodo della presidenza di Fernando de la Rúa.

La migliore definizione di questo periodo politico potrebbe essere la formula: dopo Alfonsín, Menem. Sembrerebbe che il primo avesse preparato, senza volerlo, l'ascesa di un paese già chiaramente lanciato verso un sistema economico definito di assoluto liberismo economico e di utilizzo dei posti pubblici per il profitto proprio di una casta politica ed economica che riuscì a dominare completamente tutte le risorse del potere in Argentina.

La prima importante misura del presidente peronista fu il decreto di amnistia dei condannati per i processi ai comandanti e di un pugno di dirigenti politici che avevano fatto parte del movimento guerrigliero Montoneros. Così, Menem liberava completamente tutti gli autori dei crimini della dittatura e, d'altra parte, faceva bella figura con quegli uomini della sinistra del suo partito che erano stati espulsi dallo stesso Perón della Plaza de Mayo. Con ciò si voleva dimenticare il recente passato.

Però è necessario riconoscere che Menem condusse una politica militare più neutrale di quella di Alfonsín. Alfonsín nominò capi di Stato Maggiore generali che erano intervenuti nella repressione, e persino promosse, attraverso l'approvazione del senato mediante il voto del gruppo parlamentare radicale, ufficiali alla carica di generale nonostante il loro passato criminale. Uno dei casi fu notevole: il colonnello Gorleri promosso generale ai tempi di Alfonsín, nonostante durante la dittatura avesse fatto pubblicamente bruciare libri che considerava contro "Dio, Patria e Focolare". Queste tre parole figurano nel comunicato ufficiale che questo militare fece pubblicare sui giornali annunciando il rogo dei libri. Menem nominò capo di Stato Maggiore il generale Balza, che non aveva nessun'accusa diretta d'essere implicato nella feroce repressione. D'altra parte, Menem dettò una risoluzione con la quale si aboliva il servizio militare obbligatorio che tutti i giovani dovevano fare al compimento dei 18 anni. Fece questo per calmare la gran protesta nazionale sorta in seguito al delitto di un soldato, il soldato Carrasco, che fu ucciso a bastonate per ordine di un ufficiale nel patio di una caserma, fatto che fu coperto da altri ufficiali d'alto grado. Il servizio militare obbligatorio era una legge molto apprezzata dai militari perché veniva dall'eredità prussiana dei primi educatori militari prussiani che arrivarono al Río de la Plata. Ma né Alfonsín né Menem, né in seguito De la Rúa ordinarono l'allontanamento degli ufficiali che si erano compromessi con i crimini.

Attualmente, le forze armate sono un corpo estraneo dentro la società argentina, isolato come se si trattasse di un organo malato dentro il corpo della Repubblica. Sarebbe impossibile pensare alla ripetizione di un golpe militare contro lo Stato. Chiamerebbe immediatamente alla resistenza della civiltà. Nessuno considera oggi la possibilità di un golpe militare, nonostante i tumulti degli ultimi mesi. Ciò che è sì possibile, è che i militari in pensione formino una propria forza politica e si presentino alle elezioni. Si registrano già vari casi che sono una smentita alla credenza che in Argentina regnino condizioni democratiche. C'è l'esempio del generale Bussi, uno dei militari che ha più accuse per delitti contro i diritti umani. Fu il repressore della provincia di Tucumán e di lui si documentano crimini atroci e scomparsa di persone. Malgrado ciò, quando si dettarono le leggi di Obbedienza Dovuta e Punto Finale, con le quali li si amnistiava, il citato generale formò il suo partito proprio nella provincia di Tucumán. E trionfò nelle elezioni perché promise “ordine e tranquillità”.

 Si verificò qualcosa in Argentina che nessun democratico avrebbe mai pensato. Uno dei peggiori boia militari, eletto a elezioni libere come governatore della democrazia. Ordine e tranquillità. Sicuro, il generale Bussi, quando comandava le truppe ed era padrone e signore di quelle terre, ordinò perfino l'eliminazione di tutti i mendicanti, specialmente dei ciechi. Li fece caricare nei camion e li abbandonò in piena selva, popolata di insetti, bestie e animali selvatici. Quelli che non morirono per queste cause, morirono di fame e di sete. Le leggi di Alfonsín gli perdonarono perfino i crimini infami e il generale fu governatore, questa volta con il voto della cittadinanza. Da ciò possiamo intravedere la mentalità di queste popolazioni sottomesse per tanti anni al dominio del terrore militare e il resto agli ordini dei caudillos dei partiti populisti, sorta di padroni della volontà della poverissima gente di queste latitudini. Ma questo fenomeno non si verificò solamente a Tucumán, bensì anche nella provincia del Chaco, con il colonnello Ruis Palacios, sottosegretario del Ministero dell'Interno di Videla, a Salta e nella città di San Miguel, dove fu eletto il golpista colonnello carapintada Aldo Rico, che fu più tardi nominato segretario della sicurezza nella provincia di Buenos Aires dal peronista Rückauf. Ma forse il risultato più nefasto dell’attuale democrazia è l'aver permesso la candidatura al vice commissario Patti, colui che si nominò torturatore di delinquenti a beneficio della società. Patti assassinò due peronisti di sinistra, durante la dittatura e fu beneficiato dalle leggi alfonsiniste dell'Obbedienza Dovuta e del Punto Finale. Patti fu eletto poco dopo, con libere elezioni, sindaco di Bella Vista, una località della provincia di Buenos Aires. E tutti questi esempi sorti dalla più tenebrosa destra, hanno futuro in questa Argentina che non trova una soluzione ai suoi problemi di miseria e disoccupazione.

