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Intervista a Osvaldo Bayer per Max Mauro
Da qualche tempo non si sente parlare più della crisi argentina. Le immagini di bambini denutriti, impensabili per un paese
che al tempo in cui i nostri emigranti vi si trasferirono era uno dei più ricchi del mondo, sono uscite dai telegiornali e dalle pagine dei quotidiani.
Eppure la situazione è ancora grave. La povertà è diventata un fatto concreto per più di un terzo dei 37 milioni dei suoi abitanti. I giovani non vedono
futuro nel loro paese e cercano di emigrare, spesso ripercorrendo all’incontrario il percorso fatto dai loro nonni o bisnonni, in un viaggio che si carica
di amarezza e disperazione.
Al di là delle analisi degli economisti e degli “esperti” della Banca
Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, di una cosa i cittadini argentini sono convinti: la situazione attuale ha ragioni politiche prima che
economiche. Osvaldo Bayer, il più importante intellettuale della sinistra argentina, lo va dicendo da tempo e lo ha spiegato in un recente incontro
organizzato a Udine dall’associazione Vientos del sur. Giornalista, scrittore, storico, sceneggiatore di film, Bayer nel corso degli ultimi
cinquant’anni ha segnato alcuni dei momenti più significativi della storia culturale del paese. Il suo libro più noto, La Patagonia rebelde, venne messo
al rogo dai generali appena presero il potere nel 1976 e lui costretto all’esilio. Ha vissuto e lavorato a lungo in Germania. L’intervista che segue è
stata realizzata negli studi di Radio Onde Furlane.
Quello che vediamo oggi è essenzialmente il risultato dei piani di globalizzazione avviati dalla dittatura militare tra il
1976 e il 1983 e poi proseguiti dai tre presidenti succedutisi fino ad oggi. Piani portati avanti con tutta la disciplina possibile per realizzare quello
che il Fondo Monetario internazionale, gli Stati Uniti e L’Europa ci hanno detto di fare. Il risultato che abbiamo ottenuto è questo: una estrema povertà.
Il 57 per cento della popolazione argentina vive sotto la soglia di povertà, il 27 per cento sotto la soglia di indigenza. Ciò vuol dire che ci sono 10
milioni di argentini indigenti. Indigente vuole dire che non riceve più di 217 pesos al mese, cifra minima indicata per comprare i beni primari per un
mese.
C’è un aspetto che più di altri crea preoccupazione?
Il problema peggiore è la disoccupazione. L’Argentina non ha piani organici per sostenere i disoccupati. C’è un piano governativo chiamato “ dei
capifamiglia” per il quale si dà a ogni famiglia di disoccupato 150 pesos al mese, ma visto che una famiglia necessità di almeno 217 pesos per comprare
il “paniere” familiare si capisce che piani come questo possono fare ben poco per aiutare i poveri. C’è, inoltre,
una dipendenza politica, perché il presidente Duhalde – peronista – decide a chi va l’aiuto della legge dei capifamiglia, andando così a
creare un sistema clientelare. Non è una legge generale, egualitaria. La clientela così creata andrà poi a votare il candidato di Duhalde. Tutto questo
rende difficile il completo ritorno alla democrazia e fa’ sì che la gente non creda più nei politici e nei due partiti che ci governano da 86 anni, i
peronisti e i radicali. L’unica soluzione sarebbe la nascita di nuovi movimenti politici che mettano fine a questo sistema burocratico della gestione del
potere. L’invito rivolto ai politici che giunge dalle masse popolari è che se ne vadano tutti.
Esistono nuovi movimenti politici? Sì, ci sono tre movimenti popolari molto importanti. Il primo è quello dei “piqueteros”, disoccupati che occupano le strade. Poi ci sono le assemblee popolari di quartiere, che sono situazioni dove si discutono problemi politici ma che si prefiggono primariamente di risolvere i problemi alimentari dei “barrios”. La terza è il movimento dei lavoratroi che hanno occupato le fabbriche abbandonate dai proprietari e le hanno rimesse in attività. In tutto il paese sono già 107 le fabbriche che stanno lavorando in autogestione ed è sorprendente la forma secondo la quale commercializzano i loro prodotti: l’obiettivo è di guadagnare tutti lo stessa somma, dall’ultimo operaio all’amministratore della fabbrica. Questo processo ha creato un movimento di solidarietà molto interessante in Argentina. Questi movimenti sembrano essere forme di auto-organizzazione, senza legami con i partiti, è così?