L'atra figura che è capace di organizzare un gran movimento di destra è il colonnello Seineldín, autore di un golpe militare per il quale è in prigione. Ha promesso un governo nazionale e popolare. Vuole essere il nuovo Perón. È molto probabile che guidi un movimento popolare e si presenti alle elezioni.

Il governo del radicale De la Rúa fu la dimostrazione più genuina dell'incapacità. L'uomo del partito radicale ha sempre avuto tendenze di destra conservatrice nel suo partito. La sua politica si accontentò di seguire i lineamenti del sistema neo- liberal- globalizzatore e di essere il miglior alunno degli Stati Uniti. Ricordiamo in questo senso, il voto di censura dell'Argentina a Cuba rispetto ai Diritti Umani, in conformità con il voto degli Stati Uniti.

Di fronte all'aumento delle statistiche negative come disoccupazione e livello di povertà, non reagì, bensì seguì passo a passo le direttive fissate dal ministro Cavallo, fino a quando fu svegliato dalle grandi manifestazioni indignate del popolo, nel dicembre del 2001. Allora pensò solamente alla repressione e instaurò lo stato d'assedio. È stato quando il popolo riempì la piazza e chiese le sue dimissioni, che egli ordinò una brutale repressione con armi da fuoco, come aveva fatto il suo predecessore Yrigoyen con gli scioperanti patagonici, con gli operai portegni nella Settimana Tragica e con i boscaioli del quebracho dei boschi di Santa Fe.

La rinuncia di De la Rúa portò ad una crisi politica che minacciò di far finire il potere dei due partiti populisti. Alla fine, il radicalismo totalmente vinto e senza alcuna prospettiva di futuro si adeguò ad appoggiare un settore del peronismo con Duhalde come presidente, dopo quattro tentativi con altre figure, fra le quali il governatore Rodríguez Saa, caudillo di San Luis, uomo autoritario, la cui famiglia domina il governo puntano da più di un secolo. Nell'opposizione a Duhalde rimase il settore Menem.

Rimasero di fronte al paese, dunque, un peronismo completamente screditato e un radicalismo che sembra aver toccato il fondo; ha pochissime prospettive di elaborare un futuro con successo.

Qual' è l'Argentina di oggi? Un debito estero di 167.000 milioni di dollari. Il 50% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione supera i 5.000.000. A Tucumán sono morti di fame dei bambini e a San Juan dei nonni. Abbiamo un presidente che è giunto al potere mediante l'accordo dei due partiti principali, di una legittimità sospetta. Dei due partiti che ci hanno governato, uno, il radicale, è in agonia; l'altro, che ci governa, si trova diviso in tre fazioni. Gli altri partiti politici hanno una rappresentanza minima. Nelle prossime elezioni si calcola che più del 50% voterà scheda bianca. Ci sono gruppi che consigliano l'astensione per preparare un gran movimento che prenda il potere davanti al fallimento delle future autorità elette il prossimo aprile. Il più forte di questi movimenti lo formano i piqueteros, l'altro la CTA e altri organismi popolari; c'è anche il deputato Zamora che prepara un movimento di fronte al previsto caos che sopraggiungerà con il nuovo governo. Questa posizione è condivisa dalle assemblee popolari, assemblee di quartiere che dopo il 20 dicembre del 2001 sono salite a 220.  C'è una terza forza: quella degli operai che hanno occupato più di cento fabbriche che erano state abbandonate dai loro padroni e che sono state rimesse in funzione dagli stessi lavoratori. Le tre frazioni in cui si trova diviso il peronismo, nessuna delle quali supera il 14% delle preferenze del pubblico, sono in questo ordine: Kirchner, Rodríguez Saa e Menem. Vale a dire che per trionfare dovranno mettersi d'accordo per il secondo turno delle elezioni che avverrà in maggio. Colui che vincerà arriverà debole al potere ed è molto probabile che inizino già da subito conflitti interni. Nell'opposizione figurano partiti senza molte possibilità. Come quello capitanato da Lilita Carrió, una frazione del radicalismo; il partito socialista e alcuni partiti provinciali. Il che vale a dire, nelle elezioni, un quadro desolante per la sinistra. Ma senza dubbio, questa forza di sinistra popolare non organizzata in partito politico ha un grande futuro nella storia della politica argentina. E, come dicevamo, questa forza è rappresentata dai distinti raggruppamenti operai e popolari che esistono in tutto il paese. Una forza che sarà capace- e con ancora più energia del 19 e 20 dicembre del 2001, quando ottenne la caduta del radicale De la Rúa- di occupare la Plaza de Mayo ed esigere spiegazioni.

Ovviamente, quelli che mantengono il potere hanno molto a loro favore: tutta la televisione, quasi tutti i giornali e riviste, e le grandi emittenti radiofoniche. Inoltre, la polizia, che risponde al potere mafioso attuale, e le forze armate. I due partiti, attraverso Duhalde e Alfonsín, sono riusciti fino ad ora a proteggere le forze armate da qualsiasi proposito di dissoluzione. Per questo hanno come ministro della Difesa Jaunarena, uomo di Alfonsín, che sostiene tutto il potere dei militari. Una provocazione che gli è riuscita molto bene è il funerale con cui l'esercito omaggiò il criminale generale Gualtieri, al cui commiato, parlò il comandante dell'esercito, generale Brinzoni.

L'esercito si sta preparando a intervenire per qualsiasi reazione del popolo. Lo stesso fanno la polizia federale e la polizia della provincia di Buenos Aires, responsabili della morte dei due leaders del movimento piquetero, Darío Santillán e Maximiliano Kosteki, che sono stati assassinati dalla polizia durante una manifestazione pubblica.

Ma, contro tutte queste forze repressive resta la verità argentina: nell'ottobre dell'anno passato, vale a dire pochi mesi fa, la statistica ufficiale segnalava che in Argentina ci sono 21 milioni di poveri. Vale a dire che sei argentini su dieci sono poveri. Siccome le famiglie povere sono più numerose, fra i bambini minori di 14 anni, la povertà supererebbe il 75%. In cinque mesi si sono registrati quasi due milioni di nuovi poveri. È a causa dell'aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità: sono saliti del 72% in un anno. Rispetto al 1998, in cinque anni ci sono quasi 10milioni di poveri in più. Povera è considerata la famiglia tipo (padre, madre e due figli) che guadagna meno di 700 pesos al mese, vale a dire 200 dollari. Si stima che il 70% di quelli che lavorano guadagna meno di questa cifra. A ciò bisogna aggiungere che circa due milioni di persone percepiscono il Plan Jefes de Hogar (piano dei capi famiglia), di 150 pesos al mese che non riesce a mitigare la povertà. Questo piano è stato creato dal presidente Duhalde e Chiche, sua moglie. Grazie ad esso hanno una gran clientela politica; sperano di trionfare nelle elezioni e che questa gente, così aiutata, continuerà ad appoggiarli, per timore di perdere quel pochissimo denaro.

Senza lasciare adito a dubbi, l'attualità ci mostra un importante movimento di massa nei quartieri poveri, incarnato dai piqueteros della Gran Buenos Aires. Continuano a interrompere le strade e autostrade quando esigono qualche rivendicazione e si dimostrano contrari al voto alle prossime elezioni. Il loro numero va dai venti mila attivi ai duecento mila che appoggiano le grandi manifestazioni. Quest'anno, in varie occasioni hanno riempito la Plaza de Mayo. Dei tre movimenti che si sono auto organizzati ed esigono “Che se ne vadano tutti”, riferendosi ai politici dei partiti peronisti e radicali che hanno governato dal 1983, senza dubbio il più potente è quello dei piqueteros. Il secondo movimento, le assemblee popolari, rappresenta una mobilitazione interessante che non era mai successa nella storia argentina.  Ci sono più di 200 assemblee di quartiere, principalmente a Buenos Aires, ma anche in città come Rosario, Córdoba e Santa Fe. È un nuovo ambiente di base: lì si discutono non solamente i problemi del quartiere e si organizzano mense per i bisognosi, ma si trattano anche i problemi nazionali e internazionali. Il proposito è quello di arrivare ad una gran assemblea di delegati che potrebbe riuscire ad avere il potere di discutere una nuova costituzione nazionale e organizzare un altro modello di Repubblica. Nonostante la persecuzione della polizia e della giustizia, le assemblee resistono agli sgomberi dai luoghi dove operano e ogni settimana continuano le discussioni. Il terzo importante movimento è quello degli operai che hanno recuperato le loro fabbriche chiuse. Ufficialmente esistono 107 fabbriche che sono state occupate dai loro operai, che le hanno rimesse in funzione. Le amministrano loro stessi, fissando lo stesso stipendio per tutti i lavoratori delle diverse sezioni.   