Certo, sono auto-organizzazioni, generalmente funzionano come assemblee generali e non hanno vita facile, perché il potere
con cui si confrontano è molto grande. Non c’è solamente il governo ma una serie di altri poteri strettamente legati ad esso. Il governo è in mano ai
peronisti ma con l’appoggio dei radicali, in un sistema di connivenza che non è azzardato definire “mafioso”. I due partiti si accordano con il
capitale economico, dispongono di tutti i principali mezzi di informazione di massa, a parte forse il quotidiano Pagina 12 e alcune radio comunitarie, e
infine ci sono le forze armate e la polizia. L’esercito si è mantenuto tale e quale dai tempi della dittatura, non è stato modificato in niente. Il
comandante supremo è il generale Brinzoni, un generale che operò negli eccidi della dittatura. E’ colpevole dell’uccisione di Margarita Velen nella
provincia del Chaco. E la polizia di Buenos Aires è gestita in modo assolutamente immorale. Tutto questo è il risultato del malgoverno degli ultimi regimi
cosidetti democratici.
Può spiegarci qual è il ruolo dell’esercito nell’Argentina di oggi?
Il ruolo dell’esercito oggi è un po’ nell’ombra. La tragica storia delle sparizioni di persone durante la dittatura (i
“desaparecidos” NdR) ha reso molto impopolare l’esercito, la gente non lo ama, ma cionostante la sua struttura non è stata minimamente toccata dai
governi che si sono succeduti dopo il 1983. Nulla è cambiato, per esempio, nell’educazione degli ufficiali: i professori sono sempre gli stessi e il tipo
di educazione fornito è lo stesso di prima. Addirittura nel collegio militare c’è ancora il ritratto di Videla. Sebbene questo fatto sia stato già
denunciato pubblicamente il ritratto rimane al suo posto. Che sosa poteva essere fatto? Che tipo di riforma auspicavano le forze democratiche?
Dopo la fine della dittatura non si è operato per democratizzare l’esercito, mentre noi chiedevamo di avviare una riforma
come quella attuata dalla Germania dopo il 1945, dove nell’arco di 11 anni l’esercito venne completamente rifondato. L’Argentina avrebbe dovuto
costituire un nuovo esercito con gli ufficiali che si opposero alla dittatura, perché ce ne furono, ed essi avrebbero dovuto essere le fondamenta per il
nuovo esercito. Ma Alfonsin non ci pensò e così ha fatto anche il suo successore Menem e oggi abbiamo lo stesso identico esercito che avevamo nel 1976.
Di chi è la resposabilità maggiore per questo stato di cose?
Lo si deve essenzialmente alle leggi approvate dal governo di Alfonsin (che durò dal 1983 al 1989, NdR). La prima è quella
di “obbedienza dovuta” e la seconda è quella di “punto finale”. La legge di “obbedienza dovuta”
affermava che i crimini compiuti dai militari furono compiuti obbedendo a degli ordini superiori, col risultato che tutti gli autori di crimini riconosciuti
alla fine rimanevano in libertà. Il “Punto finale” chiudeva ogni passo ulteriore della giustizia,
perché affermava che dopo l’approvazione della legge nessuno avrebbe più potuto processare i militari. Niente poteva più essere detto su di
loro. Queste furono le leggi che salvarono l’esercito. Che contributo possono dare le società civili dei paesi europei per aiutare l’Argentina da un lato ad uscire dalla crisi e dall’altro a completare il processo democratico?
Credo che le organizzazioni per i diritti umani e gli stessi partiti politici dovrebbero sostenere i nuovi movimenti
democratici che stanno nascendo in Argentina. Per esempio il partito radicale argentino (l’Union civica radical, il partito dell’ex presidente Raul
Alfonsin, NdR) fa parte dell’internazionale socialista e questa organizzazione dovrebbe imporre uno “stop” a Alfonsin e al suo partito, che non è
certamente socialista e nemmeno realmente democratico, come ha dimostrato con le sue leggi. Allora, appoggiare i nuovi movimenti popolari che sono realmente
democratici è la via da seguire. La seconda cosa sulla quale potrebbe essere indirizzato l’intervento esterno è il problema della fame che, soprattutto
nel nord-est del paese, sta assumendo aspetti drammatici, in particolare con i bambini e gli anziani.
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