Per esempio, nella fabbrica di ceramica Zanón, in Patagonia, è stato fissato attraverso delle assemblee lo stipendio di 800 pesos per tutti, dall'amministratore all'aiuto macchinista. Il 90% di queste fabbriche ha eliminato i posti gerarchici ed ha instaurato un regime egualitario di ridistribuzione delle entrate. Si calcola che ora lavorano 10.000 operai in queste fabbriche organizzate con il metodo denominato controllo operaio o in forma di cooperative. Nel 70% dei casi, la produzione ha raggiunto o ha superato i livelli precedenti. A due anni dalla riapertura delle fabbriche chiuse sono stati pagati debiti, comprati macchinari ed è stato ampliato lo stabilimento. A uguali condizioni di lavoro, il personale guadagna quattro volte di più. Attualmente si è formato il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate. La nuova gestione degli operai permette di risparmiare, in generale, il 70%  dell'introito che prima era destinato ai padroni e ai direttori. Si destina, in genere, il 15% dei guadagni a investimenti e capitalizzazione. In genere, né la giustizia né il governo possono intervenire giacché non hanno coraggio di far evacuare gli operai che hanno rimesso in moto questi stabilimenti che mantengono un gran numero di famiglie.

Coloro che hanno fatto questo hanno un comportamento assolutamente solidale perché capiscono che è l'unica maniera di affrontare la disoccupazione e la miseria. Un caso speciale è quello della fabbrica di vestiti Brukman dove il 90% dei lavoratori sono donne. Hanno già affrontato la polizia e gli antichi padroni e sono state appoggiate dai vicini. Non è facile per il governo far valere i titoli di proprietà degli antichi padroni. Se lo fa e comincia con la repressione, ci sarà una reazione imprevedibile degli operai.

Questa è l'Argentina di oggi: fame, sì, però la gente non aspetta a braccia incrociate. Repressione, sì, però si può reprimere tutti i giorni quando cresce ogni volta di più la reazione della gente contro la miseria e l'ingiustizia?

 La società argentina sembra una battaglia di due fronti che aspetta l'inizio. Una battaglia in cui le prossime elezioni non porteranno nessuna soluzione. Il FMI aspetta nervoso il prossimo governo. L'Argentina non ha con che pagare. Il trionfo di Lula ha portato speranza al popolo argentino. Ma, per il lavoro comune, l'Argentina avrebbe bisogno di un governo con forze simili a quelle di Lula, per rendere più forte l'appoggio al Mercosur e il ripudio dell'ALCA.

 Vogliamo toccare ancora un tema che da solo dimostra in che pozzo morale e sociale si trova la ricca repubblica del Rio della Plata di altri tempi. È il caso dell'aborto. Dal momento che la chiesa lo proibisce, l'aborto nelle classi popolari è praticato con metodi che provocano gravi problemi. Nell'ultimo anno, il numero delle complicazioni per aborto è salito a mezzo milione di casi. Si deve al fatto che “l'aborto si sta praticando in condizioni sempre peggiori, con pericoli sempre maggiori per la salute delle donne”, rileva Mariana Carbajal nello studio che ha appena realizzato. Dati ufficiali dimostrano che negli ultimi cinque anni sono cresciuti del 46% i ricoveri ospedalieri per complicazioni da aborto, con punte di aumento del 148% nelle province povere. La crescita degli aborti si nota particolarmente fra le adolescenti, molte delle quali stanno perdendo utero e ovaie per la gravità dei quadri clinici con cui arrivano in ospedale.

Le cause di tale situazione sono attribuite all'impossibilità delle donne di accedere agli anticoncezionali a causa della povertà dominante; prima potevano pagare un aborto sicuro in un consultorio clandestino e oggi arrivano con emorragie nelle sale operatorie. La maggioranza dei casi per complicazioni da aborto riguarda bambine dai 10 ai 14 anni e adolescenti dai 15 ai 19. I metodi abortivi che usano le donne povere sono i più primitivi, dal ricorrere ad un gambo di prezzemolo ad utilizzare una sonda di gomma.

Realtà argentine del ventunesimo secolo. Con la globalizzazione, Menem promise che l'Argentina si sarebbe avvicinata al paradiso.

O le nuove generazioni si liberano da tutta la spazzatura politica argentina o finiremo per essere i mendicanti del mondo. Non c'è più già altra via che quella di conquistare le strade e le piazze e fondare una seconda Repubblica d'onestà e dignità, concludendo questo lungo periodo dei governi dei due partiti populisti e delle dittature militari. E guardare al Mercosur e all'unità latino-americana per realizzare il sogno del liberatore Bolívar degli Stati Uniti d'America Latina. Da lì può venire la luce.             

                                                           

                OSVALDO BAYER